Il salto dell'acciuga

Dieci anni dopo la morte dell’autore, Einaudi pubblica una nuova edizione de Il salto dell’acciuga. Un piccolo libro quello di Nico Orengo, inclassificabile di suo; non è un saggio, non un romanzo, non un diario e neppure un libro di viaggio ma un insieme di tutti questi e probabilmente non basterebbe ancora per descriverne l’essenza.

Forse di quest’ultima ne estrae un aspetto importante Carlo Petrini quando nella prefazione scrive “ ...è impossibile oggi rileggendo questo libro non cogliere con malinconia i segnali di un mondo che è cambiato completamente e che non è più possibile riconoscere e ritrovare... in pochi hanno saputo raccontare questo tornante della storia con lucidità, certamente Nico è stato uno di questi insieme a Rigoni Stern, a Revelli, in un certo modo anche a Soldati e Veronelli...”

Quel “tornante” è il tramonto della società contadina e il rapido imporsi del modello industriale e urbano che il boom economico avrebbe poi certificato come società dei consumi. Una fase che è stata avvertita come un cambiamento realmente epocale solo da chi non si era fatto tramortire da quel benessere nuovo ed improvviso, da chi rispetto alle sorti progressivamente felici della modernità poteva contrapporre dei propri anticorpi, soprattutto da chi era sufficientemente sensibile o colto per avvertire che insieme a quel benessere in cui l’Italia si immergeva a capofitto, finiva anche un’epoca, con la sua miseria certo, ma anche con tutta la sua bellezza.

 

Certamente Nico Orengo è stato tra quelli. Scrittore e giornalista, perfettamente inserito nell’industria culturale del paese, per vent’anni direttore di Tuttolibri e ultimo, dentro sparse coordinate biografiche, marchese di nascita e ligure di famiglia; ligure della riviera di ponente. 

Certo ancora poco per comprendere qualcosa della trama di cui è costituito Il salto dell’acciuga. Un “salto” tra Liguria e Piemonte, che l’autore immagina e segue alla ricerca dell’origine della bagna cauda (le acciughe liguri ne sono state un ingrediente essenziale); ed è una ricerca quella di Orengo che muove da lontano, fin dalle tracce dei contrabbandieri di sale così come di pirati saraceni.

Dunque un piccolo libro inseguendo la storia di un’antica salsa piemontese – in realtà quasi un pretesto narrativo – e in mezzo il fugace apparire di alcuni personaggi, come i pescatori Rebissu e Giga, le cui azioni segnano il mutare dei tempi, o come Olga, figura femminile che attraversa le pagine verso un destino tragico e sfuocato. E ancora moltissimi riferimenti al cibo, a sapori e ingredienti tra Liguria e Piemonte, seppur sempre lontano da ogni idea di gastromania, tendenza – oggi dominante quanto nauseante – che in Italia cominciava a essere tale. Perché il cibo per Orengo è soprattutto memoria del tempo e del territorio, è storia incarnata in sapori e nutrimento; in questo, certamente come lo è stato per Soldati o Veronelli.

E infine, sono il paesaggio ligure e quello piemontese – soprattutto il primo – a dare luce alle pagine.

 

 

San Biagio alla Cima è un paese della Riviera di Ponente, pochi km dal mare e altrettanti dal confine con la Francia. È il paese di Francesco Biamonti e lo sfondo naturale e sociale dove lo scrittore ha ambientato tutti i suoi romanzi.

Visitarlo in una mattina di primavera può restituire la differenza (persino l’estraneità) tra la pagina scritta e la realtà, tra la natura, l’ambiente e l’ispirazione poetica. Difficile trovare corrispondenza tra le parole di Biamonti e il vuoto sostanzialmente anonimo del paese. Difficile trovare un legame tra il paesaggio vivente dei suoi romanzi rispetto alle terrazze coltivate come agli intonaci e alle case geometrili intorno.

 

Superata la delusione, dopo qualche ora si arriva a capire che la poetica di un autore è sempre trasfigurazione della realtà e che il paesaggio diventa poetico quando è spogliato della sua concretezza, quando l’occhio di chi osserva abbraccia non il presente ma la stratificazione delle generazioni e dei paesaggi succedutisi nel tempo, quando la realtà che l’autore ha intorno è vissuta almeno quanto sognata, quando quella realtà viene, in qualche modo e misura, “distillata”.

Nel paesaggio ligure di Biamonti e nella sua pagina scritta tutto prende comunque forma e luce “in levare”, vale a dire attraverso parole diradate ed essenziali che rischiarano quanto quelle non dette. L’inquietudine come la solarità di quel paesaggio – fragile, impervio e in fondo schiacciato tra le vie del mare e quelle dei monti – sono rese attraverso un linguaggio parco, levigato dal tempo. Distillato, appunto. 

Difficile peraltro capire il paesaggio ligure, la sua fragilità e il suo essere verticale se non lo si calpesta, se non lo si attraversa a piedi e più volte, vicino e lontano dal mare. Troppo lontano dalla perfetta solare armonia di quello toscano, il paesaggio ligure lo si comprende bene solo attraversandolo, salendolo, scendendolo, e sempre con poche parole...

 

Questo stesso paesaggio – naturale e sociale – in Orengo sembra piuttosto prendere vita nei fatti, negli episodi, in particolari apparentemente slegati, nelle descrizioni, nel confronto tra il presente dell’attualità e la vita di ieri. In questo senso forse sembra prevalere l’occhio del giornalista più di quello dello scrittore; questa alla fine la sensibilità che le pagine restituiscono maggiormente al lettore, mentre l’inquietudine del paesaggio ligure si fa più sfuocata lasciando il posto a quella dell’uomo e del cronista.

Così è per la ricerca dell’origine della bagna cauda, così per le vie del sale, per il manipolo di Saraceni che si fecero contadini e contrabbandieri, così per la storia e il salto dell’acciuga, per il comparire – ospiti occasionali nelle pagine del libro – di numerosi personaggi della vita culturale italiana negli anni ottanta e novanta.

 

Un libro inclassificabile si diceva, e del quale proprio per questo, a qualche anno di distanza, è forse lecito chiedersi cosa resti. 

Resta, come ha scritto Carlo Petrini, il suo essere ispirata testimonianza di un tornante della nostra recente storia e poi, rispetto all’inquietudine del cronista e alla sua curiosità per l’alimentazione, resta ancora altro. 

Quell’attenzione e la propensione a raccontare il cibo infatti forse prepara già qualcosa della gastromania che sarebbe in seguito arrivata; anzi ne è stata forse la percezione più poetica. 

Diventati tutti consumatori, per nascita o per privilegio economico, il cibo si avviava a diventare elemento di curiosità e intrattenimento, e non solo in senso intellettuale. 

Di questo ulteriore strano tornante della nostra recente storia (e in cui ancora siamo immersi), Il salto dell’acciuga è stato anche uno dei prodromi più ispirati e più sinceri.

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