Bidoni, narratori e contaballe

Il bidone è un film girato nel 1955, scritto da Fellini con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. Per chi non lo conoscesse (e io fino a pochi giorni fa ero tra questi) darò alcune coordinate: Il bidone segue Lo sceicco bianco (1952), I vitelloni (1953) e La strada (1954). Due anni dopo Fellini girerà Le notti di Cabiria, e cinque anni dopo La dolce vita. 8 ½ uscirà nel 1963. Numerose le assonanze con i film precedenti (soprattutto con La strada) e con quelli futuri (soprattutto con 8 ½). Girato in bianco e nero, Il bidone è un film dall’anima notturna, e il sole che appare nel centro di Roma o nelle sue periferie desolate è ancora più inquietante. Narra la storia di un gruppo di truffatori che ha deciso di vivere alle spalle dei più sprovveduti, che naturalmente sono anche i più miserabili. “I miserabili” sarebbe stato un buon titolo alternativo, se non fosse già stato scelto da altri. Miserabili, cialtroni, farabutti, italianissimi. La guerra è ancora vicina anche se nessuno ne parla, rimossa radicalmente e sparita nel buio passato. Siamo in un momento di transito, nel pre-boom. La miseria di quasi tutti è palpabile, il centro di Roma è circondato da una casba di baracche marcescenti che pullulano di disperati. Anche tra questi pezzenti i truffatori troveranno ottime vittime, pronte a separarsi dagli ultimi risparmi pur di vedersi assegnata la sospirata casa popolare. La banda, che si sfalderà e si ricomporrà nel corso della storia, ha in Augusto la figura centrale. 

 

Broderick Crawford

 

Considerato vecchio dagli altri (ha 48 anni!) ha alle sue spalle una famiglia abbandonata e qualche anno di galera. Interpretato magnificamente da Broderick Crawford (che sostituì Humphrey Bogart, malato ormai terminale) e doppiato in modo impeccabile da Arnoldo Foà (e qui ci sarebbe da aprire un discorso, sulla presa diretta e sul doppiaggio, che non considero affatto concluso), Augusto indossa un abito ben stirato e la cravatta, incede come un commendatore, avendone faccia tosta, carisma e panza, e mostrando soltanto un sottile spiraglio di umanità, rappresentato dalla giovane figlia che incontra per caso e alla quale ha promesso dei soldi per permetterle di diventare cassiera. Gli altri membri della banda sono tutti più giovani, ma non meno farabutti. Diciamo che ognuno lo è suo modo. Rozzi, incolti o semicolti, spietati, ormai insensibili al lamento delle vittime, del resto così ingenue da meritare quasi il loro destino. L’inganno è una recita. Fellini, Flaiano e Pinelli danno le carte di una partita più ampia della semplice fotografia di un’epoca violenta e senza scrupoli. Questa minuscola e miserabile plebaglia è soltanto il sottobosco di una malavita più ampia, che nasce dalle ceneri di una sconfitta stranamente diventata vittoria. La nascente borghesia italiana non sorge e risorge soltanto nelle officine, ma dal contrabbando in larga scala di petrolio. Il film annuncia anche la nascita della borghesia romana: si sta preparando il sacco di Roma. Come dirà Andreotti qualche anno più tardi: adesso si fanno tante storie sui brutti quartieri del dopoguerra, ma prima stavate nelle capanne… È davvero uno strano Paese, quello che vediamo nascere: malavitoso e parassitario sin dalle origini. Ne vediamo uno spaccato nella festa di Capodanno in cui alcuni dei nostri riescono a infilarsi. Uomini in smoking, signore vestite da sera. Una manica di farabutti che ha già imparato a giocare in altri campi, ma che nella volgarità di ogni loro respiro ricordano i ladri di polli che sono stati sino a pochi mesi prima. La festa di Capodanno si stende come un’ombra funerea sul film, portando alla luce strani distinguo e strani confini etici riassumibili nella formula: rubare in casa di ladri.

 

Il belloccio della banda di Augusto, Roberto, interpretato da Franco Fabrizi, è anche il più ottusamente furfante: arraffa un portasigarette d’oro a una signora, e viene strapazzato davanti a tutti. Il dibattito, la crisi che si apre nella banda, sono un contenuto importante del film. Siamo dei ladri, certo, dei truffatori, sappiamo che il mondo è pieno di fessi, soprattutto tra i reietti, gli ultimi, i più facili da ingannare, ma c’è un confine, una linea: si può rubare in casa di chi ti ha accolto come un amico invitandoti a una festa di classe, sia pure plastificata? La rancorosa reazione di Augusto in fondo non è etica ma estetica: è una questione di stile. Farsi umiliare così da grandi professionisti giunti lassù dove loro non saprebbero neppure muoversi, tra le alte sfere dei soldi veri. È questa l’umiliazione: farsi insultare da ladri più astuti di te. Anche il buono della banda, Carlo detto Picasso, con la faccia d’angelo di Richard Basehart, entra in crisi (si potrebbe dire finalmente, visto che da tempo porta in casa soldi non proprio guadagnati…) con l’assai candida moglie, interpretata da Giulietta Masina, che indossa un personaggio disegnato e cucito su misura per lei. Eh già, gli amici del sorridente pittore e marito non sono proprio stinchi di santo. Ma lui promette e ripromette, e naturalmente continua a delinquere. Picasso (doppiato da Enrico Maria Salerno) è un buon marito, ottimo padre di famiglia, spendaccione e sorridente, inutilmente appassionato di pittura (è anche aspirante falsario) ma questo in fondo non lo rende migliore. In un certo senso la sua componente buona lo rende ancor più spregevole. Lo spiegava in modo articolato e profondo Vasilij Grossman studiando i suoi carnefici. È la loro componente buona, normale, che li rende mostri davvero. 

 

Franco Fabrizi e Richard Basehart

 

Ma torniamo al bidone del titolo. Non ho ancora svelato il colpo più elaborato della banda. Augusto si traveste da Vescovo, e gli altri in autista e lacchè in tonaca. Per questo Augusto è anche chiamato “Monsignor Bidone” (“Ha fatto piagne mezza Italia!”: viene presentato così). Le vittime sono sperduti contadini di terre spettrali e sassose, che si vedono arrivare la lussuosa macchina targata Città del Vaticano. C’è un tesoro nella loro terra, accanto alle ossa di un misterioso assassino pentito in punto di morte. Il tesoro resterà ai contadini, che in cambio dovranno pagare qualche centinaio di messe per l’anima del defunto. Non tutte le truffe necessitano di mascheramento, ma tutte si basano sulla capacità di interpretare una parte. La truffa, come dicevo, è sempre una recita. Il cinema stesso, in primis quello del grande riminese, è una strana miscela di genio e cialtronismo, ne sono ben consapevoli Fellini e (direi soprattutto) Flaiano. Peccato che dei due essenziali ingredienti ne sia restato col passare dei decenni soltanto uno, e oggi ci si stupisce anche di quattro uccellacci portati da un tremendo animalaro su una terrazza romana. 

 

Tanto il mondo è pieno di fessi, ci dicono i personaggi di Il bidone, di contadinotti creduloni che incassano tutti contenti dei diamanti di vetro. Il truffatore non si limita a rubare i sudati soldi messi da parte da un contadino, ma lo disprezza profondamente. La sua ingenuità lo disgusta, perché diminuisce anche la sua maestria: che ci vuole a spennare dei polli così polli? Dispersa dopo una triste sbornia in provincia la vecchia banda se ne forma una nuova, ma stavolta Monsignor Bidone è alle dipendenze di altri. Il trucco è lo stesso, le vittime anche: i contadini. Come dicevo la luce del sole sembra più spietata della tenebra: un bianco e nero spinto ai suoi estremi rende il paesaggio abbacinante, arido, invivibile. La misera casa che vanno a rapinare sembra abitata da fantasmi. Anche consegnando la cifra destinata all’acquisto di una mucca non riescono a coprire le spese di tutte le messe. Monsignor Bidone accetta il malloppo parziale. Ma qui scatta il necessario tratto finale del film. C’è una linea di demarcazione davanti alla banda, che separa i meschini farabutti come loro da quelli che hanno saputo rimodernarsi. Che destino può aspettarsi un uomo come Augusto? 

 

Sono poche le creature angeliche in questa storia: la moglie di Picasso, la figlia acqua e sapone di Augusto, la piccola paralitica che appare a questo punto del film. Sia pure inconsapevole, ci appare come una santa degna di pala d’altare. La poverina bacia l’anello del finto vescovo, lo mette in imbarazzo con la sua umiltà e la sua rassegnazione, tanto che il Monsignore quasi si dà alla fuga. Ecco: siamo di fronte a un sentimento buono o è anche questa una recita? Ebbene è una recita, perché Augusto dice alla banda che ha restituito tutti i soldi alla ragazza, così per vergogna, per aver superato un certo limite, e invece i soldi li ha e li nasconde. Ma anche questa recita un po’ di bene lo nasconde: voleva dare quei soldi a sua figlia, per consentirle la vita normale che sognava. Dove finisce il bene e dove comincia il male, in un uomo così? Dove finisce l’artista istrionico e dove comincia il cialtrone? Cosa distingue il Narratore dal Contaballe? Il tema è più sottile e sfuggente di quanto appaia, e di certo sceneggiatori di quel livello ne avevano piena consapevolezza. 

 

 

Mutando scenograficamente e uscendo da ogni suggestione neorealista, il tema esploderà in 8 ½. Il cinema è un prodotto industriale, quindi collettivo, ma è anche d’autore. Cos’è esattamente un autore di un prodotto industriale? Cosa lo esprime? Quale mondo, quale industria, quale cultura? Mediocrità, apparenze, crisi identitarie, la troupe che deve pur mangiare (e questi speciali operai-zingari sono in perfetta continuità con il mondo di Il bidone), il gregge giornalistico, il gusto comune, il saperlo infrangere senza scatenare fughe dal botteghino. Il cinema nel cinema, in sé stucchevole, entra invece come una lama sottile nell’ancor più sottile spazio dell’improvvisazione, del guizzo, del lasciarsi andare. Il genio-cialtrone non può nascondersi sotto un tavolo, esce allo scoperto e racconta il suo strazio, tenendosi in qualche modo dritto sulla corda. Niente a che vedere con la strada ferrata implacabile che deve percorrere il bidone, anche se il mondo che lo esprime è sempre lo stesso.

 

Per la cronaca: Il bidone andò male. Sia al box office che nelle pagine di critica. Fu stroncato quasi da tutti, unendosi al coro di fischi che accompagnava il grande cinema italiano, destinato a un trionfo postumo e posticcio. Con questo non voglio dire che il film sia privo di difetti. Per esempio, risente di un montaggio forse frettoloso (doveva essere pronto per il Festival di Venezia) che manda in sofferenza alcune sequenze importanti e bellissime, come quelle tremende del finale. Perché Augusto farà la fine che merita: pestato a sangue dai compagni traditi, agonizza lungo una strada polverosa e muore letteralmente come un cane. Passano alcune contadine cariche di legname e neanche lo vedono. Forse vorrebbe chiamarle. Forse si rende conto che non ha il diritto di essere salvato da chi ha disprezzato tutta la vita.

    

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