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La clemenza di Tito

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Modi del sentire / Clemenza

«Siate clementi con i vostri alunni», invocava qualche tempo fa un’autorevole voce del mondo della scuola. Un’esortazione che si è sentita del resto spesso pronunciare di questi tempi pandemici. «Siate clementi con gli studenti» è stato ripetuto dalle nostre istituzioni universitarie. Siate clementi? L’esortazione a essere clementi è molto diversa dal generico «siate buoni» e si avvicina di più a un comunque generico: «Siate comprensivi e perdonate». Ovvero al significato primario di clemenza, che non nega l’applicazione della giustizia ma la spinge oltre, quasi un’eccedenza: emettete un giudizio giusto, una valutazione secondo equità e poi però fate intervenire almeno un pizzico di clemenza nei confronti del reo. Che nel linguaggio della scuola e dell’università vorrebbe dire alzate i voti, concedete sufficienze e fate passare anche chi non ha imparato. Perché? E soprattutto, dove sono qui i rei?    È della clemenza come del perdono, che pare faccia sentire tutti meglio, i carnefici e le vittime e i loro congiunti? Eppure la clemenza non è il perdono. E che cos’è allora? Qual è la sua condizione stereotipica, quali ne sono i motivi e l’utilità? Chi esercita o dovrebbe...