Basta ripassare un momento la biografia di Paolo Virno per domandarsi dove sta l’inganno se ha voluto dedicare duecento pagine al verbo Avere, che poi è il titolo del suo libro uscito a ottobre scorso per Bollati Boringhieri. Ha trascorso la sua vita di studioso nell’opera meritoria di restituire una dignità sociale, intellettuale, anche linguistica al popolo, o forse sarebbe meglio dire alla moltitudine, analizzando con le categorie del pensiero e dell’azione com’è cambiato il mondo nel contesto postfordista, un posto caratterizzato da una acuta nostalgia per l’essere in maniera autentica, disalienata – possibilmente senza di mezzo nessun avere. Dunque, sembra curioso che improvvisamente, in un testo della sua età matura, Virno scelga di dedicare tempo e pagine a un’allegra disamina dell’altro versante. Tuttavia, il sottotitolo fornisce già una prima spiegazione: “Sulla natura dell’animale loquace”.

 

Allora intuiamo che l’autore si interessa della vicenda di avere usando gli strumenti e lo sguardo del professionista semiologo che è, tenendo a bada ciò che in lui è animale politico, mandando lo scienziato in avanscoperta. Come nel caso di Aristotele che si affaccia alla Poetica, qui l’intenzione di Virno, alta ed estremamente potente per la carica di umanità che esprime, è mettersi a tavolino a studiare – in un certo senso – le mosse di un nemico giurato o se non altro le mosse di un indifferente altro da sé, provando a osservarlo da vicino come un cacciatore o un biologo, cioè gente accomunata da quella forma di amore purissimo e raro che consegue all’inseguimento sfiancante, alla sfida. E proprio come nel viaggio aristotelico, da questa particolare postura scaturiscono una bella sorpresa e un’espressione di autentica meraviglia: la stima. L’alterità che lo studioso stava guardando svela pian piano la sua natura e come ogni natura che si rispetti anche quella in questione è prodigiosa ed esprime, nella sua specifica forma di funzionamento e nel meccanismo che l’anima, una delizia da raccontare. 

 

La scoperta è folgorante ma semplice, e Virno non ne fa segreto fin dalle prime pagine. La dichiara subito: nelle pieghe di avere è nascosta la più grande carica di libertà. Il punto di partenza del suo ragionamento è una frase illuminante di Émile Benveniste, secondo il quale – ci spiega Virno – il verbo avere non è altro che un costrutto più aerodinamico per esprimere la precedente costruzione “Y è a X”. In altri termini, quando diciamo che abbiamo qualcosa, stiamo dicendo che “qualcosa è a noi”. E allora il verbo avere sarebbe una modalità del verbo essere, ma più prolifica e fruttuosa che ci lascia sempre liberi “di” e “dal” non corrispondere con la cosa che abbiamo. Scartato questo regalo, messa a fuoco la promessa di felicità che avere sostiene, il libro viene interamente percorso da una strana vena di gioia. Il fatto che avere sia sempre – è uno dei passaggi finali – «un’esperienza dominata dalla dýnamis», dalla possibilità, è l’autentica rivelazione che dà a tutti i capitoli del volume un motore felice, e una spinta di ottimismo. Così, a guidare i pensieri e le parole di Virno sembra che non sia soltanto un interesse logico e una razionalità erudita, ma anche una vertiginosa sensibilità che scalda le argomentazioni portando la discussione su avere di volta in volta al cuore della questione umana. 

 

Nella prospettiva del libro, guardando ad avere, l’uomo è quella creatura che si distingue dalle altre perché possiede ciò che è senza esserlo fino in fondo: «del ragno diciamo che è questo e quello; dell’Homo sapiens diciamo che ha questo e quello». Protagonista di tale eccentricità è il linguaggio, che è poi canale della distinzione primaria tra noi e il mondo. Ma la buona novella portata da Virno è che questa differenza tra gli esseri umani e il resto non è da intendersi come un danno, ma come una vera e propria liberazione.

 

Se avere in ogni suo manifestarsi è una liberazione – ci libera dall’essere tout court, ci restituisce la scelta, ci espone al caso, ci rende possibile un arbitrio – di qui seguono alcuni grandi corollari, in un processo di avvicinamento crescente ma orizzontale e diffuso fino alla definizione del verbo.

In qualche maniera Virno ripercorre la filosofia occidentale, convoca in ordine sparso sapienti, profeti, antenati più o meno lontani, e riprende le tappe diacroniche di una storia che adesso, alla luce della scoperta, va riordinata secondo un criterio sincronico, col conforto finale del filo rosso di avere. Il suicidio, il linguaggio, lo spirito, l’amicizia, la teoria delle idee, il dualismo, Cristo, il rapporto tra debito e credito, il tempo, tutte queste figure abissali vengono riprese e riaperte dall’autore con il grimaldello di avere sottomano. Si potrebbero fare molti esempi a riguardo: limitiamoci a tre, in ordine rigorosamente sparso.

 

 

L’amicizia. Partendo dal verbo avere, Virno dà dell’Etica Nicomachea una lettura sapida e nuova: Aristotele dice che dei nostri amici amiamo il semplice fatto che esistano, una caratteristica che ce li rende spesso sopportabili anche quando, esistendo, si comportano diversamente da come vorremmo. Eppure, il nostro amore per loro si addensa e cresce specialmente nel vederli compiere gesti comuni – mangiare, chiamare un taxi, leggere, lavarsi le mani. In questi momenti quotidiani, infatti, sentiamo con il loro essere un legame semplice e profondo che fa tutt’uno con la nostra esistenza, perciò, dice Aristotele, «l’amico è un altro se stesso». L’amicizia è il rapporto umano che più rende evidente la divergenza che ciascuno di noi vive rispetto al proprio centro e il conseguente piacere di capire che uscire da sé comporta la possibilità di comprendere l’esistenza dell’altro. È come se i nostri amici diventassero la propaggine estrema del nostro essere, la parte di noi più distante da noi, eppure ancora nostra, quella che ci fa accorgere di esistere.

 

In tutt’altra sede il romanziere Kurt Vonnegut, nel suo Cronosisma, ha dichiarato che, a suo parere, la maggior parte delle volte in cui scoppia un litigio amoroso la ragione è sempre la stessa: “tu” – dice la parte offesa, annoiata, giunta al capolinea dell’amore – “tu, non sei abbastanza persone”. La conclusione dell’analisi di Virno è simile, proprio perché ogni individuo non è la sua essenza, ma intrattiene una relazione con essa, scandita dal verbo avere, allora «l’Io che si possiede sfoggia già, a buon diritto, le sembianze di un ‘noi’». Ecco il presupposto di ogni amicizia.

Ci troviamo tutti e continuamente sul limitare del bosco della schizofrenia, ma questa non è una colpa, al contrario è una liberazione: è la potenza di vedersi da fuori, di esprimere un parere su di sé, di sperimentare grazie ai propri amici ogni forma di autocoscienza. La conseguenza di queste scoperte è una sola: le pagine che Virno dedica all’amicizia strabordano di poesia e, soprattutto negli anni della pandemia, fanno venire una gran voglia di acquattarsi nel tepore domestico degli amici più cari.

 

Il suicidio. Nel caso del suicidio il ragionamento è elementare e geniale al tempo stesso: se noi fossimo la nostra vita, non potremmo togliercela. In Avere la decisione di morire diventa una riflessione essenziale sul concetto di uso. Gli esseri umani usano solamente ciò che posseggono, mentre il verbo essere si sottrae a qualsiasi tentativo di utilizzo, delineando così la differenza tra le nozioni di identità e di partecipazione. Tra le pagine di Virno riflettiamo sul fatto che il regno di dýnamis si estende fino al cappio, al cianuro, alla caduta, allo scoppio, a ogni tentativo più o meno violento di uscire da sé. Un desiderio che è possibile realizzare in virtù del dualismo originario tra anima e corpo, qualunque siano i due nomi scelti per il binomio. E sarà proprio questo dualismo ad aprire il capitolo sul messianismo e Cristo.

La caratteristica particolare di questo libro, però, è che l’entusiasmo originario per la scoperta di che cos’è avere produce una leggerezza di fondo, e così il passaggio da un tema all’altro, da un’ansa all’altra del fiume-avere non è mai greve: è tutto dolce, senza che la dolcezza cancelli la complessità buona. L’impressione che si prova a leggere è esattamente quella di una complessità addolcita da contentezza profonda. La contentezza dei conti che tornano, come se ogni piccola capriola, ogni passo indietro o di lato non facesse che confermare la smagliante verità della premessa. “Y è a X”.

 

Virno poi è generosissimo e rigoglioso fino all’ultima pagina. Così il terzo esempio è solenne perché arriva a un passo dalla fine: si parla del tempo. Tra i dualismi che mostrano la nostra natura di animali parlanti e possessori, sempre estranei a noi stessi, c’è quello del credito e del debito. Ogni volta che noi possediamo qualcosa, questa relazione implica una transitorietà. Avere per sempre, si potrebbe osare dire, corrisponderebbe a essere. Ma invece non è così: noi animali umani siamo caratterizzati da varie forme di durata, ma tutte “a termine”, breve o lungo che sia. È una realtà che risulta evidente se si guardano da vicino i concetti di credito e di debito, che non possono esistere se non in rapporto al tempo, nella misura in cui entrambi si appoggiano su una condizione che deve necessariamente cambiare. Il creditore deve riscuotere, è creditore perché in passato ha prestato del denaro e in futuro lo riscuoterà. Il debitore deve pagare, è debitore perché in passato ha richiesto in prestito del denaro e in futuro lo restituirà. Senza il tempo queste nozioni sarebbero inconsistenti, lettera morta. Un tale osservatorio mostra chiaramente che, come dice Virno, «la temporalità non è una caratteristica periferica dell’avere, ma il codice genetico che ne regola tutte le sfaccettature». Persino la nostra vita è qualcosa nei confronti della quale siamo a un tempo debitori, rispetto a chi ci ha preceduti, e creditori rispetto a noi stessi: la possediamo già, ma «come una polizza ancora da riscuotere».

 

Il libro è pienissimo di questo genere di allegre scoperte, zampilla come una fonte, e mette sete. Virno c’è sempre, non dimentica mai la cura dell’esempio, della ricapitolazione, unisce i punti, raccoglie, placa, accompagna il suo lettore sui sentieri interrotti di avere tanto familiarmente che alla fine si prova una certa mancanza. Ma per fortuna il saggio non finisce, più che altro si spegne. Nella promessa di riprendere a sgorgare, come fanno certe fontane di campagna.

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