Le Carré: lettere di una spia 

8 Ottobre 2023

Il più grande cruccio di John le Carré (1931-2020) era di non aver mai preso parte a un’operazione di controspionaggio coronata da successo. L’afflizione si riferiva al periodo in cui, all’alba degli anni sessanta, nel bel mezzo della guerra fredda, le Carré era ancora conosciuto come David Cornwell, studioso di letteratura francese e tedesca, e ricopriva la carica di funzionario del Foreign Office in carico al SIS, il servizio di intelligence di Sua Maestà, il «santuario dello spirito» della classe dirigente britannica.

Questo perché la sua carriera – che avrebbe potuto diventare quella di brillante spia – durò solo cinque anni, troncata sul nascere, nel 1964, dalle rivelazioni dei nomi di molti agenti britannici (David Cornwell compreso), fatta dal più famoso agente doppiogiochista al servizio, per ben ventisette anni, dell’Unione Sovietica: il «malevolo, vanitoso, sinistro» Harold Adrian Russell Philby, meglio conosciuto col nome di battaglia di Kim, riparato in Russia prima di essere catturato dal controspionaggio. 

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Cruccio che fu pacificato (anche se mai perdonato) dal fatto che, mentre era ancora nei ranghi dell’MI6 (che ribattezzerà The Circus), Cornwell partorì ben due romanzi firmati con lo pseudonimo “le Carré” (il suo primo editore gli aveva suggerito un improbabile “Chunk-Smith” fortunatamente accantonato): Chiamata per il morto (1961) e La spia che venne dal freddo (1963), che definiranno, come nessun altro mai, l’epoca della guerra fredda grazie alla puntuale verosimiglianza delle storie, delle ambientazioni, dei personaggi, (dove spicca, fra tutti, l’antieroe George Smiley, non ancora protagonista, contraltare degli eccessi e della mancanza di dubbi morali del James Bond di Ian Fleming).  

Sarà soprattutto La spia che venne dal freddo, il long-seller ancora oggi sui banchi delle librerie, che lo catapulterà – da spia sotto copertura con lo stipendio da giovane diplomatico, autodefinitosi: «una talpa troppo abituata all’oscurità per credere nella luce» – in uno scrittore celebrato in tutto il mondo il cui invidiabile curriculum finirà con l’annoverare ben venticinque romanzi, compreso uno postumo, L’ultimo segreto.

E di segreti David Cornwell doveva averne molti, ma come scrisse all’amico giornalista Nicholas Shakespeare: «il mio segreto più oscuro è sempre stato la dislessia: leggo con la lentezza di una lumaca, come se lo facessi a alta voce». A chi gli chiedeva, invece, quale fosse il segreto della sua scrittura, lui rispondeva: «È la disciplina imposta dai rapporti redatti per il Foreign Office che mi ha insegnato a scrivere». Ma non solo romanzi.

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Già, perché le Carré è stato anche un prolifico e coscienzioso scrittore di lettere, quasi tutte vergate a mano, firmate classicamente con un “come sempre, David”, ricorda il figlio Tim, curatore della sterminata produzione di corrispondenza del padre, oggi parzialmente raccolta nel volume Vita privata di una spia (traduzione di Sara Crimi e Laura Tasso, Mondadori, 2023). Una cornucopia di “dietro le quinte”. «Le persone con cui ha corrisposto», spiega Tim «appartenevano agli ambienti più disparati: politica, letteratura, editoria, arti e, per via della sua precedente professione, il mondo dello spionaggio, come l’ex capo della stazione di Londra del KGB, o l’ex capo dell’MI6».

Quel selvaggio West zarista

Ma torniamo un attimo a Philby, nemesi e antagonista per eccellenza di le Carré, come Moriarty lo è di Sherlock Holmes, o meglio, per restare a noi, come Karla lo è di George Smiley. 

La Russia esercitava un grande fascino su le Carré (nel romanzo La casa Russia il sentimento è decisamente evidente). E l’attrazione era reciproca. Tim racconta che quando, nel 1987, il padre si recò per due volte in URSS, durante una visita al quartier generale dello spionaggio sovietico trovò gli studenti che leggevano copie piratate dei suoi romanzi sulle prime storiche macchine per l’elaborazione dei testi. In una e-mail del 2019, inviata da le Carré al biografo di Graham Greene, commenterà: «Insieme, la mia vita segreta e la mia scrittura, formano un mix entusiasmante e irresistibile per la mentalità russa, sia in epoca sovietica, sia adesso».

Mentre era a Mosca, John Roberts, direttore dell’associazione Gran Bretagna-URSS gli chiese se avrebbe voluto incontrare Philby. No, Philby non lo avrebbe visto «per alcun motivo, in nessuna circostanza: Mi piacerebbe vederlo solo per motivi zooligici», fu la secca risposta di le Carré. Anche se, trent’anni dopo, quel rifiuto rimarrà un rimpianto duraturo. Annoterà: «Sono stato uno stupido. Credo che sarebbe stato davvero straordinario trascorrere qualche giorno con Philby, ma in quel momento sarebbe stato più di quanto potevo sopportare e ho rifiutato».

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Al ritorno dal viaggio in Russia, scrive all’attore Stephen Fry: «La Russia è una sorta di selvaggio West zarista, ma torturata da senso di colpa, religione, pigrizia e dal proprio incredibile spreco di talento. Non sono mai stato in un altro posto che mi abbia dato una simile, spaventosa sensazione di anarchia mascherata da cambiamento. Se abbiamo mai avuto il dubbio che il mondo sia cambiato dopo la guerra fredda, un paio di giorni a Mosca ce lo toglierebbero».

La Corona sotto ricatto

Eppure se Philby fu, apparentemente, colui che creò i maggiori danni al Regno Unito e alla NATO, chi creò il massimo imbarazzo all’establishmente britannico e, addirittura, direttamente alla monarchia, fu il tradimento di sir Anthony Blunt, raffinato storico dell’arte, curatore della collezione personale dei dipinti della Regina.

Philby, ricordiamolo, faceva parte di un drappello di spie conosciuto come i Cambridge Five, cinque ex studenti provenienti dai circoli più elitari di quell’Università, i cui altri compari erano Guy Francis de Moncy Burgess, figlio di un ufficiale di marina, Donald Duart MacLean, figlio di un ministro liberale (fu lui a passare ai sovietici i documenti che permisero loro di mettere a punto la bomba atomica sperimentata nel 1949), John Cairncross, l’unico vero proletario del gruppo, il cui rozzo accento scozzese lo teneva lontano da sofisticati circoli aristocratici, e sir Anthony Blunt, appunto.

Nessuno dei cinque fu mai sottoposto a processo perché, a parte Blunt, tutti riuscirono a riparare in Unione Sovietica dove furono accolti da eroi. A Blunt, seppure reo confesso, il governo concesse, in cambio di collaborazione, totale immunità e il mantenimento di tutti i privilegi accademici, nobiliari, compreso quello di consulente della Regina. Un accordo a dir poco stravagante di cui, a tutt’oggi, non si conoscono i termini, anche se le voci (autorevoli) che si rincorrono da allora danno per “altamente probabile” che Blunt avesse in mano documenti tali che avrebbero potuto arrivare a infangare la monarchia, e creare una vera e propria crisi istituzionale. 

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Tutto risale, probabilmente, a una sua missione in Germania nel 1945, appena dopo la sua nomina a curatore della collezione privata dei dipinti di Casa reale. Su diretta richiesta di re Giorgio VI, Blunt fu spedito al castello di Friedrichshof, nei pressi di Francoforte, apparentemente per recupere delle lettere scritte dalla regina Vittoria alla figlia primogenita, l’imperatrice Federica, moglie di Federico di Prussia, e lettere della Regina Mary ai suoi parenti tedeschi. 

Questo era il pretesto. La missione vera era un’altra. Esisteva il forte e motivato sospetto dell’esistenza di lettere e documenti che avrebbero provato, nero su bianco, le simpatie filo naziste del fratello del re, l’ex sovrano Edoardo VIII, declassato a Duca di Windsor per aver abdicato per sposare la divorziata americana Wallis Simpson, già amante del conte Galeazzo Ciano, futuro genero di Mussolini, e del Ministro degli esteri del Reich, Joachin von Ribbentrop. Documenti che avrebbero dimostrato un accordo fra Hitler e il Duca di Windsor che, se e quando i tedeschi avessero invaso l’Inghilterra, sarebbe stato rimesso sul trono. L’ipotesi più accreditata è che Blunt avrebbe tenuto per sé alcuni di quei documenti, e con quelli ricattasse il governo e la Corona.

Blunt fu smascherato grazie a un’inchiesta condotta dal giornalista Andrew Boyle nel corso delle ricerche per un suo libro sulle spie di Cambridge (uscirà col titolo: The Climate of Treason, Hutchinson & Co, 1979). Boyle era al corrente delle voci che giravano intorno al nome di Blunt, ma non riuscendo a trovare delle prove conclusive, nel libro, il traditore viene indicato col nome di “Maurice” (dal titolo del celebre romanzo di E.M.Forster). A ridosso dell’uscita del libro cominciarono, sulla stampa, le prime indiscrezioni, le prime domande imbarazzanti su chi fosse Maurice, era, forse, Blunt? L’allora Primo ministro, signora Thatcher, messa alle strette, fu obbligata a informare il Parlamento – riunito in seduta straordinaria, il 21 novembre 1979 – che, sì, sir Anthony era una delle spie di Cambridge, e che, sì, i governi che l’avevano preceduta gli avevano garantito l’immunità in cambio di collaborazione, e che, sì, sarebbe stato privato del titolo nobiliare, costretto a dimettersi dalle prestigiose istituzioni culturali che dirigeva e, neanche dirlo, abbandonare l’incarico di curatore della collezione d’arte della regina. Blunt, l’intoccabile, era divenuto un pària.

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«Odio il telefono, la Brexit e Trump»

La corrispondenza di le Carré, in questo Vita privata di una spia – in cui si apprende anche che odia il telefono e non sa battere a macchina – arriva a coprire il periodo della Brexit («Un suicidio economico montato da ciarlatani»), l’elezione di Trump alla Casa Bianca e l’inizio della pandemia. «La mia risposta allo scenario politico è veemente», scrive al giornalista e romanziere tedesco Yassin Musharbash. «Odio la Brexit, odio Trump, temo l’ascesa del fascismo bianco, ovunque, e prendo questa minaccia molto sul serio; tra i nostri pseudo-dittatori, il desiderio di conflitto dilaga». 

E all’amico Bernhard Docke ribadisce: «Siamo devastati e ci vergognamo profondamente per la Brexit, e non riusciamo ancora a credere che non ci sia modo di tornare indietro. Che patetico cocktail di illusioni perdute e false speranze». E ancora: «Al momento preferirei essere olandese, tedesco, francese, o anche polacco, piuttosto che un inglese soggetto a questo vero e proprio dileggio cui siamo sottoposti. Siamo stati traditi da una manciata di avventurieri sciovinisti e mitomani imperialisti, sostenuti da parecchio denaro di dubbia provenienza».

In una lettera del luglio 2018, indirizzata all’amico William Burroughs (non quel Burroughs) scrive: «Se fossi nella posizione di Putin, saprei come gestire Donald Trump come pedina. Non ho dubbi che lo abbiano in pugno, e probabilmente potrebbero farlo saltare quando ne avessero voglia, ma credo che per loro sia molto più divertente alimentare le sue contraddizioni e contribuire al caos. Non serve avere in pugno Trump come agente. Basta lasciarlo correre».

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E al giornalista David Greenway (25 novembre 2020): «La mia opinione personale è che Trump si avvelenerà con la sua stessa dottrina nauseante, e sarà smascherato dai procedimenti legali che lo attendono. Anche noi abbiamo un leader ridicolo [Boris Johnson] che se ne frega della legge, delle conseguenze o del parlamento. Il fatto che sia un etoniano di studi classici è straordinariamente irrilevante. È un burino etoniano, un trumpista fatto e finito. Trump ha preparato la strada per le cose peggiori che stanno accadendo adesso nel mondo, dall’Europa orientale al Medio Oriente».

Pochi giorni dopo aver spedito questa lettera, le Carré, che stava lavorando a un libro dal titolo provvisorio di The George Smiley Years, cadde a terra e una settimana più tardi gli venne la febbre. L’8 dicembre, pur protestando che aveva da fare, accettò con riluttanza di farsi ricoverare. L’ultima e-mail inviata dall’ospedale, dal suo i-Pad, fu per il suo agente, Jonny Geller: «Grazie di tutto», scrisse. «Hai fatto un lavoro fantastico. Ho imparato ad ammirarti moltissimo come amico e come agente». Poi più niente.

Il 12 dicembre le Carré moriva di polmonite. Due mesi prima, grazie alle sue radici irlandesi (sua nonna materna, Olive Wolfe, era nativa della contea di Cork), aveva ottenuto la cittadinanza irlandese e il tanto sospirato passaporto rosso dell’Unione Europea. In c**o alla Brexit.

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