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Abitare le scuole

Guardo e riguardo da alcuni giorni il rendering diffuso dal Ministero dell’Istruzione e spero sia uno dei tanti scherzi che appaiono in rete da qualche mese. Ogni bambino inscatolato in una mini-stanza di plexiglass, seduto diligentemente al suo tavolino, ben vestito e concentrato. Provo ad allargare lo zoom e vedo venti stanzette simili, ben allineate seguendo una scacchiera regolare, tutte orientate verso la professoressa/maestra e la lavagna. Un vero incubo! Cento anni di pedagogia sperimentale in cui l’Italia ha dato un discreto contributo grazie a Maria Montessori, Lorenzo Milani, Mario Lodi e Reggio Children che vanno immediatamente in fumo. Tutte le recenti teorie pedagogiche che parlano di allargamento della vita comunitaria e relazionale, dell’annullamento della seduta fissa e obbligata, della possibilità per ogni alunno di esprimersi con la mente e il corpo, di un dialogo differente tra docenza e allievo, tutte queste belle visioni che stavano cercando di riplasmare i nostri vetusti edifici scolastici, si polverizzano a causa del covid-19 ma, soprattutto, di un disarmante ritardo culturale della commissione istituita dalla ministra Azzolina.

 

Francesca Cirilli, Torino Fermi esterni 25.


Ve lo immaginate uno dei tanti asili pubblici di Reggio Emilia trasformato in un pollaio di scatolette di plexiglass? Possiamo veramente credere che tutto si risolva con una schermatura trasparente, dal costo insostenibile e che, tra qualche anno, dovremo anche cercare di riciclare? 

Le scuole sono nate intorno a spazi liberi, spesso corti o giardini, in cui la comunità degli allievi e dei maestri (qualsiasi grado di età e cultura avessero) si riuniva per il confronto, lo scambio e la costruzione di un patto tra persone libere unite dalle parole, la conoscenza, il gioco e il rispetto reciproco. E tutto il ‘900 è stato un incredibile laboratorio di sperimentazione e ricerca in cui il progetto dello spazio si affiancava alla visione pedagogica e al tentativo di attivare negli studenti un forte senso di comunità e cittadinanza che costruisse frammenti utili di un futuro migliore. Per questo le scuole sono, con la libera stampa, una delle realtà più temute e controllate da ogni forma di regime autoritario. Perché spazio e una giusta forma di educazione costruiscono cittadini critici e liberi. Si tratta di una storia che vale la pena tratteggiare per ricordarci da dove veniamo e che importanza hanno avuto le scuole nella costruzione della nostra civiltà contemporanea.

Esiste un edificio scolastico che in Italia rappresenta uno spartiacque con le tradizioni passate e l’avvento della modernità. In via Galvani, poco distante dall’area in cui sarebbe sorta la Stazione Centrale, Camillo Boito progetta una scuola elementare. Siamo nel 1884 e Milano sta entrando prepotentemente nel novero di quelle città europee di media dimensione che puntano a una modernizzazione potente di ogni ambito della vita pubblica, dall’elettrificazione delle strade passando per le fiere, stazioni, ospedali ed edifici pubblici.

 

La scuola è progettata con un’impostazione semplice e razionale: due ingressi posti ai poli opposti per ragazze e ragazzi, un sistema di corridoi che si affacciano su strada e che distribuiscono alle aule, mentre al piano terra le funzioni pubbliche sono organizzate con grande chiarezza. Questo edificio corrisponde all’esordio di modelli educativi che guardano agli esempi già attivi in Nord Europa e insieme il suo linguaggio, impostato su una rilettura elegante del romanico lombardo, offre l’immagine di un edificio solido, calmo e i cui valori si ricollegano al pragmatismo borghese di una città che sta cambiando il proprio destino.

A distanza di quasi 150 anni, sorge l’Istituto Superiore “Hannah Arendt” di Bolzano, il primo edificio scolastico ipogeo costruito in Italia. 

Istituto Superiore “Hannah Arendt” di Bolzano.

 

Il progetto sviluppato dallo studio CL&AA Claudio Lucchini si presenta per assenza: una grande superficie vetrata orizzontale circondata da un giardino che rispetta la massa del prospicente ex Convento dei Cappuccini ormai parte dell’impianto scolastico.

La decisione coraggiosa di lavorare sotto terra ha spinto gli autori a trasformare i problemi come la potenziale mancanza di luce, l’umidità e il mantenimento di una diffusa qualità ambientale, in un tema formale e tecnico.

Tre piani sotterranei su cui si affacciano nove aule e sei laboratori, un giardino d’inverno e un ulteriore piano tecnico compongono questo mondo sotto quota zero che ruota intorno a una grande corte centrale illuminata dal lucernario principale. Per godere di tutta la luce naturale le aule dispongono di pareti vetrate che guardano sullo spazio comune e questa trasparenza diffusa genera un interessante dialogo visivo tra le diverse anime e attività della scuola.

Emerge un’immagine diversa di modello scolastico, e una strategia urbana che punta a ridurre l’impatto delle nuove costruzioni sperimentando strade alternative per i nostri territori.

Nello stesso anno, a migliaia di chilometri di distanza Thomas Heatherwick, uno dei progettisti inglesi più visionari, realizza un altro edificio sperimentale per l’apprendimento.

Il Learning Hub, disegnato per la Nanyang Technologogical University di Singapore, è una sfida al nostro modo di pensare gli edifici scolastici.

 

Learning Hub, disegnato per la Nanyang Technologogical University.


Non è organizzato secondo una gerarchia rigida; non è strutturato seguendo la linea di aule e corridoi; non cerca facili relazioni con il contesto.

Tutto il progetto è concentrato sulla possibilità di immaginare un’architettura che ripensi radicalmente il modo di lavorare all’interno dell’università.

L’opera si presenta come intervento pilota per la trasformazione dell’impianto di questa importante università asiatica che ha deciso di riformare la sua identità partendo proprio dall’architettura.

L’edificio di Singapore si presenta come un fascio di torri semicircolari, organiche e in cemento a vista, legate tra di loro da una corte interna che si apre progressivamente verso il cielo. Le forme sono dettate dalle aule che si aggregano a grappolo lungo ogni piano affacciandosi sui ballatoi interni. Nuovi ambienti sociali e unità didattiche temporanee condizionano il disegno di questo spazio introverso e instabile che si rispecchia nelle continue vetrate che fanno da protezione trasparente delle attività che si susseguono nelle aule.

La relazione tra progetto di architettura e ricerca di nuovi modelli educativi è una costante nella nostra cultura moderna. Quando Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti e cultore di Palladio, disegna il primo schema del campus dell’Università della Virginia a Richmond, avvia un’avventura sociale, culturale ed economica che avrà effetti non solo sul sistema universitario americano ma su tutto il nostro immaginario occidentale.

Il modello della villa veneta, con un corpo centrale e due ali di edifici più bassi posti simmetricamente, diventa la base per immaginare un sistema comunitario inedito che guarda alla scuola come a un frammento aperto di paesaggio distante dalla città. Fino a quel momento le università erano costruite nel cuore delle loro città, come a Padova, Parigi e Bologna, oppure arrivavano a diventarne il centro come per Oxford e Cambridge. Oppure le scuole erano collegate a edifici religiosi come per molti dei complessi monastici europei o per le madrase islamiche affiancate alle moschee. Comunque gli edifici scolastici hanno sempre avuto un ruolo aggregante all’interno delle loro comunità urbane e progressivamente l’idea che lo spazio potesse influenzare il modo di apprendere, pensare ed educare si fece sempre più diffuso e consapevole nel pensiero degli educatori e dei progettisti. Lo studiolo rinascimentale è un altro dei riferimenti obbligati dove la seduta, il piano di lettura, l’attigua libreria, la caduta della luce naturale, la scelta di colori e materiali si combinano in un unico spazio capace di stimolare i pensieri del loro fortunato proprietario.

La grande sfida che emerge con la metropoli borghese e operaia del XIX e XX secolo è quella di portare i benefici di una educazione elitaria a una massa crescente di persone trasformando l’edificio scolastico in uno dei monumenti civili privilegiati dall’architettura moderna. La scuola diventa un laboratorio progettuale eccezionale in cui modelli educativi, tensione politica e sociale, uso dei materiali moderni si combinano in una serie di varianti che farebbero da sole una Storia particolare dell’architettura del secolo appena trascorso.

Potremmo provare a identificare alcuni filoni di quest’avventura attraverso alcune delle opere più significative che rappresentano i fondamenti e i modelli di quanto si sta continuando a progettare oggi.

La Bauhaus disegnata da Walter Gropius a Dessau è uno dei tentativi più estremi di fondere in un unico sistema educazione, produzione e vita in comune. Il modello della fabbrica trasparente e razionale diventa il punto di partenza per dare forma a una delle icone del Movimento Moderno oltre che a diventare un simbolo di un modo nuovo di pensare l’idea di scuola che influenzerà altri campus come quello di Ulm disegnato da Max Bill nel secondo dopo-guerra.

 

Bauhaus disegnata da Walter Gropius a Dessau.


Da queste geometrie rigorose comandate dalla tecnica e dall’ortogonalità possiamo fare derivare il progetto di Mies van der Rohe per l’ITT di Chicago e, a seguire, il complesso scolastico di Hunstaton opera prima degli Smithson realizzata nel sud dell’Inghilterra e vero e proprio manifesto di un’architettura che voleva tornare ai fondamenti della modernità.

L’idea che la scuola dovesse essere immaginata come un corpo puro, trasparente in cui la luce naturale e il giusto orientamento degli spazi rendesse ottimale l’insegnamento e la qualità di vita degli studenti diventa una delle colonne portanti del modo di pensare scuola nel ‘900.

La Scuola all’Aria Aperta ad Amsterdam disegnata da Jan Duiker e Bernard Bijovet nel 1927 è un’altra dichiarazione radicale di principio architettonico ed educativo. Posta all’interno di un isolato tradizionale, questo corpo di fabbrica disegnato seguendo l’asse eliotermico pone la necessità di una relazione continua tra interno ed esterno, dove la forma delle aule è organizzata per metà all’aperto. Un cuneo di acciaio, quadrato perfetto organizzato sulla sua diagonale, costruito di vetro e cemento, è una straordinaria provocazione e ancora oggi è il manifesto di un’idea di scuola che guarda alla centralità della vita comunitaria e alla salute fisica e mentale della sua popolazione.

Come l’edificio olandese in questo stesso periodo storico possiamo contare l’asilo Sant’Elia di Giuseppe Terragni a Como (1936-37), l’asilo Olivetti a Ivrea di Figini e Pollini (1939-41) e, subito dopo la guerra, la scuola materna di Giuseppe Vaccaro a Piacenza (1953) dove la relazione con lo spazio esterno, l’orientamento e la corretta organizzazione degli spazi educativi ogni volta genera dei piccoli monumenti civili.

 

Goetheanum progettato a Dornach da Rudolf Steiner.


Un’altra strada è invece rappresentata dal Goetheanum progettato a Dornach da Rudolf Steiner tra il 1924 e il 1928 e ideato per dare forma fisica alle sue teorie antroposifiche. L’edificio completamente in cemento armato si presenta come un frammento grezzo naturale, dai volumi marcati espressivamente che nascondono spazi per concerti, laboratori e luoghi dedicati alla creatività. Siamo all’opposizione della scatola di vetro. La massa muraria riporta a un passato arcaico in cui architettura e Natura sembravano ancora essere collegate, mentre la dimensione didattica guarda al raggiungimento di una dimensione interiore più che a un livellamento democratico degli allievi, ed è forse per questo motivo che questa ricerca non ebbe lo stesso grado d’influenza del primo approccio descritto.

Il secondo dopo-guerra vede un fenomeno politico che ebbe un enorme peso sulla produzione di edifici scolastici. Con la diffusa politica di Welfare State nei paesi occidentali così come nel blocco sovietico, l’istruzione diventa uno degli obbiettivi sociali primari e la realizzazione massiccia di complessi scolastici è una delle tracce più riconoscibili di questo periodo storico. Nella maggior parte dei casi l’uso diffuso della prefabbricazione e di tipologie edilizie standardizzate non ha portato risultati di spessore qualitativo e innovativo dal punto di vista dei contenuti spaziali, ma esistono alcune opere direttamente collegate alle sperimentazioni portate avanti da alcuni membri del Team10 che invece hanno generato degli scarti su cui vale la pena soffermarsi. 

L’orfanotrofio disegnato da Aldo van Eyck nella seconda metà degli anni Cinquanta ad Amsterdam mostra come la ricerca si stia progressivamente spostando dall’oggetto architettonico alla metropoli. Questo edificio pensato “in forma di città” cerca di trasferire la complessità dell’abitare collettivo e urbano in un unico spazio e, contemporaneamente, azzarda un vero salto di scala impostando ogni luogo e oggetto alla misura del bambino.

 

Simone Bossi, Torino 1006.


Siamo in una fase storica e culturale in cui la figura del giovane abitante della scuola diventa centrale e tutto viene rapportato al suo corpo, sensi e mente. In questi anni Marco Zanuso disegna per Kartell la prima serie di mobili per bambini, mentre in Emilia Romagna le ricerche di Loris Malaguzzi riprendono il filo del lavoro appassionante e avanzato di Maria Montessori per dare vita a Reggio Children, uno dei laboratori pedagogici ancora tra i più avanzati al mondo, dove il bambino è considerato come un vero cittadino attivo, un giovane creatore e sperimentatore aperto al mondo.

La ricerca di van Eyck, che si era maturata attraverso il lavoro sui playground di Amsterdam a partire dal 1948, si allinea con quella dei suoi compagni di viaggio del Team10 grazie a un’attenzione alla relazione tra comunità, grande scala e nuovi spazi collettivi.

Nei primi anni sessanta il progetto per la Frei Universitat di Berlino di Candilis, Josic, Woods e Schiedhelm e le prime fasi di costruzione del Campus universitario di Urbino di Giancarlo de Carlo allargano questa riflessione con un ulteriore salto di scala che media ormai tra città e paesaggio.

La scuola è vista ingenuamente come una delle nuove infrastrutture su scala territoriale capaci di controllare la potente metamorfosi del territorio metropolitano. Il progetto di Vittorio Gregotti per l’Università della Calabria della fine degli anni Sessanta ne è un chiaro esempio, ma la sua storia dimostra la fragilità di una visione che non è riuscita a regolare questo fenomeno diventandone anzi vittima.

Sono anni di grande sperimentalità in cui la scuola viene guardata come un’occasione per riflettere sul ruolo dell’architettura come in due casi quasi opposti rappresentati dalla Scuola Elementare di Fagnano Olona (1972-76) e quella di Broni (1979-81) disegnate da Aldo Rossi che diventano occasione di riflettere sulla relazione tra geometrie elementari, volumi astratti e composizione dei corpi di fabbrica.

 

Scuola Elementare di Fagnano Olona.


Mentre nello stesso periodo il lavoro di Guido Canella tra Bollate e Opera testimoniano l’idea di un’architettura come forma civile resistente e politica all’interno dell’informe corpo della periferia milanese.

Il periodo in cui gli stati nazionali hanno concentrato i loro sforzi maggiori in una diffusa politica di Welfare è ormai alle spalle, mentre nei nostri territori urbani il patrimonio scolastico ha subito un progressivo invecchiamento dovuto a un uso massiccio di materiali prefabbricati su cui non era possibile testare l’invecchiamento e al progressivo cambiamento del modello pedagogico-educativo. Gli investimenti sull’edilizia scolare di base si sono ridotti in moltissimi Paesi, mentre nel frattempo è cambiata radicalmente la composizione della sua popolazione grazie al crescente presenza di flussi migratori extra-europei.

Dopo un periodo di stagnazione stiamo ora assistendo a una progressiva rinascita d’interesse verso questo vitale settore della nostra società, per cui in Francia, Germania, Inghilterra e Spagna si è verificata una nuova stagione di progetti che puntano a due elementi primari: la riforma radicale del patrimonio esistente con particolare attenzione al risparmio energetico e all’uso di strategie attive dal punto di vista ecologico e la costruzione di nuovi edifici, differenti per scala a seconda dei diversi contesti geografici e sociali. In questi progetti è ancora più forte l’idea della scuola come luogo di comunità e insieme come spazio capace di accogliere al proprio interno funzioni pubbliche slegate dalle tradizionali mansioni scolastiche.

L’edificio scolastico sta sempre più diventando il nuovo centro civico, spazio che protegge l’educazione dei propri figli e, insieme, che possa essere utilizzato dal vicinato come luogo capace di accogliere, in momenti diversi della giornata, altre figure sociali e necessità della comunità. La scuola è sempre meno il recinto chiuso immaginato dai nostri padri per diventare un frammento urbano attivo. Lo dimostrano i recenti progetti di Modus Architects a Bolzano, così come gli interventi di Giancarlo Mazzanti in Columbia, dove in entrambi i casi gli edifici definiscono una relazione di apertura verso l’esterno nel disegno del piano terra e delle sue funzioni che accolgono spazi per lo sport e sale multi-funzionali.

La lettura della scuola come spazio di comunità, soprattutto in un tempo di crescenti complessità sociali e differenze tra lingue e culture compresenti, vede sperimentazioni interessanti che puntano a un uso intensivo di tutti gli spazi dell’edificio.

 

Skanderborggade disegnato da Dorthe Mandrup.


L’idea del “palazzo in forma di città” viene esplorata ulteriormente come nel caso dello Skanderborggade disegnato da Dorthe Mandrup nel 2006 a Copenaghen dove il tetto viene immaginato come un inedito spazio giochi, soluzione utilizzata negli stessi anni da BIG per alcuni playground disegnati in prossimità di impianti scolastici esistenti. Il tetto continua ad essere uno dei “nuovi” luoghi in cui molti architetti concentrano la propria attenzione pensando anche alla necessità di densificare funzioni pubbliche e di educare all’uso di tutti gli spazi potenziali della città come per la Scuola Montessori nella periferia di Tokyo di Tezuka architect, la casa-scuola-tetto di NLÉ a Lagos o per la recente “Farming Kindergarten” progettata dallo studio vietnamita Vo Trong Nghia nella provincia del Dongnai in Vietnam. 

 

Vo Trong Nghia, Farminh Kindergarten.


In una realtà economica e sociale che sta rinnegando le sue origini agricole sotto la spinta di una feroce crescita urbana e industriale, questo progetto, pensato per ospitare i 500 figli dei lavoratori di una fabbrica di scarpe, diventa un modello educativo attivo e insieme un monito alla perdita di una cultura popolare e diffusa.

Il lungo tetto è stato costruito per ospitare una serie di cinque orti differenti che diventino laboratorio e insieme parco giochi per i ragazzi. Sotto il tetto la struttura è costruita in maniera elementare: una facciata continua di porte-finestre che consentono ventilazione naturale e tre corti comunicanti. L’isolamento termico del tetto verde, il riutilizzo delle acque e l’uso di materiali tradizionali consentono di non avere aria condizionata. 

In Italia in questi ultimi anni al proclama della “buona scuola” sarebbe dovuto seguire una importante stagione di ristrutturazioni e cambiamenti del patrimonio scolastico di cui si sentiva una grande necessità. Ma il grande concorso nazionale indetto per la trasformazione di una serie di edifici scolastici in tutte le nostre regioni non è andato oltre la scelta dei vincitori e uno sforzo, gratuito, enorme di centinaia di architetti italiani ed europei che hanno partecipato in massa a questa consultazione governativa.

Rimangono solo due iniziative che vale la pena citare. La prima svolta a Torino con la collaborazione del Comune insieme alla Fondazione San Paolo e la Fondazione Agnelli per la riforma di due edifici scolastici esistenti in città. Un bando ben costruito da pedagoghi, docenti e amministrazione, un concorso seriamente organizzato, una selezione vera con due vincitori e le scuole inaugurate dopo due anni dal termine dell’operazione. La seconda invece finanziata dalla Enel Cuore Onlus insieme a Reggio Children che ha portato una serie di architetti italiani come Gambardella Architetti e Francesco Librizzi a intervenire su 26 scuole sparse nel territorio attraverso micro interventi a basso costo che cambiassero la natura degli spazi comunitari all’interno delle scuole. La questione Covid19 ha portato ulteriormente al centro la questione del nostro patrimonio scolastico come un tema di emergenza sociale che andrebbe affrontata con investimenti significativi e una visione comune che coordini le azioni nelle diverse regioni. Sarebbe importante utilizzare l’emergenza per avviare un ripensamento di questi edifici che chiedono interventi primari e non pareti di plexiglass.

 

Ormai la scuola è un edificio che si apre sempre di più alle comunità urbane con cui è in contatto e non si può più pensare all’idea di una scuola-recinto separata dal mondo. Più che costruire pareti di plastica che separino, dovremmo pensare a come immaginare diversi spazi inclusivi per la comunità ampia e fragile degli studenti, provenienti da mondi e culture sempre più variegate che hanno bisogno di essere messi insieme per abbattere barriere e incomprensioni. Il Covid19 avrà l’effetto devastante di aumentare le differenze economiche e sociali tra i pochi privilegiati e una maggioranza crescente di persone in difficoltà e la scuola diventerà sempre di più uno dei pochi spazi di comunità equa e solidale nelle nostre città. Per questo è importante ricordare la centralità della scuola nella nostra vita e per il nostro futuro.

È chiaro che non si può pensare di risolvere il problema da qua a settembre, quando i nostri figli torneranno a scuola e in comunità, ma che invece sarebbe importante immaginare una gradualità che porti questo patrimonio diffuso e inadeguato a rispondere a esigenze differenti e molto più complesse. I soldi che dovrebbero arrivare dall’Unione Europea potrebbero servire a quel processo di riforma radicale e ponderata a cui, purtroppo non sembra abituata l’Italia dell’emergenza continua, mentre è di nuove forme di normalità matura di cui abbiamo bisogno.

 

I progettisti, i bravi professori e i pedagoghi di qualità non mancano nel nostro Paese. Ma bisogna creare le condizioni perché questi possano dare un contributo maturo e innovativo a una nuova stagione di edifici scolastici e comunitari.

Investire oggi sulla scuola vuol dire guardare al futuro in maniera diversa puntando a questo luogo come al cuore della costruzione di convivenza sociale e riduzione delle differenze tra culture diverse. Solo così potremo avere nei prossimi decenni giovani cittadini capaci di costruire l’avvenire delle nostre metropoli con una consapevolezza e un senso di civiltà di cui abbiamo molto bisogno.

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Francesco Jodice, Ritratti di classe, Istituto Itsos 1H 2019.