Balzac, l’invenzione della sociologia

Nel 1839, Auguste Comte dà la prima definizione del termine sociologie nel suo Cours de philosophie positive ; proprio in quell’ anno Balzac, che si è ormai affermato, per usare le sue stesse parole, come uno dei “Marescialli di Francia della letteratura”, manda in libreria, insieme a parecchie altre opere importanti, la seconda parte di Illusioni perdute, magistrale e scandalosa descrizione del giornalismo parigino messo a nudo nei suoi rapporti con il commercio, con la politica e con la nascente “industria culturale” che sfrutta e orienta abilmente i gusti di un pubblico in espansione. È una prossimità cronologica che dà da pensare, anche se il termine sociologia non è mai utilizzato da Balzac; l’unico Comte che compare nella Comédie humaine non è il filosofo, ma il celebre prestigiatore e ventriloquo che si esibiva nel suo popolare teatrino del passage Choiseul. 

 

È innegabile però che tanto la sociologia comtiana, quanto gli altri tentativi, coevi o di poco precedenti, di fondare una conoscenza certa dei fenomeni e dei rapporti sociali attraverso l’inchiesta e la statistica, hanno molto in comune con il desiderio di Balzac di fornire una rappresentazione esaustiva della società del suo tempo. Questa vicinanza, constatata sin dai primi critici della Comédie humaine, ha assunto col tempo l’inossidabile autorità del luogo comune, ribadito costantemente e mai rimesso in discussione. Andrea Del Lungo, che agli incipit di Balzac ha dedicato studi importanti, e Pierre Glaudes, specialista illustre della storia della letteratura francese da Chateaubriand a Léon Bloy, hanno deciso di riaprire la questione della sociologia balzachiana, ponendola al centro di una riflessione collettiva multidisciplinare. Il risultato è un volume in cui quindici specialisti – studiosi di Balzac, storici della letteratura, sociologi – affrontano la narrazione balzachiana della società ponendola a confronto ora con le sue possibili fonti, ora con i successivi sviluppi delle scienze sociali: Balzac, l’invention de la sociologie (Paris, Classiques Garnier, 2019, 345 pp.). Con la sua ottica plurale, questo riesame finisce per tracciare un appassionante e spesso sorprendente itinerario in territori dove si intrecciano racconto e spiegazione, classificazione e descrizione, immaginazione e decifrazione indiziaria. Ne emerge un Balzac sociologue all’insegna della problematicità, ben più convincente del “Grande Precursore” spesso evocato e soprattutto del dogmatico “Dottore in Scienze sociali” dalla ferrea coerenza e dall’implacabile vocazione ordinatrice.

 

Problemi, paradossi e contraddizioni già si moltiplicano se guardiamo da vicino ai rapporti di Balzac con le scienze, naturali e sociali, del suo tempo. Alle classificazioni dei naturalisti, Balzac si rifà per proporre le sue tipologie sociali, mimandone la terminologia: papà Goriot è considerato dagli altri abitanti della pensione Vauquer come “un mollusco antropomorfo da classificare tra i berrettiferi” e la Monographie de la presse parisienne moltiplica all’infinito i sottogeneri in cui si divide la grande famiglia dei giornalisti. C’è però sempre, nota nel saggio dedicato a questo tema Jacques Noiray, un’intenzione irridente nel pastiche balzachiano del gergo dei naturalisti, adottato anche da altri contemporanei autori di fisiologie: come se il romanziere non credesse fino in fondo alla possibilità di applicare alla mobile, ambigua e sfuggente realtà dei gruppi umani gli schemi rigidi di una classificazione predeterminata. Questi esiti grotteschi dell’estensione al mondo umano delle classificazioni zoologiche sembrano suggerire che il grande parallelo tra l’Umanità e l’Animalità, presentato nella Prefazione della Commedia umana come lo spunto originario dell’opera intera, nasconda sotto la seriosità ostentata una capricciosa intenzione umoristica; ma humour fantasioso e profonda, serissima convinzione in Balzac spesso coesistono e contribuiscono alla sua peculiare versione delle verità sociali, in cui il fantastico di Hoffmann si coniuga con la sistematicità della descrizione scientifica. È ancora Jacques Noiray a mettere in risalto, d’altronde, che se l’ossessione classificatoria delle scienze naturali è per Balzac fonte di riso, le cose vanno diversamente quando il romanziere si confronta con il metodo della paleontologia ed evoca, senza alcuna sfumatura caricaturale, la figura del “più grande poeta del secolo”, Cuvier.

 

Il Cuvier paleontologo, che parte da un frammento d’osso per ricostruire l’intero scheletro di un ignoto animale antidiluviano, è per il narratore realista il più suggestivo dei modelli. Il suo punto di partenza è la decifrazione di un dettaglio; per risalire dal dettaglio all’insieme, deve sviluppare all’estremo le proprie capacità induttive e il proprio senso dell’analogia; e finalmente, facendo rivivere specie scomparse, compie lo stesso sforzo del romanziere che deve farsi, per Balzac, “storico dei costumi”, sulle orme di Walter Scott. 

 

Pablo Picasso Portrait of Balzac VII.


Benché dunque nelle querelle tra Cuvier e Geoffroy Saint-Hilaire Balzac si schieri con quest’ultimo a favore della differenziazione progressiva delle specie, contro il fissismo di Cuvier, il fondatore della paleontologia resta ai suoi occhi la personificazione di quel metodo indiziario che, applicato alle infinitesimali realtà della vita quotidiana, è la sola via d’accesso alla comprensione globale di una società. Se però dal metodo adottato il romanziere sposta l’attenzione al suo oggetto di studio, è Geoffroy Saint-Hilaire a venire in soccorso ai suoi sforzi, come ci spiega nel suo saggio Paolo Tortonese. Attraverso Geoffroy Saint-Hilaire, Balzac entra infatti in contatto con la teoria di Lamarck, che ipotizza la diversificazione delle specie e la loro evoluzione sotto l’azione dei fattori ambientali. Tortonese ricorda a questo proposito l’esempio della giraffa, le cui zampe anteriori e il cui collo – spiega Lamarck – sono stati allungati dall’abitudine a protendersi verso le foglie degli alberi da brucare. Ma le specie sociali di Balzac – i suoi borghesi spasmodicamente protesi a imitare l’aristocrazia, ad esempio – non manifestano forse la stessa plasticità, la stessa capacità di adattamento delle specie in costante trasformazione studiate dai naturalisti? Il trasformismo lamarckiano introduce un impensato dinamismo nella sociologia balzachiana e fa emergere il ruolo ambivalente dell’abitudine, al tempo stesso forza conservatrice e agente, spesso inosservato, di trasformazioni di lungo periodo.

 

Il rapporto di Balzac con il modello delle scienze naturali oscilla tra la riduzione al grottesco della mania classificatoria e l’ammirazione per il metodo di Cuvier e per le geniali intuizioni di Geoffroy Saint-Hilaire; non meno ambivalente è l’atteggiamento del romanziere verso le nascenti scienze sociali, messo a fuoco nei contributi di Andrea Del Lungo e Jerôme David. I temi affrontati nelle grandi inchieste dei protosociologi agli inizi del XIX secolo coincidono spesso con quelli delle études de mœurs balzachiane: le condizioni di vita nelle nascenti metropoli, il mondo multiforme della prostituzione, l’universo carcerario. Si potrebbe dunque pensare che le inchieste di Louis-René Villermé, le statistiche di Benoiston de Châteneuf, il grande studio di Parent-Duchâtelet sulla prostituzione fossero per Balzac punti di riferimento fondamentali; fonti consultate assiduamente, come quella Biographie universelle che gli offriva il tipo di supporto che nel XXI secolo siamo abituati a chiedere a Google. Andrea Del Lungo dimostra che non è affatto così. Balzac rende un formale omaggio alle ricerche di Benoiston de Châteneuf, ma nelle pagine della Fisiologia del matrimonio ridicolizza il metodo statistico, utilizzandolo in chiave fantasista per dimostrare scientificamente l’ineluttabilità dell’adulterio femminile; quando cita Villermé a proposito della diffusione della mortalità nei quartieri di Parigi, lo cita a sproposito, e finisce per rovesciarne le asserzioni. Jérôme David fornisce la spiegazione di questo apparente paradosso. Le inchieste sociali e gli studi statistici del tempo di Balzac non utilizzano la nozione di tipo, ragionano in termini di moyenne, di media. Balzac è invece un “sociologo del tipo”: “mette in gioco – spiega Jerôme David – una forma intermedia dell’astrazione, una mimesi romanzesca le cui asserzioni, anche le più generali, sono sempre calibrate su contesti di senso descritti con estrema precisione.” Nel concetto balzachiano di tipo sociale confluiscono l’osservazione condotta sugli individui e la riflessione sull’interazione tra l’individuo e il suo milieu, il suo ambiente: Balzac approda così a una sociologia della complessità che non coincide né con l’ottica dei protosociologi suoi contemporanei, né con quella della “letteratura panoramica” alla quale per altro contribuisce con alcune brevi e brillantissime fisiologie. Nella “letteratura panoramica”, vale a dire nelle opere collettive come Les Français peints par eux-mêmes o Le Diable à Paris, i tipi sociali come il droghiere o la grisette, la femme comme il faut o la mezzana, sono ridotti a silhouettes semicaricaturali.

 

Quando Balzac riprende qualcuna di queste silhouettes, che ha abbozzato per il pubblico curioso del folclore parigino, e la inserisce in uno dei suoi romanzi, la distanza che lo separa dagli altri autori della “letteratura panoramica” diventa clamorosamente evidente. Emerge la peculiarità della sociologia balzachiana, intimamente connessa alla forma romanzesca che la condiziona e ne è a sua volta profondamente condizionata. 

È proprio questa specificità della sociologia balzachiana, consustanziale a un progetto narrativo all’epoca rivoluzionario, a venire in luce negli altri interventi di questo volume straordinariamente stimolante. Alcuni autori la colgono concentrandosi su singoli romanzi: Francesco Spandri su La Cousine Bette, in cui sottolinea il ruolo paradossale del denaro, che è al tempo stesso un fattore di disintegrazione e di coesione dei nuclei familiari; Boris Lyon-Caen su Les Employés e Les Petits Bourgeois, in cui il mondo dell’infinitamente piccolo esige la messa a punto di una micro-sociologia; Marie-Astrid Charlier sulla seconda parte di Illusioni perdute che, incentrata sul giornalismo, le consente di sviluppare la sua riflessione sul “tempo del quotidiano” in Balzac, inteso nel duplice senso di tempo della quotidianità e tempo scandito dalla periodicità giornalistica. Una diversa prospettiva è quella adottata da quanti scelgono di studiare le differenze e le convergenze tra la sociologia balzachiana e quella di altri autori: la problematica prossimità di Balzac con Bonald è indagata da Gérard Gengembre e da Jean-Yves Pranchère; Pierre Glaudes riscontra nella riflessione di Balzac sull’anomia singolari, stupefacenti anticipazioni del pensiero di Durkheim; Agathe Novack-Lechevalier accosta la teatralizzazione della vita sociale messa in opera da Balzac alle categorie interpretative di Goffman. 

 

Due messe a punto complessive, infine, offrono insieme una sorta di ricapitolazione dei temi affrontati e un’apertura verso prospettive future d’indagine: quella del balzachiano Jacques–David Ebguy e quella del sociologo Bernard Lahire. Jacques-David Ebguy sottolinea la necessità, da parte di Balzac, di ricorrere, nell’approccio alla realtà sociale, a una pluralità di paradigmi. Alcuni personaggi sono interamente definiti da uno stile di vita che corrisponde a una precisa sfera sociale, e ne restano come prigionieri: la chiave della loro comprensione risiede nel loro habitus, quasi immodificabile. Sono personaggi caratterizzati da una fissità e da una coerenza che il romanziere mette in risalto e collega all’ambiente circostante: ne è il prototipo madame Vauquer, in perfetta armonia con la squallida pensione che gestisce e di cui quasi sembra la personificazione. Ma altri personaggi richiedono un diverso tipo di definizione: vivono per così dire a cavallo tra diverse sfere sociali, oppure si spostano dall’una all’altra. È il caso della giovane Augustine della Maison du Chat-qui-pelote, che nasce in una famiglia di commercianti ma sposa per amore un artista, o di Lucien de Rubempré, che le sue origini – in parte borghesi, in parte aristocratiche – situano in una sorta di terra di nessuno tra le due classi. Sono proprio questi personaggi-crocicchio, dall’identità fluida e problematica, quelli che spesso mettono in moto l’intreccio romanzesco e costringono Balzac a confrontarsi con la complessità e l’eterogeneità di una realtà sociale in continua trasformazione sotto la pressione della Storia. 

 

Lo sguardo che Ebguy posa sulla dimensione sociale dei personaggi della Comédie humaine è quello di uno storico della letteratura, il cui lavoro del 2010 su Le Héros balzacien (Pirot, 2010) ha segnato una data importante. Lo sguardo di Bernard Lahire è invece quello di un sociologo che si interroga sullo stesso tema ma da un’altra prospettiva. Lahire non si chiede che ruolo svolga la componente sociologica nel romanzo balzachiano, ma che cosa nel romanzo balzachiano possa entrare in risonanza con gli interessi di ricerca di un sociologo di oggi. La sua articolata risposta passa attraverso l’analisi di Le Père Goriot, La Duchesse de Langeais e La Fille aux yeux d’or. In questi romanzi, ben prima che la sociologia sia in grado di farlo, Balzac mette in piena luce alcuni grandi fatti e meccanismi sociali: le gerarchie culturali e di classe che condizionano le traiettorie dei destini individuali, il potere simbolico che l’ordine sociale esercita in ogni sfera della vita parigina, il modo in cui la condizione sociale, il milieu, le istituzioni si iscrivono nel corpo stesso dei personaggi. Ogni personaggio balzachiano risulta così condizionato da una pluralità di fattori che si intersecano: relazioni interpersonali, esperienze passate, caratteristiche psicologiche, acquisizioni culturali. In questa labirintica complessità risiede per Bernard Lahire l’interesse della tutt’altro che desueta sociologia balzachiana; sociologia che d’altronde non contempla soltanto rigidi condizionamenti e percorsi obbligati, ma anche l’affiorare imprevedibile di figure eccezionali capaci di violare i limiti stabiliti e di rimettere in discussione le regole del gioco. Per rendersene conto, consiglia Lahire, nulla di meglio che rileggere le pagine iniziali della Fille aux yeux d’or, in cui il lettore è guidato attraverso le sfere sovrapposte della massificata società parigina prima di far conoscenza con le due individualità d’eccezione – il dandy e la cortigiana – intorno alle quali si articolerà l’intreccio:

 

“È come se il narratore dicesse al lettore: per comprendere davvero la natura (eccezionale) dei personaggi e la singolare vicenda che vi racconterò, dovete prima conoscerne lo spazio sociale globale. La macrostruttura prima della microstoria. La macrostruttura come condizione per comprendere ogni singola situazione, che conserva d’altronde la propria logica peculiare e non è mai una semplice illustrazione di quel che già sta scritto nelle strutture sociali. Balzac concepisce il romanzo come contributo a una ‘scienza dei costumi’. Con questa sua affermazione siamo così vicini alle scienze sociali quali si praticano oggi, che non possiamo far altro che suggerire ai sociologi di prendere coscienza di quel che son soliti fare, esaminandone da vicino le premesse letterarie”.

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