Dispacci #5 – Capitalocene?

2 Agosto 2022

C’è fastidio verso la parola Antropocene, soprattutto verso chi la usa. Per distinguersi, forse per fare dispetto, c’è chi si inventa alternative in “-cene” che sono come pulcini un po’ fragili sotto la Grande Chioccia Oscura. Alcuni di questi “-cene” hanno più fortuna di altri, ad esempio “Capitalocene”. L’idea è che sia ingiusto dire che tutti gli umani sono ugualmente responsabili del crollo dei tempi, solo alcuni lo sono, i vecchi capitalisti.

Ma chi parla di Capitalocene nel 2022 è in ritardo come chi pensa che la differenziata, abbracciare alberi, lo sviluppo sostenibile siano la vera soluzione. Dire “Capitalocene” dopo una pandemia globale e in pieno disastro climatico significa non aver colto l’essenziale: la lotta al capitale è cosa buona e giusta ma non basterà mai per invertire la rotta. Se insomma il capitalismo crollasse oggi, i suoi effetti disastrosi rimarrebbero ancora per secoli. Detto altrimenti: finisce il capitalismo, la catastrofe resta.

Bisogna allora fare lutto per la morte di un certo marxismo da bar: la vera urgenza non è lottare (magari da una bacheca social) contro un dato sistema economico ma inventare soluzioni di sopravvivenza per tutti. Certo, i tempi e i modi rischiano di essere gestiti dalla macchina neoliberista, dalle élite finanziarie, dai nuovi oligarchi, bisognerà restare vigili e combattivi, ma accontentarsi di slogan come “non è l’Antropocene, è il Capitalismo” o “fine del mondo, fine del mese, stessa lotta” è come lamentarsi su Facebook con il produttore di automobili (che non ti legge e dorme sonni tranquilli) mentre tu stai precipitando nel burrone (con l’automobile che hai comperato dal tuo nemico).

E mentre la parola Antropocene non dice che tutti gli uomini sono la causa del problema ma che il problema è un problema di tutti gli uomini, la parola Capitalocene ci obbliga a vedere il dito e non la luna, imprigionando il pensiero in una dicotomia senza uscita. La soluzione, se mai la troveremo, non verrà dalla lotta virtuale con un deuteragonista, ma dal trovare alterità non alternative attraverso cui ripensarsi. Pensare tilacini, ad esempio, è molto più concreto ed efficace che leggere gli epigoni di Marx.

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