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Andrés Neuman, c'era una volta l’Argentina

29 Agosto 2022

«Al mattino tutto sembrava funzionare come di consueto. Durante le prove nel Teatro Colón risuonavano le sinfonie e i passi felpati dei ballerini. Nell'ospedale di Mario i malati entravano e i sani uscivano. In molte caserme accadeva il contrario».

La storia di una famiglia, la memoria di un popolo, un viaggio nel Novecento. Se diamo per buoni questi tre assunti, dobbiamo prendere uno zaino vuoto da riempire e fare i passeggeri di questo libro, ancor prima che i lettori: è questo in fondo che ci domanda Andrés Neuman, all’inizio di Una volta l’Argentina (Sur 2022, traduzione di Silvia Sichel), memoir (ma qualcosa in più, come vedremo) che comincia con una lettera che arriva da lontano, scritta da nonna Blanca, con una calligrafia d’altri tempi, di quelle che non si incontrano più. Quando uno scrittore bravo come Neuman decide di raccontare la storia della propria famiglia lo fa per molti motivi. Dapprima il più semplice da rintracciare: i ricordi, le storie che li accompagnano non devono andare perduti. Poi altre ragioni, che compaiono sulla scena man mano che il racconto va a costruirsi, e allora si scopre che stiamo leggendo una vicenda che viene da molte parti dell’Europa, dall’Ucraina, dalla Lituania, che ha origini da rintracciare nella tradizione ebraica; una vicenda che scoppia – come i ciliegi in fiore di Christa Wolf – in Argentina durante la dittatura di Videla e, infine, all’Europa torna con due musicisti, ancora molto giovani, che partono per la Spagna con i loro due figli, di cui uno, allora quattordicenne, destinato alla poesia, alla narrativa, a scrivere un libro come questo. L’ultimo motivo sembra banale ma non lo è: Andrés Neuman è uno scrittore molto bravo e sa riconoscere una storia che vale la pena raccontare, ha capito che le lettere di sua nonna Blanca racchiudevano in sé gli albori di un romanzo e, con naturalezza, ha cominciato a scriverlo, scavando tra le memorie familiari e, là dove non si poteva, inventando.

«Il nostro paese ospitava i mondiali di calcio e, naturalmente, doveva vincerli. “Noi argentini”, avrebbe proclamato la giunta militare di lì a poco, “siamo diritti e umani”. Forse per quello, perché era mancino e sovrumano, il giovane Maradona non venne convocato».

Nonna Blanca, quindi; il bisnonno Jacobo, nato sotto gli zar e scappato dall’Europa in circostanze indefinite; il prozio Leonardo, una sorta di dandy di quartiere; Lidia, lituana dagli occhi color zaffiro; la zia Ponnie con la passione per il Brasile e la tessitura d’arazzi; la madre e il padre di Andrés, musicisti, coppia felice e poi infelice, poi di nuovo felice. Sono alcuni dei personaggi straordinari, colorati o meno, saggi o meno, coraggiosi o meno, anzi no, coraggiosi e basta, che attraversano il libro e, insieme ai lettori, di nuovo il Novecento, che tutto è tranne che breve.

«Ma in quegli anni, era terribile anche quando accadeva nulla. Era come un vuoto che indicava un’altra parte».

L’infanzia e la prima adolescenza di Neuman si svolgono a San Telmo, uno dei quartieri – tutt’ora – più vivaci, popolari e densi di storia di Buenos Aires, un vero centro argentino e, come tale, pieno zeppo di famiglie originarie dell’Europa, dai punti più disparati del vecchio continente. È il quartiere del tango in piazza tutte le sere, che da un lato scivola verso il centro e dall’altro corre fino a La Boca; uno dei posti migliori in cui cercare alloggio se si desidera visitare la capitale argentina, luogo da letteratura, basti ricordare qui che Juan Carlos Onetti, in quello che è forse il suo romanzo più bello, La vita breve (Sur, 2021, traduzione di Gina Maneri), sceglie di far vivere il protagonista Juan Maria Brausen. In Calle Chile, strada che incrocerà anche Neuman ragazzino per andare a trovare un amico, o per andare a imparare a giocare a scacchi nella bottega di un gelataio.

«Quindici anni prima, i miei avevano dovuto bruciare alcuni libri; adesso dovevano solo svenderli. Era, non c’è dubbio, un passo avanti».

Neuman è nato nel 1977, l’Argentina è sotto il regime dittatoriale di Videla, sono anni complicati, durissimi, anche se per i bambini, ragazzini, almeno all’inizio tutto può apparire sfumato, per l’istinto protettivo degli adulti. Gli stessi adulti forse non ancora, non del tutto, hanno piena percezione del disastro, della carneficina, di ciò che sta accadendo al paese, di ciò di terribile che ancora accadrà.

Neuman organizza un abile gioco narrativo mischiando il ricordo personale, la vera memoria vivida, e il racconto tramandato dal racconto di una nonna, di una madre, o quello ancora che arriva da una suggestione, come una notizia familiare passata di bocca in bocca: a quel tempo stava accadendo questo nel paese, è certo, qualcuno spariva e non tornava, qualcuna – anche di molto vicino, qualcuna del nucleo familiare, Silvia, – veniva portata via, poi faceva ritorno, i segni delle torture, delle sofferenze dov’erano? Nascoste, all’interno, non se ne faceva cenno. Eppure, l’orrore era capitato. Venivano bruciati libri, intanto un bambino cresceva con il sogno di fare il poeta, ammirava i genitori, adorava la madre, che vediamo correre al Teatro Colón per un’audizione, e poi per suonarci. La madre sindacalista, la madre che ha paura ma che fa ciò che ritiene giusto. Neuman va all’indietro e sono bellissime le storie dei nonni, dei bisnonni, degli zii e prozii, dei loro amici. Storie di fuga da un mondo per rinascere – o provarci – in un altro – storie colorate, curiose, piene d’inventiva. Una donna, per esempio, indosserà per tutta la vita gli abiti al contrario perché non sopporta le cuciture. Pensiamoci, perché forse nessuno di noi le sopporta le cuciture sulla pelle, qualcosa che preme, costantemente, per tutta la vita. Gente che suona il piano, gente che scappa, gente che s’inventa lavori. In mezzo un ragazzino che frequenta la scuola maschile, un bambino vivace e curioso, che resiste al machismo – e quindi all’essere sfottuto per il sogno di essere poeta – cavandosela al calcio, un altro salvato dal pallone e da una profonda ironia, da un’innata capacità di osservazione che è una delle doti principali per diventare uno scrittore. Lì davanti un’Argentina meravigliosa che veniva distrutta dagli stessi argentini, un nucleo più piccolo di quattro persone che viaggia all’indietro per tentare una vita senza paura nel cuore dell’Europa. E quando è il momento di partire c’è il cuore di un ragazzino che non vorrebbe lasciare San Telmo, Buenos Aires, gli odori di famiglia, i compagni di scuola.

«Il presente documento attesta solamente l’identità. Ci sono avverbi che sono un romanzo».

Abbiamo imparato a conoscere la scrittura di Andrés Neuman in questi anni, dagli importati romanzi, Il viaggiatore del secolo e Frattura (Einaudi) alle raccolte di racconti come Le cose che non facciamo (Sur), è un autore dall’indiscutibile talento capace di raccontare una storia spostando angoli e punti di vista continuamente, capace di commuovere e di far sorridere, ma soprattutto abile nell’andare al cuore delle cose, mostrando la ferita più del taglio, le conseguenze dell’orrore più dell’orrore o di un amore. Con Una volta l’Argentina scrive di certo un romanzo di formazione ma anche di costruzione, come si costruisce un uomo, quali sono le fondamenta da ragazzo di famiglia su cui si regge; più in generale dà vita a un’opera che ci mostra come si provenga sempre da una carezza ricevuta o meno, da una storia che uno zio ci ha raccontato, qualunque sia l’urto che il mondo e il tempo ci riserveranno. Dicevamo all’inizio che si tratta di qualcosa di più di un memoir, perché esce dalla storia personale e ce ne mostra una universale, politica e sentimentale, malinconica e allegra; una vicenda d’amore che sovrasta il dolore, in cui i colori e le sbiaditure di una famiglia fanno da contrasto alle tragedie, speranze e rinascite di un intero paese.

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