Diario Russo 17. Gli uffici competenti

30 Luglio 2022

La prima volta che ho letto di Andrej Sinjavskij, noto anche con lo pseudonimo di Abram Terc, è stato alla fine degli anni Novanta, rovistando tra i libri di mio padre, avido lettore di saggistica e storia, a cui si aggiungeva una certa predilezione per la letteratura russa. Tra i cofanetti di Dostoevskij pubblicati per gli Oscar Mondadori negli anni Settanta, vi erano i libri pubblicati da Feltrinelli, Einaudi, Samonà e Savelli, classici per i giovani di quegli anni, e proprio in uno di questi vi era il resoconto del processo a Sinjavskij e Julij Daniel’, accusati di aver pubblicato scritti antisovietici all’estero e per questo condannati rispettivamente a sette e cinque anni di “campo duro”, ovvero di lavori forzati, da scontare nel Dubravlag in Mordovia, oggi ancora attivo come unica colonia penale della Russia dove sono detenuti cittadini stranieri.

Sinjavskij e Daniel’ erano colpevoli di scrivere senza il permesso delle autorità sovietiche, e, fatto ancor più grave, di farlo all’estero. Tamizdat, ovvero pubblicato là (tam), sotto pseudonimo. Nell’epoca del disgelo, come popolarmente conosciamo il periodo kruscioviano, le maglie della censura si erano sì allentate, ma non si poteva scrivere tutto, e non senza il beneplacito dall’alto. Nonostante questo, però, è in quegli anni che Novyj Mir, rivista letteraria fondata nel 1925 e allora diretta dal poeta Aleksandr Tvardovskij, pubblica racconti e novelle prima impensabili, come Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solženicyn nel 1962, e diventa testimonianza della speranza di una nuova stagione in grado di cambiare i destini della società sovietica.

È in questo contesto che si muove il libro di Iegor Gran, Gli uffici competenti, pubblicato da Einaudi in queste settimane. Gran è il figlio di Sinjavskij, nato nel 1964 pochi mesi prima dell’arresto del padre, ed è cresciuto in Francia, dove la famiglia si è trasferita nel 1973, poco tempo dopo la liberazione di Abram Terc. La narrazione di Gran, collaboratore di Charlie Hebdo, si svolge attraverso le vicende del tenente Ivanov, alla caccia della vera identità dell’impenitente Terc, autore del saggio Il realismo socialista, apparso nella rivista francese Esprit nel 1959 (nello stesso anno una traduzione in italiano, con il titolo più vicino all’originale Che cos’è il realismo socialista viene pubblicata da Tempo presente).

Tramite il ligio ufficiale del Kgb incontriamo gli appassionati di jazz, “degenerati” con i pantaloni tinti di rosso, i compratori di jeans, pressoché impossibili da trovare in Urss, gli ascoltatori di radiografie, su cui veniva incisa la musica “decadente”, e lo zelo degli agenti di sicurezza, uno zelo più che da fanatico da impiegato con ambizioni di carriera, sempre nel solco della retorica della difesa del sistema. I dialoghi del tenente con la moglie Larisa sono indicativi di questa atmosfera di fedeltà tanto somigliante alla vita dei borghesi piccoli piccoli dell’Occidente, dove le preoccupazioni del lavoro si assommano a cosa preparare per cena e a quale armadio procurarsi per la nuova casa della madre.

Gli uffici competenti sono il regno di questo conformismo, inframmezzato da frasi fatte e arresti di dissidenti o di acquirenti di dischi e libri portati dall’estero dai visitatori portati a Mosca dall’Intourist, e reprimende contro il consumismo occidentale. Abram Terc intanto scrive, pubblica, i suoi testi giungono in Francia e da lì si diffondono nelle principali lingue europee, e non si riesce a capire chi sia: inizialmente si sospetta di un ebreo, a causa del nome, e si dirigono le indagini sugli ambienti universitari, senza venirne a capo.

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Ivanov si avvale del suo migliore informatore in quell’ambito, Monocolo, pseudonimo di Sergej Chmel’nickij, provocatore di lunga data, ma senza successo, anche a causa della rivelazione della sua posizione da parte di due vittime. Si riesce ad arrivare a Terc-Sinjavskij per caso, dopo una convocazione di Monocolo dove vengono passati in rassegna tutte le vecchie conoscenze, ed è Andrej, amico d’infanzia e professore di letteratura, ad esser sospettato perché da anni evita la sua compagnia: decisiva è la foto che ritrae l’autore con Daniel’ mentre portano il feretro di Boris Pasternak durante i funerali. Le intercettazioni fanno il resto, nonostante tutte le precauzioni: le passeggiate con la moglie e lo spaniel son lì a fornire ulteriori indizi su Sinjavskij.

Il resto è noto: Terc viene smascherato assieme a Daniel’, che pubblicava all’estero sotto il nome di Nikolaj Aržak, e il processo apre una nuova stagione del dissenso sovietico, forse quella più proficua e nota, segnando la chiusura definitiva delle speranze apertesi con Chruščëv, mandato in pensione poco prima. Gli uffici competenti, scritto in una prosa caratterizzata da un’ironia ben calibrata e mai eccessiva, è una testimonianza preziosa sugli anni Sessanta sovietici, e fornisce anche alcuni spunti di riflessioni sulle chiusure e sugli spiragli, sulla tensione morale e il conformismo, sul pericolo del grigiore serioso della censura, sul carrierismo che spinge alla delazione, temi ancora una volta fin troppo attuali.

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