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Da Grand Hotel a Bolero Film

Perdura, nel 1946, una stagione di lutti, per quanto il paese voglia voltare pagina. Il cuore degli italiani porta ancora le ferite della guerra da poco conclusa. E dunque necessita di un balsamo. La pace risulta più difficile di quanto ci si potesse aspettare, la vita resta precaria, e forse diventa più accettabile se viene avvolta da una vaporosa nube di sogni e di chimere. I sogni aiutano, placano, provvisoriamente, la paura e l’incertezza, le svuotano. Forse non del tutto, certamente ne neutralizzano i veleni più corrosivi. E, fronteggiando le durezze del presente, elargiscono un po' di futuro. Lo permettono.

“La realtà è scadente”, dice Antonio Capuano nel film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio. Come ci si muove in una “realtà scadente”? Come si resiste alla sua morsa? Guardando altrove, a “un mondo fiorito, pulito ed elegante, invece dei vestiti rivoltati, gli ambienti devastati, il cibo scarso. Emergono i sogni, le intime aspirazioni, le chimere, i fantasmi, la ricerca della felicità”, scrive Ermanno Detti in Le carte rosa, accurata storia illustrata del “fotoromanzo” italiano. 

L’Italia del dopoguerra quanto più stenta a trovare la sua strada, tanto più volge il suo sguardo altrove, in una sorta di diffusa distrazione di massa, che resisterà anche al prepotente avvento della televisione, attorno alla metà degli anni cinquanta.

 

Ecco allora “Grand Hotel”, il battistrada, formato leggero, 16 pagine, 12 lire. Copertine dai “colori tenui e sfumati”. Di grande incisività quelle di Walter Molino, che, a partire dal 1941, ha realizzato molte delle copertine della “Domenica del Corriere”, dando vita a una cronaca visiva ad uso popolare lunga almeno tre decenni. Walter Molino non era soltanto un illustratore e un disegnatore, era e si sentiva pittore, e dunque conosceva le strategie cromatiche, e la stretta relazione che lega i colori agli stati dell’anima. I suoi “colori tenui e sfumati” consentono di smorzare le fiammate emotive di passioni forti e contrastate, “abissi di disperazione e vette di felicità sublimi”. 

I titoli dei fotoromanzi poi non possono essere che roboanti, senza mezze misure: “Anime incatenate”, “Anime senza luce”, “Angeli del peccato, “I lupi della valle solitaria”. E si scontrano con i toni spenti, e talvolta avviliti, della quotidianità di sopravvivenza in cui è imprigionata la gran parte degli italiani, che non vivono nell’atmosfera ovattata di un “Grand Hotel”, ma nell’aria stantia di misere case, dove il “Grand Hotel” si può solo vagheggiare.

 

“Grand’Hotel” esce nel luglio del 1946, quando l’Italia fa i primi passi nella sua storia repubblicana. Tutto appare nuovo, nuove sono le aspirazioni, nuovi i desideri. Il “fotoromanzo” li raccoglie, e raccogliendoli li legittima, portando allo scoperto il fondo nascosto del nostro immaginario e i sentimenti che lo abitano. La sua narrazione ha radici lontane negli intrecci tortuosi del “feuilleton” e nei romanzi di Carolina Invernizio, ma anche nei labirinti sentimentali percorsi dal cinema degli anni trenta e quaranta, quello di Raffaele Materazzo, che, con Tormento e Catene, avrà significativi sviluppi anche negli anni cinquanta.

La platea del “fotoromanzo” è ampia. I dati che l’attestano sono abbastanza sorprendenti, e dissipano molti dei luoghi comuni accumulati nel tempo, quello ad esempio che il “fotoromanzo” sia stata una lettura cui si sono rivolte le classi con un basso livello di scolarizzazione. “Grand Hotel” conta su 3 milioni di lettori, con un imprevedibile 25% di maschi, e 1 milione di lettrici appartenenti alla classe media con istruzione di grado superiore. Non è certo cosa da poveri, e non riguarda prevalentemente le zone economicamente depresse del paese. Al contrario, i fotoromanzi sono più diffusi nelle aeree industrializzate, dove maggiore è il potere d’acquisto.

 

Al battistrada “Grand Hotel” faranno seguito altri “incantesimi portatili”: “Sogno”, “Bolero film”, “Intimità”. Droghe a poco prezzo, osservano i critici più impietosi. E forse anche un po' sbrigativi e pregiudizialmente liquidatori. Nel 1952, Teresa Noce, segretaria del sindacato tessili, scrive al quotidiano genovese “Il lavoro” per difendere la funzione dei fotoromanzi: l’evasione che essi offrono è più che legittima, come appare legittima “l’aspirazione a qualcosa di migliore del presente, a una vita più bella e gioiosa, meno difficile e meno faticosa”.

 

 

E poi non c’è soltanto l’evasione, non ci sono soltanto le “storie tortuose” e gli strazi sentimentali. C’è altro. Così, su “Grand Hotel”, viene presentata la rubrica di Wanda Bontà “Il filo d’oro”: “A lei potrete rivolgervi per placare una vostra pena d’amore, per risolvere un quesito di vita intima o pratica. Ma anche per confidare i vostri sentimenti a una creatura di alto sentire”. E sul primo numero di “Intimità” si auspica “un dialogo fra tutte le donne del mondo, che hanno atteso e sofferto, e che hanno qualcosa da raccontarci”.

 

La rivista vuole essere “il loro rifugio, il loro angolo intimo e accogliente, il loro specchio fedele”. L’intenzione è esplicita: stringere le lettrici in una relazione che possa durare nel tempo, creare fedeltà, offrire vicinanza, “dialogo” e “confidenza”. Le riviste di fotoromanzi inducono le donne a raccontarsi, e a prendere familiarità con i propri desideri. Questo è qualcosa di più della semplice evasione, è una strisciante educazione sentimentale, che accompagnerà le donne italiane lungo una strada per loro nuova. Attraverso i rovelli sentimentali e le tortuose passioni, milioni di donne e di ragazze cominciano a guardarsi, e a guardare la vita che sta loro intorno, imparano a decifrarla, e a immaginare un futuro che non sia il semplice calco del presente o del passato. Scrive la storica Anna Bravo, straordinaria lettrice del fotoromanzo italiano e della sua importanza nella storia del nostro paese: “Dai secondi anni quaranta ai primi sessanta il fotoromanzo è una delle vie italiane alla modernizzazione in tutti i suoi versanti, dalla voglia di agi, libertà e promozione sociale al decollo dei consumi, all’indebolimento delle barriere fra i generi sessuali, al disagio giovanile, dall’appiattimento delle differenze culturali all’alfabetizzazione di massa”.

 

FONTI:

Ermanno Detti, Le carte rosa, Firenze, 1990.

Anna Bravo, Il fotoromanzo, Bologna, 2003.

Silvana Turzio, Il fotoromanzo. Metamorfosi delle storie lacrimevoli, Roma, 2019.

 

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