Dag Solstad, Ma Singer chi è?

«Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì». È lo straordinario incipit di Camminare di Thomas Bernhard (Adelphi, 2018, traduzione di Giovanna Agabio); piccolo indimenticabile libro di cui molti lettori hanno subito la fascinazione e sono poi rimasti affezionati. Il ritmo ossessivo di Bernhard – l’apparente semplicità con cui tiene insieme i fili dei due amici che camminano e parlano e pensano e raccontano mentre lo fanno e sottolineano e tengono il lettore sottobraccio con i continui «disse Oelher», prima di scaraventarlo di nuovo lontano, con una nuova sequenza ipnotica di frasi – è un miracolo letterario.

Camminare mi è tornato in mente appena ho cominciato a leggere il nuovo e molto bello romanzo di Dag Soltad: T. Singer (Iperborea 2020, traduzione di Maria Valeria D’Avino), proprio per il ritmo ossessivo con cui lo scrittore norvegese inquadra il protagonista in una certa scena. Accade nelle prime venti pagine, in particolare qui: 

«Singer parla con B in modo diverso che con K perché conosce K e B in modi diversi, e il rapporto che si è creato tra Singer e B si basa su esperienze da quelle su cui si basa il rapporto tra Singer e K […] Ma Singer condivide con B qualcosa che non condivide con K, nel tono, per esempio che è di implicito cameratismo quando parla con B, e che desidera sia di implicito cameratismo quando parla con B, perché B è B (e Singer è Singer). Con K vuole parlare in modo diverso […].»

 

Soltad usa questo particolare stile, così ritmato, fatto di giochi di sponda tra un personaggio e l’altro, non certo per impressionare il lettore, ma per due motivi, il primo (il più importante) serve per inquadrare l’indimenticabile (proprio perché dimenticabile e mediocre) protagonista di questa storia, Singer, appunto; il secondo motivo dipende dal talento, Soltad è capace di scrivere così, di tenere i fili in mano, nonostante l’apparente dispersione. Il lettore non avrà mai un dubbio su chi sia K e su chi sia B, ma soprattutto comprenderà il malessere primario di Singer, i motivi per cui un piccolo imbarazzo, come quello di aver confuso per un istante un amico per l’altro, l’avergli parlato di una sciocchezza con un tono diverso, lo tormenteranno anche molti anni dopo, al punto di riprovare – al solo pensiero – lo stesso insopportabile imbarazzo.

 

«Il linguaggio è già lì, come se si fosse inventato da sé. C’è solo da studiarlo. Dov’è il segreto?»

Singer è inadeguato. È insofferente alla vita ma non può farne a meno, la vita vera è irraggiungibile, ne è possibile un surrogato, un’imitazione. Più che mancarci qualcuno, manchiamo qualcosa, prima di tutto noi stessi, restiamo insoddisfatti, non compiuti, inventiamo strane traiettorie per non uscire dal seminato. Seminato che è già finto, già sottoposto a convenzioni originarie, nasciamo e ci aggiungiamo del nostro, scegliamo un binario e non ci muoviamo da lì, anche se la vita si muove, accadono cose ma non vogliamo che queste ci tocchino più di tanto. A questo ha pensato Dag Solstad quando ha immaginato Singer, ma Singer chi è?

 

 

Singer è di Oslo, studente universitario che alterna semestri di studio ad altri di niente, non conclude, non si laurea. Conduce un’esistenza bassa, fatta di istanti ripetuti e soprattutto solitari, vive di grandi rimuginamenti e di azioni di facciata. Sa stare nella società senza volerci stare. Sogna di fare lo scrittore, ma è un sogno senza immaginazione e senza fondamenta, lo perseguita una frase: «Un giorno si trovò faccia a faccia con una visione memorabile», che dovrebbe essere l’incipit del suo grande romanzo, ma oltre non sa andare, per gli stessi motivi per i quali ripensa per anni alla cosa detta a K invece che a B. Come continuare la frase? Cos’è memorabile? Cos’è una visione? Che vuol dire stare faccia a faccia? Soltad è abilissimo, ci mostra l’inquietudine e l’incapacità di Singer semplicemente raccontando le sue giornate, i suoi pensieri che giocano di sponda senza esaurirsi mai, senza risolversi.

«Due giorni dopo accadde qualcosa. Singer s’innamorò.»

 

A 31 anni molla gli studi e anche l’idea di scrivere il romanzo, quantomeno non ne accenna più. Vince un concorso da bibliotecario in un paesino minuscolo tra le montagne del Telemark e vi si trasferisce. Lì, per molti anni, realizza e conduce una perfetta vita da piccolo borghese. Si integra al lavoro e nella comunità, va al cinema all’ultimo spettacolo, va a cena quasi sempre da solo, ma poi fa amicizia, si innamora, si sposa e adotta la figlia di due anni della moglie. La felicità, si direbbe, ma Singer è un abitudinario finto, anche forse a sua insaputa. Al lavoro fa battute spiritose perché le convenzioni vogliono che le faccia, stringe amicizia perché così si fa. Porta a passeggio la bambina perché nessuno potrà dirgli che non sia normale. Cena con sua moglie, ride con lei, sempre nello stesso modo. Prepara da mangiare, eseguendo sempre gli stessi gesti, sublimando la routine. Man mano che il romanzo avanza, Singer mette quasi paura. Impressiona il suo essere scientifico nel non provare emozioni, nel gestire le faccende quotidiane in modo che queste non escano dal percorso prestabilito.

«In biblioteca, Singer svanì quasi subito nel suo lavoro, come si aspettava e sperava di fare.»

Dag Soltad si inserisce di tanto in tanto nel romanzo, facendo delle precisazioni, usando la voce dello scrittore: «in ogni romanzo del resto c’è un grande buco nero […] e questo romanzo è appena arrivato a quel punto» e manovra Singer, un personaggio estremo, enigmatico, ossessivo che somiglia ai nostri lati più oscuri. T. Singer è un romanzo molto concreto, senza fronzoli, ma è anche ipnotico, musicale, filosofico, divertente e nero.

 

Singer andrà avanti così, dopo la morte improvvisa di sua moglie sceglierà di occuparsi della bambina ma non per affetto, mai per affetto, per convenzione, per continuare un’esistenza tranquilla e glaciale, nella quale potrà continuare a tornare a casa alla stessa ora, preparare la cena, leggere il giornale seduto nella stessa posizione.

«Dal momento in cui aveva ricevuto la notizia della morte, Singer, aveva agito come un automa in conformità con il grave lutto che gli era toccato sostenere. Aveva scelto il contegno più opportuno, senza bisogno di pensarci.»

Singer è un maniaco del controllo di sé stesso e dell’effetto che può fare sugli altri, potesse sparirebbe, allora calcola ogni gesto, ogni sorriso, ogni pensiero, fa tutto nel modo che crede giusto per far sì che gli altri non lo notino ma lo accettino. Mette in scena tutte le azioni atte a evitare che gli altri lo distolgano dal suo niente, che siano la figlia, il suo migliore amico, i colleghi, le amiche di sua figlia. Ogni contatto umano per lui è un fardello e come tale deve sparire, ma tutto deve accadere come per caso, per conseguenza naturale.

 

Dag Soltad ci regala un personaggio straordinario, centrale nella sua ricchissima opera. Un uomo inquieto e profondamente solo, che è turbato dalla propria esistenza e che fa fatica per tutta la vita per apparire altro da quello che è, perché è consapevole di non provare niente, di essere socialmente inaccettabile. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1999, è una gemma nella scrittura di Soltad, sia per quello che riguarda l’aspetto creativo sia per quello del ritmo feroce e della ricerca linguistica. Sulla copertina c’è un busto di uomo senza testa con a lato una chiave come quella che azionava i pupazzetti di una volta, un uomo che non c’è, che non c’è mai stato.

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