Danza e Cina al Fabbricone di Prato

Ogni spettacolo di Constanza Macras è un viaggio. Dopo la cultura rom e quella sudafricana, quella indiana e quella brasiliana, con The Ghostsil suo ultimo lavoro al debutto italiano al Metastasio di Prato (le repliche successive saranno al CSS di Udine, anche coproduttore dello spettacolo) è la volta della Cina. Ma è una Cina un po' “particolare”, che viene presentata agli spettatori occidentali tramite una dei marchi artistici più celebri del Paese, quello dell'arte acrobatica circense. Sono più di duemila anni che è così: dai banchetti offerti agli ambasciatori stranieri in età imperiale, fino alla scelta del circo come arte rivoluzionaria e proletaria per rappresentare il nuovo corso all'epoca di Mao; ed è così anche oggi, nel momento in cui l'arte acrobatica è valorizzata e sostenuta a livello pubblico come biglietto da visita da esportare verso l'esterno. Ma il percorso con cui la coreografa argentina d'origine ma ormai berlinese d'adozione porta la Cina sui palcoscenici europei è del tutto peculiare, avendo a che vedere solo in parte con gli aspetti celebrativi e auto-rappresentativi affidati tradizionalmente all'acrobatica dell'estremo Oriente.

  

Il viaggio di Constanza Macras e della sua compagnia Dorkypark è – anche in questo caso – un viaggio reale: perché ha origine da un percorso dell'artista in Cina nel 2013 e perché il modo di far “viaggiare” gli spettatori in quel mondo avviene per il tramite di veri artisti del circo, che la compagnia ha incontrato e con cui ha costruito un rapporto, un lavoro e una drammaturgia insieme. L'ensemble berlinese, multidisciplinare e multiculturale, di volta in volta, di spettacolo in spettacolo si arricchisce infatti di presenze artistiche e umane diverse: nel caso di The Ghosts è una famiglia di acrobati ora di base in un parco divertimenti a Guangzhou, uno zio, due sorelle, un'altra nipote, tutti – come vuole la tradizione – formati giovanissimi all'arte, capaci di incredibili evoluzioni e composizioni, protagonisti di carriere sfavillanti. E poi tutti però accomunati da un destino condiviso: quello di una fine rapida di un percorso tanto intenso, quello della – altrettanto tradizionale – marginalità sociale e dello sfruttamento, che accompagna quest'arte fin dalle origini migliaia d'anni fa. Questo ci raccontano le parole e i corpi di The Ghosts. Ed è per questo che lo spettacolo s'intitola così: “i fantasmi” sono loro, gli acrobati, da sempre al centro e al di fuori della società che li ha scelti come strumento di auto-rappresentazione per eccellenza (e un pezzo particolarmente cupo e carico di trasporto dello spettacolo è proprio dedicato alle figure tradizionali cinesi degli spiriti inquieti). 

 

 

In scena si intrecciano acrobazie e danza contemporanea, cinese, inglese e tedesco, canzoni che ricordano non poco i Song brechtiani e la musica orientale di Chico Mello, aneddoti reali accompagnati da tanto di foto-testimonianza e pezzi di storia con la “S” maiuscola, momenti di vertiginoso virtuosismo e altri di racconto in prima persona, interviste, favole, scene di grande carica onirica e altre di dura critica sociale. Una babele di vite, storie, punti di vista, colori, suoni, lingue e linguaggi nello stile ormai celebre di Constanza Macras. Una babele che può spiazzare, fra i lunghi affondi autobiografici (coreutici o orali che siano), possibili difficoltà di interpretazione o decodificazione dettati dai registri linguistici diversi che si affastellano sul palco e una frammentazione irredimibile della visione. Ma è un mosaico di punti di vista singolari, a volte intimi, altre corali, in cui ci si può perdere e poi ritrovare, perché lo spettacolo è sempre aperto, e numerosi sono i punti d'accesso per tornare a farsi coinvolgere in ogni momento; e anche perché la sua composizione rizomatica ha il pregio di non essere poi così distante dalle modalità di fruizione multiple, transmediali e interconnesse oggi ormai d'abitudine quotidiana.

 

Al centro di The Ghosts, nella sua struttura, stanno naturalmente i momenti performativi di acrobatica e di circo, tutti di grande suggestione e bellezza: contorsionismi e giochi, danze e equilibrismi, esercizi al tessuto, tableaux composti da più persone una sull'altra... Sempre col sorriso sulle labbra, con la passione che trasuda da ogni sforzo, verso la soddisfazione dell'applauso. Però, man mano, trascolorano in imprese sempre più estreme e dunque affascinanti, sì, ma progressivamente cariche d'inquietudine: il pezzo in cui due giovani acrobate svolgono numeri di pattinaggio artistico in coppia sempre più al limite, fino a legarsi l'una al collo dell'altra piroettando vorticosamente, raggiunge un apice da cui è difficile tornare indietro. Quei lacci – insieme alla panca usata per il numero finale, che non va svelato – fanno venire in mente degli strumenti di tortura, non fosse altro perché è una delle danzatrici stesse a sottolinearlo: “sembra uno strumento dell'Inquisizione spagnola”, dice a mezzavoce, sembra quasi una battuta. Più che le storie che raccontano sono i corpi che parlano per loro, i movimenti, la qualità delle relazioni che li legano, gli sforzi cui si sottopongono. 

 

 

I pezzi d'acrobatica sono contrappuntati da racconti in presa diretta, spesso in prima persona. Il “viaggio” di The Ghosts comincia con un grido: è una ragazzina giovane, a bordo palco, tutta vestita di bianco, che urla a squarciagola. A seguito di un numero suggestivo coi piattini rotanti, insieme alla sorella e alla cugina, prende la parola quest'artista sedicenne, mostrando le immagini del parco di divertimenti dove lavorano, un miscuglio esplosivo di desolazione e bellezza, familiarità e straniamento. Di storie come questa ce ne sono varie nello spettacolo, come quella dello zio delle tre, in scena anche lui, che ha abbandonato la propria famiglia a soli 7 anni, diventando un piccolo mendicante e poi fortunatamente si è dato all'acrobatica, ma non potendo permettersi alcunché ha dovuto lavorare sodo ogni giorno in condizioni al limite della sopravvivenza (solo con l'allenamento quotidiano – dice – potrai provare a cambiare qualcosa). 

Se in un primo momento le vicende raccontate dai vari protagonisti colpiscono per la loro particolarità culturale e i pezzi acrobatici affascinano per la precisione e la bellezza, mentre il suono della lingua e della musica trasporta verso orizzonti lontani, man mano che si svolge lo spettacolo – e le storie si fanno più crude, e i “numeri” più pericolosi – il timbro cambia, i toni sfumano fino a diventare algidi, carichi d'angoscia e di minaccia. 

 

 

Alla fine, si scopre che il viaggio di Dorkypark in Cina non è solo un lungo itinerario alla ricerca di un'altra cultura, di un linguaggio artistico diverso, di luoghi, usi e costumi lontani; ma diventa immediatamente un viaggio dentro di “noi”: negli interstizi in cui resistono comunità che vivono diversamente rispetto ai modelli – culturali, sociali, economici – canonizzati dalla società moderna dei consumi; nelle pieghe in cui lavorano persone che vengono sostenute fino a un certo punto e poi abbandonate a se stesse; negli spazi contraddittori che si sviluppano fra l'immagine sfavillante che una società intende dare di sé e le miserie che ospita (quando non addirittura provoca). Passione, sforzo, intensità; le milioni di persone dei Song, che bevono e mangiano soddisfatte, fra grattacieli e supermercati sempre in crescita; artisti senza tutele, comunità emarginate, fantasmi. La Cina di The Ghosts a volte sembra molto, molto più vicina di quel che è.  

“Dovete cambiare nel profondo del cuore” dice una delle performer di Dorkypark in una scena congiunturale a metà dello spettacolo, fra la leggerezza e il trasporto della prima parte e i toni più cupi e angoscianti della seconda, in un pezzo che ha come oggetto il cannibalismo, vero o presunto che sia, degli “uomini che mangiano altri uomini”, affamati di carne umana, sempre all'erta dietro ogni angolo. “Dovete cambiare”. Se lo stia chiedendo a loro in scena, alla platea che li sta guardando in quel momento – certo giustamente famelica di un nuovo pezzo di talento – o a tutto il mondo che sta fuori, in Cina e in Europa, non è dato saperlo. 

 

Ma è chiaro che quello che fa Constanza Macras è un atto – certo scenico – profondamente politico. Non solo per i temi che tratta o per i linguaggi altri che sceglie di affrontare; ma innanzitutto perché utilizza le occasioni delle numerose tournée internazionali per dare voce e spazio a realtà che difficilmente arriverebbero a emergere, alla conoscenza dei più; e poi perché in questo modo di lavorare in bilico fra l'alterità e l'identità, l'integrazione e la disintegrazione, portando – i suoi artisti e gli spettatori – lontano, andando alla ricerca di altre culture alla fine quello che succede è (anche) di capire un po' meglio la nostra, quella occidentale moderna, o almeno di interrogarla con domande che normalmente non sarebbero così a portata di mano, di sguardo e di pensiero.

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