“Come ha scritto V. E. von Gebsattel: “L’angoscia ha cessato di essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato presentimento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana. L’invadenza del fenomeno dell’angoscia che da cento anni cresce vertiginosamente ha raggiunto un’intensità mai sperimentata fino ad oggi”.

 

L’angoscia (a cui corrisponde il termine equivalente di ansia che ha una più debole incisività semantica) contrassegna non solo la depressione psicotica ma anche quella neurotica e, in ogni caso, la stessa condizione umana, a cui l’angoscia appartiene come sua struttura costitutiva. Sono ovviamente diverse l’intensità e le articolazioni tematiche dell’angoscia in ciascuna di queste condizioni umane e cliniche. 

L’angoscia non è la paura: non si identifica con il timore. (…) La distinzione fra angoscia e paura è stata drasticamente sottolineata da Martin Heidegger in Che cos’è la metafisica?; dicendo: “Col termine angoscia non intendiamo quell’ansietà (Ängstlichkeit) assai frequente che in fondo fa parte di quel senso di paura che insorge fin troppo facilmente. L’angoscia è fondamentalmente diversa dalla paura.

 

Noi abbiamo paura sempre di questo o di quell’ente determinato, che in questo o in quel determinato riguardo ci minaccia. La paura di … è sempre anche paura per qualcosa di determinato”. (…)

Cosa significa angoscia nella sua radicalità esistenziale? Le celebri definizioni dell’angoscia, che Heidegger ha tematizzato in Essere e tempo, sono ineliminabili da ogni discorso non solo filosofico ma anche clinico; e ad esse non possiamo non rinviare nell’ovvia consapevolezza che siano premessa di inaudita apertura conoscitiva al fine di delimitare i confini non solo ontologici ma anche umani ed esistenziali dell’angoscia: considerata in senso heideggeriano come elemento costitutivo dell’esistenza (del Dasein e, cioè, dell’Esserci come dice una traduzione rigorosa ma gelida).” 

(Tratto da Malinconia di Eugenio Borgna)

 

Noi, abitanti de L’età dell’ansia, così Auden chiama l’epoca che inizia dopo la seconda guerra mondiale, non respiriamo ma ansimiamo. È l’ansia che trasmette la sensazione di pieno che accompagna le nostre giornate, è lei che la notte impedisce di riposare e di sognare, anticipa lo stress dell’incontro con l’indomani. In La fatica di essere se stessi Ehrenberg descrive la triade di “astenia, insonnia e ansia come una risposta comportamentale e affettiva alla incessante trasformazione che impronta la quotidianità delle società democratiche. Dove il depresso appare prima di tutto un astenico da rivitalizzare, un insonne da addormentare e un ansioso da calmare”. 

 

Ph Gregory Crewdson.


L’assenza di codici produce ansia nei momenti di passaggio, nei momenti critici del divenire, perché tutto può indicare un modello da raggiungere – la pubblicità, la moda, una serie televisiva, un romanzo romantico –, ma nulla riesce a colmare il vuoto di senso dell’esistenza.

“L’angoscia, scrive De Martino in Morte e pianto rituale, segnala l’attentato alle radici stesse della presenza, denunzia l’alienazione di sé a sé, il precipitare della vita culturale nella vitalità senza orizzonte formale. L’angoscia sottolinea il rischio di perdere la distinzione fra soggetto e oggetto, fra pensiero ed azione, tra forma e materia: e poiché nella sua crisi radicale la presenza non riesce più a farsi presente nel divenire storico, e sta perdendo la potestà di esserne il senso e la norma, l’angoscia può essere interpretata come angoscia della storia, o meglio come angoscia di non poter esserci in una storia umana. Pertanto quando si afferma che l’angoscia non è mai di qualche cosa, ma di nulla, la proposizione è accettabile, ma soltanto nel senso che qui non è in gioco la perdita di questo e di quello, ma della stessa possibilità del quale come energia formale determinatrice di ogni questo e di ogni quello: e tale perdita non è il non-essere, ma il non-esserci, l’annientarsi della presenza, la catastrofe della vita culturale e della storia umana”. 

 

Così l’ansia diventa quel passe-partout che permette di affrontare la performance del vivere. Abituati a una attivazione continua ed eccessiva delle nostre risorse fisiche e mentali, ogni abbassamento di energia fa sentire un deficit, comunica un senso di perdita. È un distruttivo senso d’ansia la forma oggi più diffusa di malessere psichico che comprende sindromi diverse, una volta definite “nevrosi”. E l’ansia rischia di diventare una malattia senza che chi ne soffre abbia idea di come mai sia diventato così ansioso.

 

Mercoledì 28 febbraio 2018, al Circolo dei Lettori di Torino, Nicole Janigro terrà una conferenza sull'ansia.

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Ph Gregory Crewdson.