Ballando in fuga

***WARNING: MASSIVE SPOILERS***

 

Di film e serie tv su adolescenti sbiellati ne abbiamo già visti, anche di crudi e apodittici: Natural born killers di Oliver Stone nel 1994, in gran parte American beauty scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes nel 1999, Ken Park di Larry Clark nel 2002, Bowling for Columbine di Michael Moore nel 2003, Thirteen reasons why di Brian Yorkey dal romanzo 13 di Jay Asher. Questo, per fare un po’ di cronologia di una sociologia di una psicologia dell’adolescenza, significa che sono almeno vent’anni che scrittori e registi capaci di sintonizzarsi con la nuvola nera dei teens hanno messo i sensori sulla contemporanea “gioventù bruciata”. Quali sono i denominatori comuni di questi diversi lavori? Innanzitutto l’alienazione, il sentirsi completamente off: i genitori in queste narrazioni sono o assenti fisicamente, o completamente inetti nella ricezione empatica, o pateticamente buonisti, deboli nel piantare steccati di regole nel post-sessantotto della non-punizione alle pulsioni eros/thanatos dei nostri brufolosi giovanotti e giovanette. Poi la scarsa rilevanza del consumo di droghe: la lava del risentimento in genere spicca fuori dalle mura domestiche e si incanala o in manifestazioni di auto-lesionismo o più pericolosamente in veri e propri gesti di crudeltà, omicidi o suicidi; è come se l’opzione della deriva psicotropa non fosse più così utile a questa generazione.

 

 

Nessuna minima interazione con la politica o sogni di qualche impegno o rivoluzione. Sesso non particolarmente reichiano, anzi, spesso masturbazione, masturbazioni condivise, pulsioni infine svogliate e non interessate, poiché effettivamente in quel senso non ci sono più barriere sociali da abbattere, visti la pornificazione dei media e l’annientamento porn della raffinatezza erotica.

Le solitudini si affiancano nei branchi. Branchi tendenzialmente piccolissimi – coppie maschio-femmina. Femmine ovviamente via via più assertive, consapevoli e conducenti. Non “tentatrici” da canone maschilista, ma menti lucidamente ciniche e rabbiose, spietate nella demolizione di ogni consolazione e proiettate a sentenze inappellabili di condanna per il resto dell’ambiente adolescenziale (scuola in particolare) e sarcastiche derisioni dei genitori.

 

The end of the f***ing world (2017), produzione inglese Channel 4 visibile su Netflix, è tratta da un comic novel di Charles Forsman: il fumetto cancella ogni ambientazione, sia storica che scenografica, porta in evidenza la crudezza totale dei due adolescenti in fuga, e in un’unica vicenda porta a una cupa conclusione, con la morte del ragazzo abbattuto da un poliziotto. Un paio di settimane fa su “Vulture” Abraham Riesman ha fatto una lista minuziosa di tutte le varianti che il regista Jonathan Entwistle, la co-regista Lucy Tcherniak e la sceneggiatrice Charlie Covell hanno apportato nella loro serie in 8 episodi molto brevi, una ventina di minuti ciascuno, che guardati di fila in maratona non durano complessivamente più di due ore e mezza, quasi un film. Il prevalere di autrici donne rende The end of the f***ing world un micidiale excursus di “dominazione” femminile assolutamente reale nel mondo adolescenziale attuale: i maschi da loro individuati come degni di alternativa ribelle all’idiozia agghiacciante che domina il loro paesaggio sono solitari, ampiamente nevrotici, bullizzati, nerd con alte specializzazioni in alcune eccentriche abilità vetero-maschili apprese dai padri idioti (cucina, coltelli, camping…); Alyssa, interpretata da una straordinaria Jessica Barden con squisito accento inglese ben farcito di parolacce, sceglie James (l’ottimo “zombie” Alex Lawther) alla caffetteria del liceo provocandolo, e lui è contento perché – ormai esperto torturatore di animaletti tenerini – ora potrà fare il salto affettando con il suo coltello da caccia una ragazza stronza come Alyssa.

 

 

I due scappano da situazioni famigliari normalmente insostenibili: lui orfano di adorata madre dolce depressa e suicida e convivente con un padre cazzone, lei ostaggio di una nuova famiglia perfettina in cui la madre ha appena sparato due gemelli lagnosi con un nuovo padre benestante e fighetto che la mobbizza e che magari se la potrebbe stuprare. James ruba la Mercedes al padre e alé, on the road a combinare guai molto seri e a affrontare rischi molto evitabili. Alyssa darà una meta alla coppia: la ricerca del mitico padre biologico, che si rivela un vigliacco pseudo-alternativo, eticamente spregevole. Alyssa fa la dura, ma piange spesso, e sui lettoni dei motel striscia vicina all’impacciato e gelido James chiedendo un po’ di calore animale. Le due alienazioni episodio dopo episodio diventano una specie di amore, di condivisione. Sono vergini tutti e due anche se si spacciano per navigati: Alyssa inizia un pompino a James ma poi si offende perché lui non partecipa, lui rimedia montandola ma dopo aver schivato per un soffio uno stupro lei si sottrae perché vorrebbe un po’ di amore, nel gesto. Mentre cresce l’intesa fra loro aumentano il conflitto con il resto del fottuto mondo. Finisce male, con un finale forse aperto per una seconda stagione che si allontanerebbe dal comic novel (il poliziotto spara a James in fuga ma non lo vediamo cadere colpito).

 

 

L’ambientazione della serie tv è leggermente distopica, con minimali riferimenti ambientali: nella colonna sonora anni Sessanta scelta e scritta con talento da Graham Coxon il pezzo pertinente è Keep on running con un giovanissimo Steve Winwood); auto anni Novanta; una provincia inglese di case architettonicamente Ottanta/Novanta. In una intervista sul sito di Channel 4 la sceneggiatrice Charlie Covell dice che «regista e direttore della fotografia volevano un'estetica che non sembrasse realmente attuale – c'erano cenni a altre epoche. Nessuno dei due ha smartphones nel romanzo a fumetti, e non volevamo davvero che avessero telefonini e fossero contattabili, quindi Alyssa distrugge il suo telefonino già nel primo episodio e James si rifiuta semplicemente di averne uno. Probabilmente odiano cose come i social media, non vogliono essere rintracciati, vogliono solo essere lontani da tutto ciò. Quindi sono un po' diversi dagli altri adolescenti, sono inattuali».

C’è una attuale morale della favola? 

 

Vedendo le inquadrature così precise e simmetriche di The end of the f***ing world, ho pensato a un tributo forse diretto al magnifico Moonrise kingdom di Wes Anderson (2012): lì i ragazzini erano più piccoli, e la vicenda era vintage; ma in riva al mare, davanti alla loro tendina canadese, i piccini ballano anche loro arrivando ai primi bacini – in una splendida sequenza – una canzone di Françoise Hardy (Le temps de l’amour)

 

 

In The end of the f***ing world di Françoise Hardy c’è Voilà, quindi la morale della favola è: la scuola fa schifo, la famiglia fa schifo, e per diventare giovani i ragazzi devono scappare, rischiando anche la pelle, perché no, ricominciando a ballare allacciati su una suadente melodia di Françoise Hardy, ripescando dagli anni Sessanta la certezza che ballare innamorati è l’unica cosa bella che ci possa garantire attimi di felicità in una vita senza libertà.

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