Altre resurrezioni

La percezione e la conoscenza diciamo pure popolare che in Occidente si ha della figura del vampiro si ferma, per la maggior parte delle persone alla cinematografia e alla letteratura moderna. Al massimo le conoscenze risalgono all’Ottocento quando la pubblicazione del racconto Il Vampiro di John Polidori, diventa l’atto letterario che coincide con la nascita del mito contemporaneo.

Se è così, molti tra i lettori dell’ultimo libro di Vito Teti rimarranno sorpresi nel conoscere la storia dell’epidemia vampirica che si verificò nella prima metà del Settecento in Europa orientale.

 

Mentre le vicende del principe valacco Vlad III Dracul (l’impalatore) sono state la premessa – storica quanto misteriosa – confusa alla genesi della figura letteraria del vampiro nella versione tardo Ottocentesca di Bram Stocker, l’epidemia vampirica è stata certamente storia reale, per certi versi sorprendente, lungo un periodo centrale del Settecento in alcune regioni dell’est Europa, in particolare Ungheria e Moravia. “Epidemia” vera, perché manifestatasi in una successione di numerosi casi tra immaginazione e “realtà percepita” con tanto di paure collettive, inumazioni di cadaveri, paletti conficcati e roghi (e le conseguenti indagini mediche e delle autorità religiose) per neutralizzarne la paura e la supposta trasformazione nei “non morti” che terrorizzano i vivi; vera e propria storia di vampiri dunque.

È da lì che muove il libro di Vito Teti.

Un libro ripreso attraverso il tempo (dagli interessi e dalle ricerche negli anni 80 e dalla sua prima pubblicazione nel 1994) ma che da allora ha ricevuto il deposito di altre ricerche, altri interessi, filtrati dalle conoscenze e consapevolezze che il tempo regala.

Libro erudito, di ricerca antropologica, sedimento di studi, trattati, saggi, libro che coglie gli interessi dello studioso come del cultore di antropologia.

Eppure, caratteristica della scrittura di Vito Teti è il saper far affiorare la conoscenza e la ricerca anche come induzione dei sentimenti, come ingresso della partecipazione emotiva alla reale comprensione di un fatto episodico, di un fenomeno storico...

 

Libro per tutti dunque. Non a caso la melanconia è la condizione/sentimento che viene abbinato nel titolo. Perché il mito dei vampiri – inventato o tramandato – può essere anche un modo che la società umana, in un certo tempo e in una certa regione, ha scelto per raccontare la paura del vuoto e della morte; la melanconia è la condizione esistenziale per cui la paura di quel vuoto galleggia irrisolta nelle azioni e nei giorni, di tutti.

Perché la melanconia della società occidentale, con le sue falle i suoi vizi le sue piaghe irrisolte cosa è se non la stessa melanconia di cui è permeata la figura del vampiro?

Nel Settecento la società occidentale muove con decisione verso quella che chiamiamo modernità, almeno nel modo essenziale che abbiamo di guardare il mondo, Non è un caso ci dice Teti che l’epidemia vampirica sia di quel secolo, così come non è un caso che in quello successivo e poi ai nostri giorni il vampiro letterario e della finzione cinematografica si aggiri non più in lande oscure ma nelle città europee e americane. 

 

 

Del resto c’è chi ha scritto che tutta la produzione letteraria dell’umanità – e della cultura occidentale in particolare, non può prescindere dalla presenza della morte nella nostra esistenza, o detto in maniera più “leggera” dalla nostra impermanenza. 

In questo senso l’epidemia vampirica del XVIII secolo, la trasfigurazone letteraria di quello successivo, la trasposizione cinematografica che ne sarebbe seguita – fino alla recente saga di twilight che così tanto ha affascinato gli adolescenti di mezzo mondo sarebbero – con modalità differenti – il succedersi della stessa metafora, quella di un vampiro che è immagine trasfigurata della nostra paura e del rapporto irrisolto con l’idea della morte.

 

È questa melanconia il “vero vampiro”, anche quando assume una dimensione sociale, anche quando si veste dell’inesorabile spopolamento delle aree interne del nostro paese e del sud in particolare, in cui la morte è evidente nel silenzio delle strade, nelle case chiuse e in rovina. Avverso a questa “morte” peraltro è sempre stato tutto il lavoro di Teti, che ricorda in alcune pagine ispirate come tutto questa “lotta contro la morte”, abbia avuto origine già quando bambino aveva preso a scalciare contro chi, officiando agli adempimenti del funerale, stava portando via la salma di nonno Peppe, un proposito che continuerà in molti dei suoi scritti e della sua attività sempre in prima linea nel denunciare e nell’opporsi allo svuotamento demografico – cosa se non un’altra morte? – della Calabria e di molte aree interne.

 

Del resto, quando i paesi o un’intera cultura muoiono, quando la fine riguarda un modello sociale e molte delle sue comunità, quale rapporto resta con una fine che riguarda un corpo più grande del nostro e che ci comprende? Esiste un vampiro per questa morte?

E poi e più in generale, del mito del vampiro e della sua evoluzione resta comunque una genesi che ha a che fare con quello che Elias Canetti ha definito con una frase – e che Teti fa sua – “Né il sole né la morte si possono guardare fissi”. Del resto, nelle società tradizionali sono stati ed erano innumerevoli i riti in cui venire a patti con questa impossibilità; ma in tutti questi – riti temuti, cercati e sempre rispettati – le persone defunte restavano in qualche modo parte integrante delle comunità dei vivi.

Così, quell’impossibilita di “guardare fisso” diventa lacerante quando, con la modernità, la società occidentale espelle la morte dal contesto sociale, rendendo progressivamente alieni e invisibili i defunti, così come rende orpello di un passato remoto la comunione che nelle società tradizionali i defunti avevamo con il mondo dei vivi.

Per dirla con il sociologo Jean Baudrillard (Lo scambio simbolico e la morte) “...al giorno d’oggi non è normale essere morti”.

 

Una sensazione/percezione, figlia esclusiva dei nostri giorni, strisciante quanto silenziosa – un meme si potrebbe dire – ma che nel rimuovere l’idea della morte, in fondo rende paradossalmente la nostra vita una continua sopravvivenza ostaggio della morte. 

Se la resurrezione dei corpi oggi è idea che appare inconcepibile e se contemporaneamente l’appartenenza alle linee del sangue attraverso il tempo, attraverso la continuità delle comunità e dell’intera umanità (l’abbraccio dei vivi con chi lo è stato) non consolano, il mito dei vampiri, in una società ormai priva di miti, appare essere come una luce gelida quanto remota, fredda quanto inquietante, del nostro vivere.

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