Mari e monti (1) | Sulle strade degli Appennini

15 Luglio 2022

È la geografia che segna le strade e quando segna le strade finisce per segnare anche la storia…” 

“… il senso delle cose che stiamo facendo e del libro che verrà, un viaggio attorno ai fiumi e alle valli dell’Appennino bolognese per raccontare quanto anche la storia di questi luoghi ci appartenga, faccia parte di noi tutti, da qualunque paese o città si provenga.

Le strade, le valli, i fiumi, le pietre vale dire cos’altro se non ciò che ha determinato la storia profonda degli Appennini?

È questo il punto di vista di Alessandro Vanoli (storico che ha insegnato in diversi atenei, saggista e divulgatore) in Pietre d’Appennino, a piedi sulle strade che raccontano la storia, Ponte alle Grazie, 2021. 

Una tesi la sua, da inseguire per scrivere un libro certamente, ma che forse può essere immaginata come un punto minimo essenziale, una sorta di baricentro culturale che aiuti a capire qualcosa sulla crisi dell’area appenninica e più in generale delle aree interne nel nostro paese. 

Ma prima, solo il tentativo di dare un po’ di ordine.

Una crisi quella dei territori appenninici che ha ormai settant’anni e che solo recentemente è diventata consapevolezza politica, attraverso la ricerca di risposte più o meno immediate così come di timide strategie a lungo termine. 

In mezzo a queste diverse prospettive temporali, la vita di persone e comunità che hanno visto progressivamente restringersi il loro orizzonte economico, demografico, quello all’accesso dei servizi di cittadinanza, di partecipazione alla vita generale del paese. In cambio, per la gente degli Appennini e sull’orizzonte di un ipotetico benessere complessivo, c’è stata una vita condotta in territori sempre più “naturali”, in cui i parchi di ogni tipo diventano spesso attrazione per pochi, vanto culturale e civile ma che non ha mai restituito nemmeno l’equivalente della “povera e diffusa ricchezza” di settant’anni fa. Brutalmente gli Appennini – bellissimi e caoticamente rinselvatichiti (un caos naturale che è omaggio e conseguenza allo spopolamento come alla seconda legge della termodinamica) – continuano a svuotarsi di gente e nel loro complesso sembrano essere sempre più poveri.

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Tra i tentativi di rispondere su un piano strategico e operativo c’è l’opera meritoria della casa editrice Donzelli di cui L’Italia lontana, una politica per le aree interne (a cura di S. Locatelli, D. Luisi, F. Tantillo) è solo l’ultimo tassello per una riflessione sulle politiche attive sul territorio 

È di altro genere invece la risposta più emotiva ed eterogenea, quasi narrativa per così dire, che con sfumature diverse celebra, rimpiange e discute su cosa siano i paesi oggi, in un mondo che ha di fatto abbracciato la città, la sua economia e i suoi modelli. Una narrativa spesso contaminata da malinconia e comunque da un’estetica fors'anche necessaria nel comunicare l’impellenza di un sentimento e una visione, entrambi “belli” per i lettori e una “genia” di turisti illuminati, che può essere solo qualcosa di consolatorio per i residenti ma che non cambierà i termini del problema. Sono diversi ormai i libri su questo filone, tra gli ultimi Infinito restare edito da una giovane casa editrice, Radici edizioni, e scritto da Savino Monterisi.

Nell’insieme è comunque una paesologia di diverse forme, una poetica degli Appennini a cui non credo sia secondario il fattore anagrafico, in particolare di una generazione – i nati cioè all’incirca dagli anni 50 ai primi anni 70 che in qualche modo hanno potuto vivere il passato e il presente degli Appennini, – che ha sguardi acuti e al tempo stesso legati a una condizione esistenziale di passaggio tra epoche diverse, che è poi anche la mia.

È un po’ il sentimento e il privilegio di cui lucidamente scriveva Pier Paolo Pasolini a proposito di altri panorami e trasformazioni:

O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta…”

Ma quel sentimento… quella poetica da sola non bastano.

Dicevamo delle strade e delle pietre del libro di Vanoli. qui lo sguardo sulla montagna appenninica è differente. È quello di uno storico che nel camminare “fa dialogare” con semplicità storia e geografia in quel tempo profondo dove si celano indiscutibili verità. 

Come quando, in ciò che corrisponde all’attuale territorio del comune di Marzabotto, Vanoli fa rivivere qualcosa dell’antica città etrusca di Kainua “fondata nel V secolo a.C. al termine dei valichi Appennino è diventata presto un fondamentale punto di collegamento tra il sud e il nord, tra l’Etruria padana e quella tirrenica ... sono le vie del mare infatti quelle che portano in città anche i prodotti della Grecia … che hanno mescolato uomini e donne, antiche divinità, prole e miti”.

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O come quando a Sasso Marconi, la toponomastica permette una digressione sul camminare a piedi, per poi da lì passare all’invenzione della moderna velocità ad opera del treno, alla conseguente necessità di un orario non ambiguo su grandi distanze, e dunque all’ “invenzione” dei fusi orari grazie al radiotelegrafo…

Benvenuti nella modernità, Marconi appunto 

È un libro che si potrebbe leggere in spiaggia, se non parlasse di montagne, o certo al tavolino di un caffè. Lo sguardo e i pensieri sono quelli del camminatore dove il camminare – attività insieme ansiolitica e stimolante – ci porta a spasso nella geografia e nella storia; sono riflessioni, fatte con leggerezza, che aprono a quelle del lettore. Volutamente è più la voce di un testimone che quella di un maestro ed è altrove la ricerca di una qualche poetica. 

Testimone su strade calpestate a piedi, anche quelle scomparse, come quelle della civiltà della castagna incontrata nei pressi di Pavana… “Qui si campava di castagne e questo era uno dei tanti percorsi che gli uomini facevano per portarle al paese…. il bosco da guardare come fosse la tua casa, meglio come il tuo giardino”.

Le castagne un tempo sino state parte della dieta mediterranea, certo quella estrema ai confini della montagna ma a cui altre regioni come la Liguria e l’alta Toscana sono state aggrappate per secoli; non sono forse il castagnaccio e certe paste a base di farina di castagne una presenza ancora comune anche su molte coste e città?

Guardando dalla finestra un pezzo di montagna ligure, il mare lontano poche centinaia di metri: sui fianchi di quella prima montagna a partire dalla costa ci sono le crêuze (sì quelle della canzone di Fabrizio De André, oggi rare, cancellate dalla cementificazione). Bene è alle crêuze che si deve la variante ligure dell’alimentazione mediterranea con le risorse del mare, degli orti e degli oliveti tenute assieme da quelle mulattiere che tutto collegavano e facevamo vivere.

Le strade dunque come possibile lettura; le strade, quelle che su tutto l’Appennino oggi sono state rese irrilevanti da quando la contemporaneità si è trasferita altrove e in basso mentre la mobilità è diventata quella delle ferrovie, delle autostrade, degli aerei. 

Tornando ancora alle parole di Alessandro Vanoli e al senso profondo di una verità che è lì fuori, basta saperla guardare: “È la geografia che segna le strade e quando segna le strade finisce per segnare anche la storia”.

Perché sulle strade passano l’umanità, le merci, il cibo inevitabilmente anche l’economia e la storia di un territorio.

Negli Appennini, iniziamo a “chiudere” quasi tutte le strade settant’anni fa, quando quella lunga catena montuosa improvvisamente diventa un ingombro geografico; l’economia, la demografia, le strade, su tutto cala progressivamente il silenzio: da allora un destino positivo è ancora da riscrivere. 

Comunque sia, sarà ancora tra storia e geografia, vicino o lontano da quelle pietre.

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