CSN&Y: la famiglia disfunzionale del rock

Nel marzo del 1970 Lanny Kaye, futuro chitarrista di Patti Smith, scrive un articolo per la rivista Circus dedicato al gruppo rock del momento: Crosby, Stills, Nash & Young. Il primo disco del quartetto, Déjà vu, è nei negozi da pochi giorni e si appresta a diventare uno dei manifesti di quegli anni. Dopo aver elogiato la band sul piano musicale, Kaye se ne esce con un’affermazione che è figlia dell’epoca: “il vero segreto del successo di CSN&Y, al di là dei dischi e dei concerti, al di là della musica stessa, è l’amore che provano l’uno per l’altro. Se il gruppo non esistesse, sarebbero comunque amici. Se non fossero amici, sarebbero fratelli”. E poi cita una frase di David Crosby: “siamo una famiglia, e il legame si sta irrobustendo di giorno in giorno”.

 

Tre mesi dopo, su Melody Maker, appare un’intervista di Vicki Wickham a Graham Nash intitolata We may fight, but the music wins (litighiamo, ma è la musica a vincere). Se ne deduce che il legame, pur se robusto, è conflittuale. Da allora in poi, e siamo a giugno 1970, non c’è articolo o intervista che non sottolinei le frizioni all’interno della band. Per usare un’espressione cara ai quattro, l’esistenza della formazione è sempre dipesa “dall’equilibrio psichico nella stanza”, e l’equilibrio psichico nella stanza, loro presenti, è sovente stato fragile. Una parola di troppo o un accordo di chitarra sbagliato può innescare un battibecco che in un attimo si trasforma in una disputa capace di trascinarsi per mesi o anni. David Crosby, intervistato su Crawdaddy nel 1974 dal futuro regista Cameron Crowe, spiega così la cronica conflittualità del gruppo: “siamo dentro un four-way marriage”, un matrimonio che viaggia in quattro sensi (espressione che richiama il titolo del secondo disco della band, 4 Way Street). Nel 1977 su Rolling Stone appare un ennesimo articolo, sempre a firma Cameron Crowe, dove si racconta di una serata in compagnia di Crosby, Stills e Nash in uno studio di registrazione a Miami, serata alla quale d’un tratto si presenta anche Neil Young. Dopo gli abbracci e i convenevoli di rito, Neil Young si allunga su una poltrona e dice: “è questo il problema di CSN&Y: troppi abbracci”.

 

 

La storia di Crosby, Stills, Nash & Young, prima ancora che la storia del primo supergruppo del rock, è la storia di una famiglia disfunzionale. Cinquant’anni dopo il primo incontro, Crosby Stills e Nash ancora non riescono a mettersi d’accordo su dove quell’incontro sia avvenuto, se nella casa di Joni Mitchell a Laurel Canyon (è la tesi di Crosby e Nash), o se in quella di Cass Elliott dei The Mamas & the Papas come sostiene Stills. Proprio come in certi raduni di famiglia, sono spesso i dettagli più insignificanti a far emergere le insofferenze reciproche. Nel rileggere le numerose interviste rilasciate dai quattro nel corso degli anni si ha l’impressione di assistere a un pranzo di famiglia perennemente improntato al litigio, in una famiglia particolarmente suscettibile, nel momento in cui la conversazione cade su un tema che tutti si erano ripromessi di evitare. Chi reagirà per primo? Chi avrà da ridire su come il nonno sta biascicando il boccone? E il nipotino che muove i piedi sotto il tavolo? E tu…? Come sarebbe a dire: non ne posso più di mangiare panettone?

 

Nel 1969, quando David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash decidono di mettere su un gruppo, i gruppi rock che vanno per la maggiore hanno nomi come The Beatles, The Rolling Stones, The Kinks, The Beach Boys, The Doors, The Who, Jefferson Airplane, Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival. Non c’è gruppo che si presenti semplicemente col nome dei suoi componenti (fanno eccezione Simon & Garfunkel – che avevano iniziato la carriera come Tom & Jerry – o Peter, Paul & Mary, ma in entrambi i casi siamo in ambito di musica folk). Prima di allora sia Crosby che Stills e Nash avevano militato in gruppi famosi: The Byrds (Crosby), Buffalo Springfield (Stills) e The Hollies (Nash). E proprio come succede dopo una separazione, prima di rimetter su famiglia (o una band) è bene fare pace con sé stessi e la propria identità. C’è già, in quel Crosby, Stills & Nash (Young si sarebbe aggiunto di lì a poco, pure lui in provenienza dai Buffalo Springfield), la necessità di affermare la propria individualità. Il primo supergruppo di rock nasce quando un’idea del genere ancora non esiste, e nasce in un’epoca in cui negli Stati Uniti fioriscono comuni hippie e modelli di vita alternativi dentro cui la crescita personale dell’individuo rimane pur sempre il traguardo da raggiungere. Il progetto musicale Crosby, Stills, Nash & Young si sviluppa fra mille difficoltà entro questo orizzonte di sperimentazione sociale. Da un lato l’ideale peace & love tanto caro agli hippie, dall’altro un anelito di ribellione che rimanda agli eroi e ai fuorilegge della frontiera e del vecchio west.

 

 

La copertina di Déjà vu illustra bene come il simbolismo caro agli hippie californiani pescasse a piene mani dal mito della frontiera, nel tentativo di fare di sé dei fuorilegge renitenti al conformismo e pronti a resistere, armi alla mano, a ogni tentativo di assimilazione sociale. I membri del gruppo – al quartetto s’aggiungono il bassista Greg Reeves e il batterista Dallas Taylor – sono immortalati fra chitarre e fucili, con cinturoni di proiettili a tracolla, fondine e pistole in bella evidenza in stile desperado del Rio Grande: Stephen Stills indossa una divisa da ufficiale confederato con tanto di sciabola al fianco, David Crosby posa nei panni di Buffalo Bill, Graham Nash in quelli di un bracciante messicano, Neil Young in quelli di un pistolero. Titolo del disco, bruno di seppia della fotografia e font fuori moda indicano che il gruppo s’è sprofondato in un’altra epoca, l’Ottocento delle conquiste della frontiera e il primo Novecento della rivoluzione messicana. Siamo dentro un immaginario tipicamente western, non quello fordiano classico stile Ombre rosse, quanto piuttosto quello revisionista che proprio nel 1970 porterà nelle sale film come Piccolo grande uomo di Arthur Penn, Soldato blu di Ralph Nelson o Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein (ma anche quello de Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, che uscì nelle sale l’anno prima, 1969, e che proprio come il collettivo CSN&Y mette in scena un gruppo di individui che non necessariamente vanno d’amore e d’accordo, ma che quando agiscono, agiscono con la compattezza di un uomo solo). Quello che Déjà vu celebra è il mito della frontiera inteso come sfida al potere costituito. Vedere dei fucili e delle munizioni in mano a degli hippie può apparire strano, ma Crosby, Stills, Nash & Young stanno proiettando l’utopia dei figli dei fiori su un fondale che comprende, d’un sol colpo, fuorilegge della frontiera, vaqueros messicani e nativi americani. La controcultura degli anni ’60 si schiera dunque con gli oppressi, gli sconfitti, e i banditi d’un secolo prima. Più che nel folk-rock psichedelico tipicamente californiano di cui si ersero a emblema, stando alla copertina, verrebbe da sentirli erompere in un corrido in onore di Pancho Villa. La musica, poi, ci porta da tutt’altra parte (Almost cut my hair non è né a ritmo di polka né di valzer, e di fisarmoniche e di bajo sexto non v’è traccia), ma l’eversione nei confronti dell’autorità è esplicitata senza possibilità d’errore.

 

Proprio come i protagonisti di Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah o quelli di Easy Rider (il personaggio di Billy, interpretato da Dennis Hopper, fu modellato su David Crosby: stesso taglio di capelli, stesso baffo spiovente, stesso abbigliamento, stesso carattere; entrambi incarnano l’hippie strafottente che ti mostra il dito medio mentre va in moto), CSN&Y stanno per scoprire che il prezzo della libertà può consistere nel sacrificio di sé:

 

Find the cost of freedom, buried in the ground

Mother earth will swallow you, lay your body down

 

“Scopri il prezzo della libertà, sta sepolto sottoterra”, recitano i versi della canzone Find the cost of freedom, “la madre terra t’inghiottirà, offrile il tuo corpo”.

 

 

Nel maggio del 1970 la Guardia Nazionale apre il fuoco sugli studenti dell’Università di Kent, in Ohio, uccidendo quattro ragazzi che stavano manifestando contro la guerra in Vietnam. L’incidente alza il livello di protesta nei campus universitari e colpisce profondamente i quattro membri del gruppo. Neil Young compone di getto la canzone Ohio, un violento atto d’accusa contro l’amministrazione Nixon, canzone che CSN&Y pubblicano pochi giorni dopo come lato A di un 45 giri che reca, sul lato B, la canzone Find the cost of freedom di Stephen Stills. Il gruppo d’un tratto si trasforma da “comitato direttivo della Woodstock Nation” (la definizione è del giornalista Jaan Uhelszki), a rappresentante politico dei giovani d’America, studenti compresi. Una settimana dopo il massacro in Ohio s’inaugura la seconda parte di una tournée che tocca soltanto gli stadi, tanto enorme è la richiesta di biglietti per i concerti. Una cosa mai vista per un gruppo di rock.

 

CSN&Y, Ohio

 

 

 

Da un punto di vista musicale la forza di CSN&Y risiede nel peculiare impasto delle loro voci. Quando intorno a farla da padrone erano le chitarre elettriche e la psichedelia, ecco spuntare un gruppo che rinverdisce i fasti degli Everly Brothers e la tradizione dell’armonizzazione vocale che negli Stati Uniti vanta numerose scuole e filoni (si pensi soltanto agli spiritual, al doo-wop o alla barbershop music), una tradizione doverosamente messa a mollo nel magma lisergico di quegli anni. Quando Crosby, Stills e Nash sentono per la prima volta l’effetto delle armonie prodotte dalle loro voci, sanno di aver per le mani qualcosa di grosso. E non sbagliano. Niente come l’impasto di quelle voci riesce a catturare lo spirito dell’epoca. Nel 1971 David Crosby entra in studio d’incisione per registrare il primo disco solista, If I could only remember my name, un lavoro che oltre a circostanziare lo stato di confusione del suo autore, fotografa anche il primo indugio nell’aurea parabola del movimento hippie. In studio Crosby convoca molti dei protagonisti musicali della San Francisco di fine anni ’60: Jerry Garcia, Bill Kreutzmann, Mickey Hart e Phil Lesh dei Grateful Dead, Jorma Kaukonen, Paul Kantner, Grace Slick e Jack Casady dei Jefferson Airplane, Greg Rolle e Michael Shrieve del gruppo di Santana, Joni Mitchell, Neil Young e Graham Nash. In modo del tutto inconsapevole ma con precisione cristallina, il disco indica il momento di passaggio dalla piena luce alle prime ombre del movimento hippie. Splendore e decadenza dei figli dei fiori emergono come in un sogno dal profondo stato di crisi e depressione di uno dei protagonisti di quella stagione.

 

 

A quel disco, e al suo titolo, si richiama il recente documentario Remember my name, del regista A.J. Eaton, dedicato proprio a David Crosby. È un ritratto a tutto tondo di Crosby e della sua carriera, dai primi successi con i Byrds alla tournée in corso con il nuovo gruppo, la Lighthouse Band. Una delle scene più toccanti del documentario ritrae Crosby davanti alla casa di Joni Mitchell a Laurel Canyon dove, a suo dire, cantò per la prima volta con Stephen Stills e Graham Nash e dove, appoggiato al cofano dell’automobile, conobbe Neil Young. Crosby rimane a lungo silenzioso di fronte alla casa, indicando al regista la finestra dietro cui sta la cucina, il locale in cui armonizzò per la prima volta con i suoi amici. L’emozione di Crosby è palpabile. La cucina di casa: il luogo dell’armonia e del conflitto. Il luogo dove è nata l’avventura di CSN&Y e il luogo dove si è plasmata la famiglia disfunzionale per eccellenza del rock, una famiglia dalla quale Crosby, dopo anni di litigi, rotture, falsi allarmi, tour cancellati, tregue, parziali reunion, sentite dichiarazioni di fedeltà e colpevoli ammissioni di infedeltà è ormai definitivamente escluso. Nel corso della sua vita è stato messo alla prova un’infinità di volte: la tragica morte della fidanzata Christine Gail Hinton durante le sedute di incisione di Déjà vu, la tossicodipendenza, le overdose, l’alcolismo, il carcere, i problemi di salute (tre infarti, otto stent nelle arterie, un trapianto di fegato, l’epatite, il diabete), una casa distrutta dal terremoto, un incidente di moto da cui è miracolosamente uscito indenne, ma nulla lo abbatte quanto il dover constatare che tutti gli amici con cui ha fatto musica in passato non ne vogliono più sapere di lui. E tiene a sottolineare il tutti. Tutti, senza eccezione. Ha una moglie, un figlio, dei nuovi amici con cui ancora incide dischi e suona dal vivo, ma la famiglia vera, il gruppo di amici con cui aveva scoperto il Sacro Graal dell’armonia è ormai perduto. “Ma perché non vai a bussare alla porta di Neil Young?”, gli chiede il regista. Crosby lo fissa smarrito, e poi se ne esce con una risposta che forse è vera, e forse no: “non so nemmeno dove abiti”. L’impossibilità di stare in pace e in armonia con chi quella pace e quell’armonia aveva magicamente contribuito a creare è il prezzo da pagare per David Crosby. Un antieroe, a suo modo, proprio come il Billy di Easy Rider fucilato a bordo strada da due bifolchi del sud, o l’Ernest Borgnine di Il Mucchio Selvaggio che accoglie con una smorfia da spaccone il suo destino. Sono i fuorilegge della frontiera ritratti sulla copertina di Déjà vu, e sono i ribelli del rock californiano di fine anni ’60, che diedero tutto quello che avevano pur di essere una famiglia diversa dalle altre.

 

David Crosby, il trailer di Remember my name

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