Camaleontico Gogol’

30 Gennaio 2023

Naso lungo e appuntito, occhi scuri, capelli a caschetto con la scriminatura da un lato, baffi sottili: questi i riconoscibili tratti di Nikolaj Gogol’ (1809-1852) tramandatici dai suoi ritratti (qui, insieme ad alcuni quadri). Sembra però che neanche il più noto, quello del pittore F. A. Moller conservato presso la Galleria Tret’jakovskaja, fosse davvero rispondente al vero. «Nessuno dei ritratti esistenti rende come si deve le fattezze di Gogol’» (p. 396) sosteneva il poeta e giornalista N. V. Berg, confermando quanto lo scrittore stesso diceva del suo volto, che fosse cioè ogni giorno diverso. Queste mutevoli e imprendibili fattezze sono metaforicamente significative della difficoltà di cogliere in modo univoco anche l’essenza di Gogol’.

Leggendo le testimonianze dei suoi contemporanei si rilevano fissazioni, debolezze, fobie più o meno note, ma soprattutto tratti caratteriali ricorrenti, spesso in contraddizione tra di loro. E la contraddizione non è ascrivibile al fatto che le testimonianze appartengono a persone diverse, ciascuna con un proprio punto di osservazione, né al trascorrere degli anni che può comportare mutamenti caratteriali, ma piuttosto a una «stranezza incomprensibile del suo animo» (p. 122). Gogol’ sosteneva di essere fatto in modo organicamente diverso dagli altri e così ripetevano anche i suoi conoscenti e amici: «I suoi nervi erano cento volte più sottili, percepivano cose per noi impercettibili e vibravano per ragioni che a noi restavano sconosciute» (p. 184).

Ipocondriaco, riservato, sfuggente, ma anche goliardico e di spirito, era in grado di far ridere gli astanti fino alle lacrime con i suoi aneddoti. Diffidente e chiuso verso alcuni sconosciuti, affabile verso altri, irritabile e ritroso negli ultimi anni di vita; tendenzialmente misogino, «era difficile convincerlo a entrare in salotto alla presenza di una dama a lui sconosciuta» (p. 190), non ebbe mai relazioni sentimentali. Erano invece quasi sempre impareggiabili le letture delle sue opere, eventi imperdibili grazie alle sue magistrali doti attoriali, del tutto peculiari e inusuali rispetto alla prassi declamatoria del tempo. «Il suo modo di leggere [...] era incantevole oltremisura: sapeva sottolineare con sorprendente plasticità i passi più a effetto delle opere, e questi acquistavano sulle sue labbra un colorito così vivo!» (p. 267). Eppure non solo il tentativo di diventare attore – da ventenne – era fallito miseramente, ma alcune sue letture furono dei fiaschi totali, come quella del Revisore a Roma, alla fine degli anni Trenta. Anche questo aspetto è insolito, cioè che un’abilità così spiccata sia soggetta a tali imprevisti tracolli. In fondo è anche questa una forma di contraddizione. «Le abilità di Gogol’ in questo campo, come in campo accademico e in numerosi altri ambiti, risultano di fatto intermittenti, quasi come se si trattasse di persone diverse» (p. 78) nota Giovanni Maccari, curatore e traduttore di Gogol’ nei ricordi di chi l’ha conosciuto (Quodlibet, 2022, 458 pp.). 

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Gogol' ritratto da A. A. Ivanov (1841).

Il piacevole volume, molto ben curato, raccoglie diciotto testimonianze sullo scrittore, raccontate da suoi amici o conoscenti: scrittori, letterati, accademici, attori che hanno avuto a che fare con Gogol’ per brevi o lunghi periodi della sua vita. Ciascuna testimonianza viene contestualizzata con alcune informazioni sull’autore e sulle circostanze in cui conobbe o frequentò Gogol’. Piuttosto inedite per il pubblico italiano, le raccolte di ricordi sono invece comunissime in Russia, tanto che il bacino da cui attingere è molto vasto, soprattutto nel caso di grandi scrittori. Ciononostante la selezione è ben ponderata e copre i momenti salienti della biografia gogoliana, dall’arrivo a Pietroburgo fino al letto di morte. Della fase precedente, ad esempio degli anni liceali, mancano testimonianze nel volume, ma, a giudicare dalla corrispondenza con i familiari, furono infernali per Gogol’, adolescente schivo, purulento e ripugnante.

Tuttavia le speranze di un riscatto e di una carriera vengono riposte nel trasferimento a Pietroburgo, città spettrale, deformante, traumatica per il piccolorusso, allora neanche ventenne. Gogol’ era di fatto un provinciale, veniva dall’odierna Ucraina, da un villaggio della regione di Poltava, attualmente tra le zone che ospitano il maggior numero di sfollati di guerra. Le sue origini si indovinavano dal suo accento, ma anche dall’aspetto e dal modo di vestire, con «una certa pretesa di eleganza» (p. 111). Il russo lo aveva imparato a scuola e non era privo di incertezze sintattiche, lessicali e ortografiche, ma si rivelò di una freschezza espressiva talmente nuova e genuina da diventare una delle peculiarità della sua prosa, in un momento storico in cui la lingua letteraria era ancora in fase di emancipazione dallo slavo ecclesiastico.   

Non ci vuole molto prima che a Pietroburgo trovi la sua strada, se si considera che la sua prima opera di successo, Le veglie a una fattoria presso Dikan’ka, viene pubblicata nel 1832, quattro anni dopo l’arrivo nella capitale. Prima però si era cimentato nella poesia e aveva pubblicato il poema Hans Kuchelgarten, un fiasco di cui si era pentito, tanto da chiedere al suo servitore di recuperare tutte le copie pubblicate e di bruciarle: una consuetudine a cui ricorrerà più volte per sbarazzarsi di ciò che non lo soddisfaceva. Poi parte per Lubecca. Anche la fuga dalla Russia, a seguito di insuccessi o delusioni, è una abitudine che ricorre nella sua vita. È un sottrarsi, una sparizione assimilabile al suo sgattaiolare di nascosto o fingersi addormentato per sfuggire a un incontro sgradito. Del resto la fama, che Gogol’ ottenne molto presto, può avere dei risvolti seccanti: «Credo che la notorietà lo affaticasse e che gli desse fastidio il fatto che tutti pendevano dalle sue labbra e cercavano di indurlo a conversare» (p. 232).

Al ritorno da Lubecca tenta la carriera di attore, invece ottiene un impiego al ministero degli Interni. Qualche anno dopo, nel 1834, proverà anche a insegnare all’università, ma dopo la prima avvincente lezione in cui conquista gli studenti, deluderà sempre più le aspettative con lezioni fiacche e noiose. «Non potevamo credere che fosse lo stesso Gogol’ che la settimana precedente aveva dissertato in modo così brillante» scrive nel suo ricordo N. I. Ivanickij (p. 102). L’anno dopo viene licenziato dall’università di Pietroburgo per “riorganizzazione del personale” e perde la cattedra che aveva ottenuto grazie all’intercessione di Puškin e Žukovskij, i poeti che erano stati fondamentali anche per il suo inserimento negli ambienti letterari pietroburghesi. È Puškin, peraltro, a fornirgli i soggetti di Le anime morte e di Il revisore, diventando un punto di riferimento così importante per Gogol’ che alcuni reputano la morte del poeta, avvenuta nel 1837, l’origine delle «manifestazioni morbose» (p. 123) dello scrittore, inclusa la svolta mistica e reazionaria degli ultimi anni.

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Gogol' ritratto da F. A. Moller (1840).

Quello stesso 1837 Gogol’ si trova a Roma, dove sono ambientate alcune tra le più belle testimonianze del volume. I soggiorni romani sono vari, prolungati ed estremamente proficui per la sua attività creativa, ma non tutti ne comprendono la ragione: «Ci risultava incomprensibile la sua convinzione che gli fosse necessario stare a Roma per scrivere della Russia» (p. 159) si legge nel lungo ricordo di S. T. Aksakov, che idealmente risponde alla famosa affermazione di Gogol’, ora diventata l’iscrizione della sua statua a Villa Borghese: «Io posso scrivere della Russia solo stando a Roma [...]». Nonostante qui patisca spesso il caldo, da cui trova sollievo agli incroci delle strade o durante le frequenti visite ai Castelli Romani, riesce a scrivere anche nelle condizioni più avverse, come nella rumorosa trattoria tra Genzano e Albano dove compone alcune pagine di Le anime morte che poi avrebbe considerato tra le più ispirate.

La sua indole capricciosa viene notata anche nelle osterie romane. P. V. Annenkov racconta che in una rinomata osteria Gogol’ chiede che gli venga cambiato il piatto di riso per ben due volte e, solo all’arrivo del terzo, si mette a mangiare «una cucchiaiata dietro l’altra con l’avidità e rapidità che, a quanto dicono, sono caratteristiche delle persone tendenti all’ipocondria» (p. 254). In molti raccontano della sua passione per i maccheroni al burro, che amava divorare dopo averli preparati personalmente e, in generale, delle sue spiccate doti culinarie che i più fortunati potevano apprezzare al pranzo del 9 maggio, che Gogol’ organizzava per il suo onomastico. L’elemento del cibo, nei suoi tratti compulsivi o pantagruelici, è molto presente anche nella sua opera. I personaggi gogoliani sono spesso caratterizzati da ciò che mangiano e da come lo mangiano, e se da una parte questa devozione al cibo potrebbe essere l’emersione di elementi folklorici piccolorussi, dall’altra è stata associata alla compensazione di una repressione sessuale. Un aspetto che si lega anche alla raffigurazione della donna nella sua opera, mai rappresentata in modo realistico, ma sempre tratteggiata come creatura angelica o demoniaca.

La pubblicazione di Le anime morte, nel 1842, è la consacrazione di Gogol’: «Ci aveva messo davanti un mondo che ci era vicino e perfettamente noto, ma che nessuno prima di lui aveva saputo restituire con uno spirito d’osservazione così micidiale, con una così esatta verità [...] E la lingua… che lingua! Piena di forza, di freschezza, di poesia. Brividi di piacere ci correvano per tutto il corpo» (p. 218). L’opera però diventa una costante fonte di tormenti. Fu la sua «tomba», la «cella da eremita, in cui soffrì e si dibatté fino all’ultimo respiro» (p. 280). Il progetto di Le anime morte era ambizioso e consisteva nella strutturazione di un poema alla maniera della Commedia dantesca: alla prima parte, l’Inferno, sarebbero dovuti seguire il Purgatorio e il Paradiso. Ma la stesura incontra inciampi e frustrazioni, e nel 1845 la seconda parte viene distrutta per la prima volta. 

 

All’incirca allo stesso periodo risalgono la svolta mistica e un peggioramento dello stato di salute. Nuove delusioni seguono alla pubblicazione di Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici (1847), in cui trovano posto le posizioni più reazionarie di Gogol’ che scandalizzano persino i suoi amici. Viaggia molto e sogna di andare in Palestina, progetto che riesce a realizzare senza però ottenerne la pacificazione spirituale sperata. Alla fine del 1848 si stabilisce in casa del conte A. P. Tolstoj, a Mosca, dove morirà quattro anni dopo.  

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Gogol', Puskin e Zukovskij a Carskoe Selo nel 1831 (dipinto di P. Geller, 1880).

Relativamente alla morte, è interessante la testimonianza del medico A. T. Tarasenkov che tenta di curare Gogol’ negli ultimi giorni di vita. Riferendo dello stato mentale e fisico del paziente, il dottore trasmette anche la sua incredulità di fronte a una malattia incomprensibile. «Alla fine della prima settimana di digiuno non c’era traccia di febbre né di alcuna particolare patologia, a parte il progressivo esaurimento delle forze. Solo tre giorni prima della morte il paziente si allettò e anche allora non si osservavano affezioni distinte a nessun organo» (p. 424). D’altra parte Gogol’ si è ostinatamente convinto a voler morire. Oltre a digiunare, non collabora con i medici che sono accorsi a curarlo: preferisce la morte a un clistere, e anche una supposta purgativa è in grado di «procurargli strilli e lamenti terribili» (p. 434).

Il medico riferisce anche della seconda distruzione della seconda parte di Le anime morte, episodio su cui circolano diverse versioni e congetture, a partire dall’intenzionalità o meno del gesto, compiuto nel cuore della notte con l’aiuto del servitore che implora lo scrittore di fermarsi. Pare che Gogol’ si sia subito pentito della distruzione del manoscritto e che singhiozzando abbia poi detto al conte Tolstoj: «Tutto si sarebbe capito, anche quello che non era chiaro a me nelle prime opere» (p. 425). Una settimana dopo, a quarantatré anni, muore.

Restano vari interrogativi legati alla sua morte e alla distruzione della seconda parte di Le anime morte, che Gogol’ aveva letto in varie occasioni e di cui restano parzialmente intatti alcuni capitoli, appartenenti a diverse versioni del manoscritto. Gli interrogativi restano, ma trovare una risposta non è certo ciò che si prefigge Gogol’ nei ricordi di chi l’ha conosciuto. Il bel volume, con i suoi apparati esplicativi, permette piuttosto una maggiore conoscenza di Gogol’ al lettore che non può attingere alle fonti originali o a chi è in cerca di un compendio limitato di testimonianze su una personalità così controversa e geniale. 

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