Atlante Occidentale

Ci siamo così abituati alla parola crisi e all’assenza di riferimenti in cui ci muoviamo, che forse abbiamo anche, senza troppo rendercene conto, ristretto l’orizzonte del nostro interrogarci: come in ogni stato di urgenza, in cui ad essere minacciata è la sopravvivenza stessa, ci siamo educati a rapportarci alle singole questioni emergenti, senza provare a indagare gli strati più profondi.

Appare tuttavia abbastanza evidente come ogni tentativo di comprensione dell’esistente si scontri contro due difficoltà radicali: da un lato trovare le parole con cui descriverlo – cambiati totalmente i sistemi di riferimento –, dall’altro la difficoltà di reperire quelle parole che da sempre sono state alla base di una visione del mondo, di un impegno, di una battaglia: lavoro, dignità, uguaglianza, sviluppo sostenibile, compassione, educazione, gratuità, dono. Mancano le parole – il senso oggi di quelle parole – che sono necessarie per dire il mondo, per dire un certo mondo, quello che fatichiamo a reperire. Non si tratta solo di “sciatteria linguistica” o “semplificazione”: il linguaggio non è mera descrizione, crea piuttosto la possibilità di un dire diverso. Se assistiamo a tale imprecisione del dire, a tale smarrimento di senso, non è dunque un problema solo di forma. Forse questa è una delle ragioni per cui i partiti, i sindacati, la scuola, ogni agenzia educativa, appare incapace di elaborare un’idea di futuro.

 

Ripartiamo da queste parole? Cosa vogliono dire oggi? Perché appaiono dimenticate e altre occupano la scena? Perché non sappiamo trasferire i valori che quelle parole hanno veicolato nei nuovi scenari in cui ci muoviamo?

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