Laura Pariani. La valle delle donne lupo

24 Gennaio 2012

La valle delle donne lupo (Einaudi, pp. 242, euro 19,50) è il luogo dove Fenísia C. trascorre quasi tutta la sua vita. L’autrice del romanzo, Laura Pariani, inventa uno spazio labile e brumoso dove i ruscelli scorrono impetuosi, la nebbia rende incerti i contorni delle cose e la terra, come la vita, è dura e difficile.

 

Fenísia vive ai bordi del cimitero del Paese Piccolo, è la figlia di una famiglia di sotterramorti, suo padre Marziano e suo zio Biâs, come suo nonno e il bisnonno, hanno sempre vissuto e lavorato a ridosso delle tombe. Per lei e la cugina Grisa non c’è niente di strano, imparano presto a giocare e nascondersi fra le lapidi, per loro non vi è differenza tra la vita e la morte.

 

Ma la donna è anche la custode di un cimitero diverso, invisibile e maledetto: il “prato delle Balenghe”, la terra sconsacrata ai margini di un orrido, dove sono sepolte le donne che si sono ribellate alle regole di un potere patriarcale cieco e ottuso.

Il noce che vi cresce rigoglioso è il totem di un cimitero senza croci, l’albero genealogico al femminile che lega in un indissolubile vincolo di sangue e ingiustizia tutte coloro che portano i segni della diversità, la culla e la tomba sotto cui la fanciulla sogna spesso di morire, coperta da uno sfarfallio di petali bianchi.

 

La voce di Fenísia riesce a spezzare la coltre di silenzio che avvolge le storie di tutte le donne dimenticate e custodisce in sé ogni lacrima versata, è viva, come la rabbia di chi non ha ceduto alla rassegnazione, un fuoco di cui lei è rimasta la sola custode. Le sue parole, che si soffermano sugli eventi significativi di una lunga vita, sanno ridare calore anche alle ceneri di molte misere esistenze senza corpo né respiro.

 

Per questo la lingua del romanzo e della protagonista, in equilibrio tra italiano e dialetto, è l’idioma del tempo perduto e della memoria: quella dell’amata cugina Grisa, la ribelle vissuta per poco con un branco di lupi e chiusa dal padre in un manicomio, della zia Terésia, morta suicida appesa a un ramo di melo, della madre Ghitín, stroncata dalla tisi, di cui il marito ha venduto le ossa, ma anche della nonna Malvina, la “sanatrice” e la “stría”, che prima di morire trasmette alla nipote Fenísia l’arte della “física”, il potere di sanare o uccidere con le erbe, e la giovane sa bene che tessere parole, come curare gli acciacchi, ha lo stesso potere di alleviare i dolori.

 

Laura Pariani scosta il velo del tempo e riporta in vita un mondo estinto che riesce a comunicare ancora oggi grazie alla commovente tenacia della sua protagonista, solitaria come una lupa, in bilico tra la disperazione di Rosso Malpelo e l’innocenza di Ciàula davanti alla luna.

Fenísia, come dice il suo nome, reca in sé la fine e l’inizio, con lei rivive un universo avvolto dalla nebbia, di cui l’anziana donna diviene emblema senza tempo.

 

Alla fine del libro, pare di sentirne la voce e vedere lentamente affiorare dal buio i tratti del volto: il sorriso vago, i capelli rossi. Quasi cieca, come Omero.

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