1944: l’estate partigiana di Nuto Revelli

Nell’ambito della programmazione culturale 2021 del Polo del ‘900 Dove portano i Venti. Crisi, transizioni, opportunità del nuovo decennio, la Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci propone e coordina il progetto integrato Archivi con-nessi. Un progetto di valorizzazione dello straordinario patrimonio archivistico e bibliografico degli enti partner del Polo del ‘900, che prevede la pubblicazione sull’Hub 9centRo di percorsi tematici multimediali connessi. Le risorse presenti sull’Hub, le pubblicazioni disponibili sul Catalogo del Polo Bibliografico della ricerca, le fonti esterne di approfondimento (voci di Wikipedia, bibliografie online, video), con l’aiuto di storici, archivisti, bibliotecari e ricercatori confluiranno in un ecosistema informativo a più livelli di approfondimento. 

Il testo di Giuseppe Mendicino che qui presentiamo, nato dalla collaborazione fra Polo del ‘900 e Doppiozero, è una rielaborazione dal suo Nuto Revelli. Vita, guerre, libri (Priuli & Verlucca, 2019), effettuata a partire dai materiali presenti nel percorso “Resistenza e Liberazione” (consultabile qui).

 

Partigiani in posa, estate 1944 ca.


Il 10 giugno 1944 Nuto Revelli assume il comando della brigata di Giustizia e Libertà dislocata tra le Valli Vermenagna e Roia, e guida azioni di sabotaggio dirette a tenere impegnata una gran quantità di truppe tedesche.

La brigata è stata da poco denominata “Sandro Delmastro”, dal nome del comandante partigiano di GL ucciso due mesi prima a Cuneo. Primo Levi, amico e compagno di escursioni alpinistiche prima della guerra, lo ha ricordato in Ferro, uno dei suoi racconti più belli. Anna, la fidanzata di Revelli, ne aveva visto il corpo esanime, lasciato a lungo sul selciato come monito.

 

L’estate inizia con un’altra perdita dolorosa, l’amico Pietro Bellino: dopo aver fatto parte del primo nucleo partigiano di Revelli, era divenuto comandante della 20a brigata GL in Val Grana; catturato dai tedeschi, è fucilato il 5 luglio a Piozzo.

Di quell’estate è rimasto un ricordo, una fotografia che Nuto terrà sempre appesa nello studio: un giorno di «visita parenti» presso la base partigiana di Entracque. L’immagine è sfocata ma si distinguono bene lui e Anna che si guardano con tenerezza, la sorella Teresa e il padre Ermete, in un completo giacca e cravatta che sorprende in quel contesto montano e ribelle. 

Revelli non dimenticherà mai il gusto della libertà di quei giorni: 

 

In montagna mi sentivo libero; tutto il resto era occupato dai tedeschi e dai fascisti, in basso c’era il terrore. Con un Thompson sulla spalla mi sentivo il padrone del mondo, ho respirato degli attimi di libertà che non ho mai più respirato in vita mia. Nei momenti in cui facevo una marcia di trasferimento, da solo o con il mio portaordini, ero il padrone della montagna e del mio destino.

 

Nella seconda metà di agosto i tedeschi si preparano a sferrare un forte attacco in Valle Stura, una zona di grande bellezza naturale, costellata di lariceti e di piccoli laghi, con le montagne sovrastanti che sembrano fatte apposta per vigilare il passaggio nel vallone. L’attacco è finalizzato a distruggere le forze partigiane ma soprattutto a tenere aperta e sicura la via di transito verso la Francia, attraverso

il Colle della Maddalena. I reparti della 90ª Panzergrenadierdivision hanno il compito di superare velocemente il passo e di unirsi alle truppe tedesche in ritirata dalla Francia, aiutandole a sganciarsi dagli attacchi americani per poi costituire, insieme, un fronte difensivo dispiegato da Mentone alla catena alpina.

 

Nuto Revelli, settembre 1944.


In quel momento difficile, a Nuto Revelli viene affidato il comando della brigata “Carlo Rosselli”, composta da poco più di 600 uomini, che presidia la valle. 

 

La scelta del nuovo comandante della brigata è motivata dalla certezza che l’uomo ha l’esperienza e la solidità necessarie per fronteggiare ogni difficoltà o problema di ordine militare (Walter Cundari).

 

Revelli è consapevole dell’importanza di rallentare l’avanzata tedesca; respinge quindi la richiesta di libero passaggio, in cambio della rinuncia ad atti ostili verso popolazione e partigiani, posta tramite il parroco di Vinadio, e predispone una difesa elastica, veloce nei ripiegamenti e nei contrattacchi. Nessun presidio rigido, che non avrebbe scampo contro l’artiglieria e i mezzi pesanti degli avversari, ma azioni di guerriglia, ben più efficaci. Nel piccolo borgo di Pianche ha luogo lo scontro più duro, con i tedeschi che vengono sorpresi dal fuoco di infilata dei partigiani e rimangono bloccati per alcune ore. Seguiranno la distruzione dei ponti tra Pianche e Sambuco e tra Pianche e Bagni di Vinadio.

 

Gli alleati partecipano ai combattimenti con interventi aerei indirizzati da un agente inglese precedentemente paracadutato in valle, il capitano Andrew Flygt, incaricato di una missione di collegamento tra la brigata Rosselli e il comando angloamericano. Revelli impegna il nemico compiendo una lenta ritirata tra le montagne, mantenendo in quota il grosso della formazione. I tedeschi riusciranno ad arrivare al Colle solo dopo dieci giorni di combattimenti, rallentati da ponti e strade interrotte e subendo perdite di uomini e materiali bellici.

Se la 90a Panzergrenadierdivision si fosse congiunta più velocemente con le truppe tedesche dislocate nel sud della Francia, il contrasto all’espansione degli alleati sarebbe stato più efficace e sanguinoso. A Sant’Anna di Vinadio, Nuto e gli altri comandanti decidono di sfoltire la brigata: sono stretti al confine con la Francia, hanno la necessità di muoversi con rapidità e dispongono di scarse risorse. I migliori e i più determinati restano, i più deboli e gli incerti sono invitati a tornare ai loro paesi. La brigata si riduce così a 250 uomini.

 

Revelli vorrebbe posizionarla in Italia, fra le montagne, ma a maggioranza decidono di spostarsi in territorio francese, continuando a combattere in sinergia con i comandi alleati. La brigata giunge a Isola nella Valle della Tinée, dove combatte contro i tedeschi, scesi dalla Valle di Ciastiglione (dal 1947 territorio francese con il nome di Val de Chastillon).

I francesi hanno mire espansionistiche sul territorio italiano, e non hanno dimenticato il «colpo di pugnale alle spalle», l’aggressione del giugno 1940; vorrebbero quindi aggregare i partigiani ai loro reparti. Chi ha assaporato la libertà dopo lunga oppressione, non è però disponibile a sottomettersi a un’autorità straniera, e la brigata decide di restare libera, autonoma e italiana.

 

Nuto Revelli (primo a sinistra) durante le riprese del documentario “Le prime Bande” (ANCR - Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza).


Il 14 settembre la brigata “Rosselli” riceve l’ordine di dislocarsi il giorno dopo a Belvedere in Val Vésubie. La situazione è densa di incertezza, si preannunciano giorni di attacchi e contrattacchi, con i confini del fronte in continuo cambiamento.

Il 19 settembre avviene uno scontro a fuoco che avrà tragiche ripercussioni e che, per gli avvenimenti conseguenti, sconvolgerà la vita di Nuto Revelli.

L’azione è predisposta dal capitano Flygt d’intesa con il comando dei paracadutisti americani: si tratta di attaccare le postazioni tedesche, in unità di azione con una pattuglia americana, in località La Bollène, sotto il colle di Turini. Nell’azione sono coinvolti Nuto Revelli, Dante Livio Bianco, Walter Cundari, e altri cinque partigiani, tra questi l’infaticabile Giuseppe Scagliosi che insiste per partecipare nonostante il ruolo di medico della brigata lo impegni pesantemente.

Il camion con i partigiani, preceduto dalla Jaguar del capitano Flygt, si dirige verso La Bollène. Una volta arrivati, si avviano a piedi verso le linee tedesche, che raggiungono dopo due ore di salita nel bosco. In prossimità di una radura qualcosa insospettisce Revelli: ha appena il tempo di ordinare «Via!» che arrivano i colpi di un mitragliatore tedesco. È un’imboscata. Si accorgono di essere circondati.

 

Siamo salvati da Nuto Revelli e Livio Bianco che fanno la differenza, e con il loro coraggio riescono a contenere l’assalto. Sparano con il loro Thompson e cercano di portare in salvo il dottor Scagliosi, rimasto colpito al femore e impossibilitato a rialzarsi. 

 

Così descriverà lo scontro Walter Cundari. Il racconto coincide con quello di Revelli:

 

Sono al fianco di Scagliosi: Livio Bianco, superati i primi reticolati spara con il suo Thompson sui tedeschi che incalzano da tutte le parti. Trascino Scagliosi per pochi metri, poi sparo disperatamente. Mi trovo Livio Bianco al fianco: è tornato avanti, ha superato i reticolati, afferra Scagliosi e lo trascina faticosamente, dritto sotto un

inferno di fuoco. Ci difendiamo a bombe a mano, riusciamo a superare la prima fascia di reticolati: Scagliosi è ancora con noi, Livio lo trascina, ostinatamente.

 

Mentre si ritirano, a una biforcazione purtroppo il capitano Flygt prende il sentiero sbagliato e il gruppo si dirige verso il comando tedesco che, allarmato dagli spari e dagli scoppi delle bombe a mano, ha inviato una pattuglia. Segue una nuova sparatoria, i proiettili grandinano sul terreno e sugli alberi, il capitano Flygt urla di dolore, è stato ferito allo stomaco. I partigiani si disperdono e fuggono, Scagliosi urla a Nuto e Livio di abbandonarlo per non cadere anche loro uccisi o prigionieri.

A sera, uno dopo l’altro riescono ad arrivare alla chiesetta fuori dell’abitato di La Bollène, avamposto dei paracadutisti americani. Ma Flygt e Scagliosi sono rimasti nelle mani dei tedeschi. Revelli si dispera: Scagliosi, oltre ad essere il medico della brigata, è un caro amico e ha sposato la sorella della fidanzata di Nuto. 

 

 

Revelli rimane profondamente colpito dal comportamento di Livio Bianco durante il combattimento: a un certo momento questi era ormai distante e al riparo ma, accortosi che Revelli e Scagliosi erano rimasti indietro e stavano per essere sopraffatti, era tornato di corsa, sparando raffiche contro i tedeschi e cercando di portare via il ferito.

«Dopo Turini, Livio è per me un fratello», scriverà Nuto nell’introduzione al libro di Bianco Guerra partigiana, uscito da Einaudi nel 1973. Nei giorni successivi, non arriva alcuna notizia dei due feriti, e così Revelli e Cundari il 24 settembre partono in moto verso Lantosque e Roquebillières, dove è dislocato il comando americano: l’obiettivo è ottenere l’inserimento di Scagliosi e Flygt in uno scambio di prigionieri.

A una curva però la moto, guidata da Revelli, esce di strada, l’impatto è disastroso. Cundari riporta una frattura frontale che si rivelerà poi guaribile in tempi brevi, Revelli invece è gravissimo, si rialza per qualche istante e poi sviene: il viso ha sbattuto con violenza su una piastra di mortaio a lato della strada, ed è completamente devastato.

 

A venticinque anni il suo giovane volto è distrutto, non ritroverà mai più lineamenti e forme regolari. E il tutto inutilmente: subito dopo la fine della guerra infatti, Revelli e Cundari torneranno a Turini e, da un prigioniero tedesco addetto a sminare la zona, verranno a sapere che Flygt era stato curato e poi inviato in un lager in Germania, Scagliosi invece era stato prima malmenato e poi lasciato morire dissanguato, dopo una lenta agonia. «Era solo un terroristen, nessuna cura» disse il tedesco.

Erano tempi in cui poteva esserci pietà per un prigioniero inglese, non per un partigiano ferito.

 

Nota bibliografica

 

La citazione di Nuto Revelli è tratta da Le prime bande (1984), il documentario diretto da Paolo Gobetti e prodotto dall’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza in collaborazione con la cooperativa “28 dicembre” (visibile qui); mentre quelle di Walter Cundari, rispettivamente, dai suoi articoli L’attacco tedesco nell’agosto 1944 in valle Stura: l’azione difensiva della brigata GL Carlo Rosselli e suo passaggio in Francia (apparso nel 1993 sul n. 43 di “Il Presente e la storia”) e Turinì (pubblicato in “Resistenza”, anno VII, giugno-agosto 1953).

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