Catterina Vizzani che per ott'anni vestì abito da uomo

Il 16 giugno del 1743, il giovane Giovanni Bordoni arrivò all’ospedale di Santa Maria della Scala di Siena con una grave ferita da arma da fuoco alla gamba sinistra. Fu riconosciuto da Giambattista Giustiniani, che lavorava al servizio di Giovanni Bianchi, noto accademico e titolare della cattedra di Anatomia presso l’università di quella città. I due uomini, Bordoni e Giustiniani, si erano incontrati a Firenze e avevano alloggiato nello stesso albergo. Del resto Bordoni non passava inosservato: era un ragazzo esuberante e si faceva notare per la sua intraprendenza nel corteggiare le donne, fino a rasentare la sfacciataggine. Preoccupato per le condizioni dell’amico, Giambattista si rivolse al suo prestigioso datore di lavoro, sperando che potesse visitarlo: sotto il sapiente sguardo di Bianchi, sarebbero certamente aumentate le speranze di guarigione. Tuttavia il servitore non fu molto convincente. Il professore promise di fare quello che gli era stato richiesto, ma sottovalutò le condizioni del ferito e dimenticò di recarsi nella stanza del paziente. Bordoni peggiorò velocemente nel giro di pochi giorni, ma fece in tempo ad attirare l’attenzione di una monaca con l’intenzione di rivelarle qualcosa di assolutamente inaspettato: le confessò infatti di non essere un uomo, bensì una donna.   

 

Di fronte a questa nuova situazione, Bianchi decise di recarsi sul posto. Il giovane era ormai sul letto di morte, con abiti femminili e con il capo circondato da una ghirlanda. Il cattedratico non poté fare altro che iniziare una complessa autopsia, cercando di comprendere quanto era accaduto al defunto, che aveva assunto le sembianze perfette di una defunta. È importante sottolineare che l’indagine non fu strettamente medica e non si limitò all’osservazione dell’anatomia del cadavere: Bianchi si preoccupò di fare chiarezza sulla vita precedente di Bordoni, scoprendo che era nato a Roma in una famiglia umile (il padre era un legnaiolo) e aveva vissuto i suoi primi 14 anni di vita da donna, con il nome di Caterina Vizzani. Innamoratasi di una ragazza, Caterina aveva cominciato a vestire abiti maschili per poter vivere la relazione senza destare sospetti. I suoi sforzi furono tuttavia vani: l’inganno fu scoperto e, nel timore di essere denunciata alle autorità costituite, Caterina fu costretta a scappare. Arrivò a Viterbo, dove decise di rompere gli indugi e appropriarsi dell’identità maschile tanto desiderata. Da quel momento fu riconosciuta da tutti come Giovanni Bordoni e visse per otto anni in diversi luoghi fra lo Stato pontificio e il Granducato di Toscana, svolgendo vari lavori e mostrando sempre una spiccata passione per le donne. La sua avventura si interruppe bruscamente proprio a causa una fuga d’amore. Tentando di convolare a nozze nella città di Roma con la nipote di un influente sacerdote toscano, Bordoni fu catturato e ferito con un colpo di archibugio. Erano state le conseguenze di quell’incidente a condurlo alla morte. 

 

Giovanni Bianchi diede alle stampe il resoconto delle sue ricerche nel 1744, ma fu costretto a farlo in maniera clandestina, non trovando un editore disposto ad astenersi da censure. Si trattava di un testo polimorfico finalizzato a solleticare la curiosità di parecchi lettori, ma anche a sollevare scandalo, come appare in maniera eloquente dal titolo: Breve storia della vita di Catterina Vizzani romana che per ott'anni vestì abito da uomo in qualità di servidore, la quale dopo varj casi essendo in fine stata uccisa fu trovata pulcella nella sezzione del suo cadavero. L’accademico non aveva alcuna intenzione di produrre un semplice trattato medico, bensì un racconto breve, o per meglio dire una “novella”, esplicitamente ispirata al celebre modello del Decameron di Boccaccio. L’opuscolo non riscosse consensi unanimi: gli specialisti, ad esempio, preferirono non pronunciarsi su una vicenda che aveva risvolti imbarazzanti sul piano strettamente scientifico e che poneva questioni morali di difficile risoluzione. È stato proprio il suo carattere controverso, invece, a destare l’attenzione di molti studiosi del XXI secolo, che ne hanno colto l’importanza e l’originalità. Fra questi c’è Marzio Barbagli che in un fortunato libro – Storia di Caterina che per ott'anni vestì abiti da uomo, Bologna, Il Mulino, 2014 – ha esplorato i risvolti storici della vicenda, mettendo in evidenza i problemi legati alla definizione dell’identità di genere nel Settecento, fra controllo ecclesiastico, norme giuridiche e esplorazioni scientifiche.  

 

Oggi la vicenda di Caterina Vizzani/Giovanni Bordoni ispira anche un articolato volume della studiosa americana Clorinda Donato, pubblicato da Liverpool University Press nella collana Oxford University Studies in the Enlightenment: The Life and Legend of Catterina Vizzani. Sexual identity, science and sensationalism in Eighteenth-Century Italy and England (2020). L’autrice ha focalizzato l’attenzione sulla circolazione europea della novella di Giovanni Bianchi: la Breve Storia riuscì infatti a fare colpo sullo scrittore inglese John Cleland, che stava riscuotendo un notevole successo con il suo romanzo erotico Fanny Hill, or the Memoirs of a Woman of Pleasure (1749). Fra il 1751 e il 1755, Cleland pubblicò due traduzioni (An Historical and Physcal Dissertation on the Case of Catherine Vizzani; The True History and Adventures of Catharine Vizzani) del testo, ma ne distorse completamente il significato. Clorinda Donato propone, nel suo studio, una minuziosa analisi delle differenze fra la versione italiana e quella inglese. La prospettiva di Giovanni Bianchi era chiara: le caratteristiche anatomiche del cadavere non potevano essere interpretate come il riflesso di una “vicenda individuale di definizione del genere, identità sessuale e preferenza sessuale”. John Cleland trasformò invece la novella in una requisitoria contro le perversioni della protagonista, che aveva surrettiziamente cercato di vestire abiti da uomo e aveva pagato a caro prezzo i suoi errori con una punizione esemplare, morendo in giovane età e pentendosi sul letto di morte.

 

 

Bianchi aveva mostrato una profonda empatia nei confronti di Caterina/Giovanni, esplorando con interesse il contesto culturale ed economico nel quale il suo protagonista era cresciuto, usando il pronome personale maschile (“lui”) nel raccontare i suoi anni vissuti da uomo, affermando la legittimità di una vita che poteva andare oltre i caratteri anatomici di un corpo. Cleland aveva compiuto esattamente il percorso opposto, trasformando una “autopsia medica” in una “autopsia morale”, usando indiscriminatamente il pronome personale femminile (“she”), e accentuando gli aspetti sensazionalistici del fatto di cronaca, per indirizzare un messaggio edificante ai suoi lettori, seguendo uno schema narrativo consolidato: apprendere le tristi conseguenze dei misfatti del personaggio per capire come non incappare negli stessi sbagli. 

 

Partendo da questi presupposti, Clorinda Donato riesce a compiere un ulteriore passo, connettendosi al dibattito odierno intorno alla sessualità e al genere. Il nucleo centrale della novella di Bianchi – osserva la studiosa – era il pene artificiale usato da Giovanni Bordoni, definito “piuolo”: uno strumento per superare le costrizioni della società del tempo e per svincolare la sessualità dall’anatomia del corpo o dai suoi caratteri esteriori. La griglia concettuale all’interno della quale si muove questa analisi è oggi ampiamente sviluppata nel variegato mondo dei gender studies, e trova un riferimento immediato nelle note teorie di Judith Butler, che hanno assunto una forma più definita nel volume Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014; titolo originale Undoing Gender, New York , Routledge, 2004, sul quale vedi su doppiozero l’articolo di Michela Baldo): il genere non si realizza mai in solitudine e non si collega alla struttura anatomica del corpo; al contrario, si proietta nella dimensione dell’agire concreto e si definisce nelle relazioni con gli altri. Come chiarisce Clorinda Donato, la ricostruzione proposta da Bianchi nella Breve storia mette al centro dell’attenzione la capacità dell’individuo di “istruire” il corpo a comportarsi in un certo modo. Fu proprio questo il tentativo di Caterina Vizzani/Giovanni Bordoni, che riuscì ad avere successo per un periodo relativamente lungo (“otto anni”), prima di incappare in una doppia violenza: quella fisica che culminò nell’aggressione fatale del giugno 1743, e quella morale operata da John Cleand, che fece cadere il personaggio nel novero degli impostori, uno dei tanti “mariti femmine” (“female husbands”, come li definì Henry Fielding) che popolavano l’Europa del tempo. 

 

In uno studio apparso per Fayard nel 2001 (La confusion des sexes: le travestissement de la Renaissance à la Révolution), la storica Sylvie Steinberg puntava l’attenzione proprio sulla confusione, considerata in antico regime come spazio del concesso, del “socialmente tollerabile”, mentre le apparenze, ben truccate dai travestimenti, offrivano occasioni temporanee, transitorie, alle libertà identitarie e sessuali. Nello stesso concetto di confusione rientravano il poco chiaro, lo sparigliato, anche l’ambiguo: tutto quello che pur essendo trasgressivo, anomalo o nuovo, non metteva in discussione le ataviche certezze dell’ordine costituito. Tra le tante storie ricordate da Steinberg c’è quella del giovane tolosano Dumoret che, convocato dalle autorità per essere interrogato (siamo nella prima metà del XVIII secolo), si presentò vestito da donna. Di fronte alla segnalazione dell’inopportunità del suo abbigliamento, si rese conto di essere tradito dai lineamenti del suo viso, ovvero dell’unico tratto maschile che la natura gli aveva consegnato, così come accadeva ai fiori che talvolta avevano “strane figure che non si addicevano alla loro specie”. Le analogie fra questa vicenda e il caso Vizzani/Bordoni sono evidenti e ci pongono di fronte a interrogativi di non facile soluzione, che giustificano la gran mole di ricerche in corso su questi temi.   

 

Ancora più stringenti sono i nodi legati al nostro presente, soprattutto sul versante delle enunciazioni, nel sempre delicato rapporto fra natura e cultura. Lo abbiamo visto, ad esempio, il 16 dicembre, quando il blog di Concita De Gregorio (Invece Concita. Il luogo delle vostre storie) ha ospitato un trafiletto di Alessandra Asteriti (docente di Diritto internazionale alla Leuphana University di Lüneburg) dal titolo L’identità di genere è contro le donne. Inserendosi in una polemica sempre più accesa, Asteriti scrive: “Ci sentiamo dire che ci sono donne con il pene e uomini con la vagina. Che se usiamo la parola donna per descriverci siamo transfobiche. Siamo persone con l’utero, mestruanti, proprietarie di vagina”. A risponderle è stata la filosofa Michela Marzano: “[…] coloro che sono nati prigionieri di un corpo maschile e si sono sempre percepite bambine, ragazze e donne hanno il diritto di definirsi donne […]. Le differenze sessuali esistono. Ma esiste anche l’identità di genere. E negarlo significa ridurre l’essere donna al fattore biologico”. C’è quindi un filo evidente che connette lo scenario di antico regime al nostro mondo, lasciando emergere la persistenza di un diffuso afflato repressivo e di un altrettanto diffuso imbarazzo definitorio (talvolta legato proprio a questioni linguistiche, come l’uso imposto dei pronomi “lui” e “lei”). Quello stesso filo, secondo Clorinda Donato, costò la vita a Caterina Vizzani/Giovanni Bordoni e continua a minacciare oggi le vite LGBTQ+, mantenendole in bilico fra visibilità e invisibilità, esponendole a molteplici forme di discriminazione. 

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