Addio Toni Morrison, regina d’America

Una delle immagini più belle di Toni Morrison la mostra di profilo. La pelle è increspata di rughe, la cascata di capelli grigi trattenuta da un fazzoletto a fiori. Gli occhi schivano l'obiettivo e fissano lontano. Non c'è traccia di sorriso su quel viso, composto in un'autera regalità. Il ritratto, scattato da Kathy Grannan, è apparso sulla copertina del New York Times, quattro anni fa. È una di quelle rare immagini che incollano il soggetto a se stesso, in questo caso a quel mix di intelligenza e impenetrabilità, durezza e civetteria che è stato la cifra della scrittrice scomparsa lunedì sera a 88 anni per le complicazioni di una polmonite. Nei ricordi che da giorni si rincorrono sui social si sfiora nella sua fine quella di un’epoca. “Toni Morrison era un tesoro nazionale”, ha twittato Obama che nel 2012 l’aveva insignita della Presidential Medal of Freedom. “La sua scrittura è una bella e significativa sfida alla nostra coscienza e alla nostra immaginazione morale. Quale dono è stato respirare la sua stessa aria, anche se solo per un po’”. È davvero una stagione storica che se ne va con lei, prima afroamericana a vincere il Nobel per la letteratura. Raccontando nella sua immensa opera l’identità afroamericana, l’impatto devastante del retaggio schiavista e il razzismo che stenta a morire, Morrison ha lottato per quasi mezzo secolo, senza mezzi termini né facili illusioni, contro il pregiudizio e l’ingiustizia. E ha finito per vedere il suo mondo, quello degli ultimi e degli innocenti, quello che nelle sue pagine aveva finalmente trovato ascolto, uscire massacrato dai rivolgimenti della politica. L’elezione di Trump e i micidiali attacchi del suprematismo bianco, di cui fino all’ultimo è stata critica lucidissima e appassionata, hanno mandato in frantumi la speranza che per un breve giro d’anni si era incarnata nel primo presidente nero. La speranza di un’America diversa, capace di guardare al di là del colore della pelle.

 

 

Nella sua lunga esplorazione dell’universo afroamericano, Morrison ha visto in azione i meccanismi del razzismo che percorre il Paese e non esita a nominarli. L’identità nazionale, anzi “la forza unificante” è il colore bianco della pelle, scrive dopo l’elezione di Trump sul New Yorker in un articolo dal titolo che da solo è un programma: “Tutti gli immigrati negli Stati Uniti sanno (e sapevano) che se vogliono diventare veri, autentici americani devono limitare la loro lealtà al paese d’origine e considerarlo secondario, allo scopo di enfatizzare il loro essere bianchi”. Una cittadina italiana o russa che emigri in America, aveva scritto qualche anno prima, “se vuole essere americana – essere conosciuta come tale e davvero essere parte del paese – deve diventare qualcosa di inimmaginabile nella sua terra d’origine: deve diventare bianca. Può piacere o meno, ma dura e ha dei vantaggi e alcune libertà”. Provare per credere, soprattutto al Sud. In termini politici gli effetti sono eclatanti, sostiene Morrison. “Le conseguenze del collasso del privilegio bianco sono così spaventose che tanti americani sono accorsi a una piattaforma politica che sostiene e applica la violenza contro i più deboli. Più che arrabbiata questa gente è terrorizzata, del genere che fa tremare le ginocchia”. L’impegno politico e civile di Toni Morrison è l’espressione più tangibile del suo complesso mondo poetico. L’una non potrebbe esistere senza l’altra e viceversa. Il suo racconto del mondo non aspira a chiudersi in una torre d’avorio ma vuole farsi carne, sangue, vita. Mai come nel suo caso la letteratura parte dalla realtà e lì aspira a tornare. Nella sua lunga carriera Morrison sostiene, con ironia, di aver fatto sempre la stessa cosa. “Leggo libri. Insegno libri. Scrivo libri. Penso ai libri. È un unico lavoro”, spiega a Hilton Als nel 2003. Non è così semplice, ovviamente. Ma rassicura pensare che i libri possano ancora giocare un ruolo così dirompente sulla scena culturale. Nulla nella sua estrazione working class lascia presagire una carriera del genere.

 

Morrison nasce nel 1931 a Lorain, Ohio – una cittadina a 25 miglia da Cleveland. I suoi hanno abbandonato il Sud sulle rotte delle Great migration che a inizio secolo vede molti afroamericani spostarsi al Nord in cerca di condizioni migliori. La madre Ramah è una casalinga dalla mentalità aperta. Il padre George Wofford, originario della Georgia, a 14 anni ha assistito al linciaggio di due vicini e non ama affatto i bianchi. Si arrangia con vari lavori e negli anni della guerra, che per molti afroamericani non arruolati significano posti di lavoro migliori, diventa saldatore alla U.S. Steel. Da lui Toni, che allora porta il nome di Chloe Anthony (lo cambierà perché all’università i compagni stentano a pronunciare Chloe), impara il rispetto di sé e il valore del lavoro ben fatto. E la scrittura, dirà molti anni dopo, è proprio questo: lavoro duro, oscuro e solitario. Cresciuta in un quartiere integrato – fra i suoi vicini ci sono ungheresi, italiani e ebrei – il futuro Nobel sperimenta l’umiliazione del segregazionismo al tempo dell’università. Ristoranti e autobus separati, negozi dove i suoi soldi non valgono come quelli dei bianchi. È una rivelazione.

 

Dopo la laurea alla Howard University a Washington, insegna inglese alla Texas Southern University a Houston e poi alla stessa Howard. Sposa un architetto giamaicano, Harold Morrison, da cui divorzia sei anni più anni tardi. All’epoca, siamo nel 1964, è incinta del secondo figlio e inizia a lavorare per L.W. Singer, la sezione scolastica della casa editrice Random House che presto la trasferisce a New York, dov’è la prima donna afroamericana a lavorare come editore nella sezione fiction. Sono gli anni in cui scopre e coltiva nuove voci della letteratura afroamericana. È lei a pubblicare, fra gli altri, Muhammad Ali, Angela Davis, Toni Cade Bambara, Gayl Jones e il poeta Henry Dumas. È un lavoro editoriale intenso e appassionato che finisce per preparare il terreno alla sua stessa scrittura. L’esordio arriva nel 1970 con L’occhio più azzurro, disperata storia della bambina Pecola, che per sfuggire al suo destino sogna occhi azzurri come Shirley Temple. Toni Morrison ha allora 39 anni, troppo vecchia per il mercato americano che richiede esordi sfolgoranti prima dei trenta. Eppure il libro entra nel curriculum della City University di New York e attira l’attenzione dell’editrice Knopf che pubblicherà anche gli altri suoi lavori. Il libro successivo, Sula (1973), storia dell’amicizia fra due donne afroamericane, le vale la nomination al Book National Award. Seguono il Canto di Salomone (1977), il magnifico Amatissima (1988), ispirato alla vicenda di Margaret Garner che pur di sottrarre la figlia alla schiavitù la uccide, Jazz (1992) e tanti altri per un totale di undici romanzi, libri per bambini e raccolte di saggi.

 

 

La consacrazione arriva nel 1993 con il Nobel per la letteratura. Toni Morrison è già allora uno di quei rari autori capaci di coniugare il favore della critica a uno straordinario successo di pubblico. Qualche anno dopo il massimo premio letterario, a farne un’autrice di popolarità immensa arriva Oprah Winfrey, la giornalista afroamericana più celebre e ricca d’America. Oprah, che finirà per recitare nella trasposizione cinematografica di Amatissima diretta da Jonathan Demme (il film sarà un flop al botteghino), intervista la scrittrice a più riprese e ne sceglie i libri per il suo book club. Quando, a trent’anni dall’uscita, L’occhio più azzurro è indicato come lettura del mese, se ne vendono 800 mila copie in edizione economica. A quel punto Toni Morrison è già finita sulla copertina di Time. È un volto che tutti riconoscono, un’icona della cultura afroamericana e un modello per le nuove generazioni. È un risultato notevole, se si considerano le premesse. A spingerla alla scrittura, dice, “è il silenzio – così tante storie non raccontate e non esplorate”. Morrison pesca a piene mani dallo storytelling familiare e riempie quel vuoto letterario con storie dure e spesso disperate, tramate di violenza, melodramma, fantasmi.

 

Protagonista dell’immensa commedia umana che costruisce libro dopo libro, è la comunità afroamericana, ritratta nei suoi uomini e soprattutto nelle sue donne. Il suo è un mondo complesso e variegato. Nella sua opera, osserva Rachel Kaadzi Ghansah sul New York Times nel 2015, “essere neri non è una merce e non è intrinsecamente politico”. Morrison “resiste con coerenza alla richiesta di creare una comprensione empirica della vita dei neri in America. Invece la rende vita regolare, quotidiana, del genere che non sbanca al botteghino ai concerti o negli stadi – complessa, fantastica ed eroica, malgrado la svalutazione che se ne fa”. È una scelta che le consente di giocare con gli intrecci e con il linguaggio. Il suo è l’inglese denso della traduzione seicentesca della Bibbia di re Giacomo, luminoso e ammaliante. La mortalità e la possibilità della parola sono le forze motrici dell’esistenza, sostiene. “We die. That may be the meaning of life. But we do language. That may be the measure of our lives”, scrive nel discorso di accettazione del Nobel. (“Moriamo. Forse è questo il senso della vita. Ma facciamo il linguaggio. Questo può essere la misura delle nostre vite”). È una delle sue frasi più citate, in questi giorni. Ma, dice più avanti, “il linguaggio non può definire con precisione la schiavitù, il genocidio, la guerra. Né desiderare l’arroganza di esserne capace. La sua forza, la sua felicità è nel tendersi verso l’ineffabile”. Allergica ai luoghi comuni e agli stereotipi, Toni Morrison ha sempre privilegiato la verità dell’esperienza al virtuosismo della “bella scrittura” che pure conosceva così bene. Gli occhi fissi all’orizzonte luminoso delle possibilità, ha scelto di radicare il cuore nel dolore e nella meraviglia del mondo. Rest, Queen. La tua voce unica ci mancherà.

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