Tengo famiglia

4 Settembre 2023

Consoliamoci.

L’Italia sta cambiando, ma su alcune cose resta uguale.

Avete presente «Tengo famiglia» Quello sembra non essere cambiato per nulla e l’Italia del destra-centro, sembra rimanere sull’usato sicuro.

Mi riferisco alla pratica del riempire i vuoti e talvolta inventarli per poterli così riempire – infilando l’amico, lo zio, la sorella, la cugina, … – che sembra essere il codice comportamentale dell’Italia del destra-centro.

Se qualcuno si aspettava, almeno in termini di principi fondamentali relativi al comportamento pubblico un rinnovamento radicale, allora sembra che la cronaca quotidiana tutti i giorni ci invii una lettera di smentita.

Insomma, una macchina operativa che sotto molti aspetti ricalca il modello dell’Italiano come stereotipo che possiamo sintetizzare così.

Ogni volta che si annuncia un cambiamento, una profonda rivoluzione degli stili, la realtà ci mette di fronte una continuità piatta costruita su consuetudini consolidate che strutturano una retorica.

Una retorica che si nutre di apparente ironia, di falsa autoironia, di supponenza e, soprattutto, di un profondo rancore contro tutto ciò che non è immediatamente la propria soddisfazione, la difesa del proprio “particolare”.

In sintesi le possiamo riassumere nelle seguenti: diffuso cinismo; assenza di una classe dirigente; assenza di una vita interiore; pratica trasformista; furbizia, un tratto che si fonda sull’idea che la dissimulazione, il doppio gioco, l’allusione costituiscano delle risorse che consentono il superamento delle avversità, comunque delle difficoltà. Ma, soprattutto, la prevalenza della famiglia sulle istituzioni dello Stato e spesso contro l’interesse collettivo.

In breve, la sfiducia verso tutto ciò che è bene comune e la prevalenza di un comportamento orientato a non cooperare con il prossimo o a non considerare il benessere collettivo anche come benessere proprio. È il familismo amorale in opposizione al senso civico.

Quel tema era al centro di un libro di un accademico americano, Edward Banfield, pubblicato nel 1958 (in Italia ci mise 18 anni per essere tradotto, uscì nel 1976 con titolo Le basi morali della società arretrata, per merito di Il Mulino).

Un’indagine in cui Banfield insiste in particolare sull’utilitarismo familistico un atteggiamento, una mentalità e un comportamento che coincidono e che sono causa e conseguenza dell’assenza di comportamenti altruistici e collaborativi. Una mentalità che si esplicita con uno scarso incentivo a prestare le proprie energie in organizzazioni di ogni specie, dato che agire in forma organizzata significa nutrire sentimenti di lealtà e fiducia reciproca, essere disposti a sostenere sacrifici per il bene del gruppo e possedere, in piccolo o in grande, uno spirito di vocazione e di missione. In breve “Tengo famiglia e mi faccio i fatti miei”. Un atteggiamento che, se assunto da chi governa, approfondisce ulteriormente i due termini con la conseguenza, anche, di aggiungere un terzo elemento: “non mi faccio gli affari di tutti gli altri”.

Un comportamento che non solo ha una lunga tradizione nella storia italiana ma contro il quale, nonostante l’impegno di molte figure intellettuali, dai tempi dell’illuminismo che per primo si pose il problema della possibilità del buon governo, non si sono fatti molti passi in avanti.

Quando parlo di illuminismo non intendo riferirmi all’estremismo giacobino o egualitario. Basterebbe, per esempio, provare a realizzare una parte delle ricette proposte da Gaetano Filangeri, che nel suo Scienza della legislazione sostiene che la più grossa scommessa del politico è fare in modo che la legge prevalga sul costume.

Nella storia italiana, non è che sia mancato chi l’ha ripetuto, solo che poi, messo nella condizione di fare, e dunque di mantenere le proprie parole, ha sempre fatto altro. Il risultato è stato ogni volta la sconfitta della politica, ancora di più rilevante in quanto a comportarsi così era chi si era presentato in piazza a rivendicare una politica equa, una politica sottratta alla fame del partito al potere, e raccontava se stesso come cavaliere senza macchia e senza paura.

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Alla prova dei fatti, dunque, il venir meno a una promessa.

E tuttavia non è solo ciò che si promette e non si mantiene ad essere rilevante e fondamentale. Sono almeno altri due aspetti che segnano entrambi questo nostro tempo e che non sembrano particolarmente modificati nell’Italia della destra-centro.

Il primo riguarda la condizione di antipolitica che la sottende e che si concretizza in un complesso di atti, di riti, di gesti, che non necessitano di parole. Un linguaggio, del corpo, dei sospiri che è di idee senza parole e che vive e si nutre di una retorica che nasce dalla convinzione di condividere un’identica condizione di sudditanza, di precarietà e di vessazione.

Una condizione culturale che spesso è stata collocata nello spazio politico di destra, ma che ha avuto anche un sottofondo nella costruzione della cultura popolare della sinistra italiana. Ne è una prova quanto e come scrive Ettore Fabietti, uno degli uomini a cui si deve nel primo quarto del Novecento l’impulso allo sviluppo e l’innalzamento della cultura popolare in Italia, impegnato nella diffusione delle biblioteche popolari, operatore culturale dell’Umanitaria di Milano e amico di Filippo Turati 

“L’Italia – scrive Ettore Fabietti nel suo I fratelli Bandiera, un testo pensato per l’educazione del giovane italiano – è il nostro paese, tu lo sai. Un grande paese abitato da gente come noi, semplice, sobria, laboriosa. Sono milioni e milioni di persone che si capiscono fra loro, perché parlano la stessa lingua, e dai tempi antichissimi ad oggi hanno avuto tutto in comune, specialmente le sventure”.

Dopo l’intero corso del Novecento questo linguaggio ci appare meno innocente e soprattutto carico di un immaginario politico che non preannuncia un futuro democratico. Ha avuto un peso rilevante nella cultura diffusa dell’antipolitica da Tangentopoli alla nuova Italia uscita dalle urne nel settembre 2022.

Il secondo aspetto riguarda la fatica di avanzare in una società in cui il merito è spesso sostenuto da quel familismo amorale che caratterizza il comportamento pubblico. 

Nel pieno della pandemia Giuseppe De Rita nel suo Come cambia l’Italia, ci metteva in guardia dal fatto che i cambiamenti successivi alla ‘grande recessione’ ci avrebbero forse spinto verso la condizione di essere «un paese senza»: nel quale non solo ci sono i rischi di rimanere senza lavoro e senza prospettive, ma anche di un forte smarrimento dell’identità comune. 

Giustamente l’autore tra le cause della inadeguatezza crescente descriveva l’impoverimento della politica e del dibattito pubblico, fino al nanismo delle classi dirigenti. Ma diceva che sarebbe stato difficile uscire dalle secche in cui il paese sarebbe caduto, senza rimettere in moto e rilanciare questa dimensione. Ecco, ci siamo. Non è solo l’unico dato.

Insieme ci devono andare anche la riscoperta non solo di un impegno collettivo e la sottolineatura di un supporto all’individuo e alla sua voglia di impegno a tornare a un pensare pubblico, che non può essere solo conseguenza della scelta individuale, ma anche del mutato atteggiamento dei detentori del potere disposti a rimettere in discussione i propri canoni di comportamento.

Forse nessuno meglio del tenente colonnello Frank Slade (interpretato da un grande Al Pacino e doppiato nella versione italiana da un grandissimo Giancarlo Giannini) lo riesce a dire nella retorica del suo discorso civile con cui si chiude Scent of a Woman (1992).

Quanto siamo disposti a sopportare quelle parole, fuori dallo schermo, nella realtà quotidiana del nostro tran-tran pubblico? Riusciamo a far sì che il «familismo amorale» che continua anche ora ad essere il fondamento della nostra società civile faccia un passo indietro?

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