David Efron, Gesto, razza e cultura

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.

 

Copertina arancione, titolo: Gesto, razza e cultura. È il primo volume della collana Studi Bompiani, sezione “Campo semiotico”, diretta da Umberto Eco. L’autore si chiama David Efron. Il libro è uno studio pionieristico condotta sotto la guida dell’antropologo Franz Boas, pubblicato per la prima volta nel 1941 e ristampato nel 1971. Si tratta del saggio inaugurale di una disciplina, la cinesica, che studia i gesti umani e più in generale il linguaggio del corpo. Efron, un giovane ricercatore, aveva letto i teorici del razzismo nazista e le loro aberranti tesi sulla razza. Era convinto che la gestualità seguisse precise regole di significazione. Aveva scoperto il libro di un canonico italiano, Andrea De Jorio, La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano (1832), che partendo dalle immagini dipinte sui vasi greci aveva tracciato la genealogia dei gesti dei napoletani. Perciò si era messo per strada, sotto i grattacieli di New York, come se fosse nella foresta amazzonica, per osservare due comunità d’immigrati: gli ebrei arrivati dai ghetti centroeuropei e gli italiani meridionali immigrati; quindi a studiare gli appartenenti ai due gruppi che avevano cambiato contesto sociale e culturale, essendo arrivati in America da più tempo. L’idea di fondo dello studio è che i gesti sono appresi dai contesti ambientali in cui si vive. Come spiega nella sua introduzione del 1972, Paul Ekman – diventato successivamente famoso per aver individuato i “fondamentali” delle espressioni facciali legate ai sentimenti –, il giovane antropologo mette a punto un vero e proprio dizionario dei gesti realizzando con l’aiuto di un disegnatore, van Veen, una sorta di stenografia dei movimenti; nel libro ci sono oltre 150 schizzi.

 

Secondo Hans Günrher, antropologo del Terzo Reich, esistono quattro razze distinte: la nordica, l’occidentale, l’orientale e la dinarchica, con conformazioni psicosomatiche specifiche, come la lunghezza del cranio. Altri teorici delle razze parlano di “archetipi spirituali” in numero di quattro: l’Uomo Sferico, gioviale e instabile; l’uomo Parabolico, flemmatico; l’uomo Piramidale, iperteso e teatrale; l’uomo Poligonale, mutevole e caotico. Scandagliando testi dell’Ottocento, Efron mette in luce come si attribuiscano caratteri gestuali alle varie razze, che presenterebbero comportamenti umani legati all’aspetto biologico. Mentre scende per strada a studiare i gesti di ebrei e italiani immigrati, va anche in biblioteca a consultare libri del passato che parlano dei movimenti espressivi di mani e braccia nei vari paesi ed epoche. Scopre politici inglesi che gesticolano ampiamente come gli italiani, e altri, come Disraeli, ebreo inglese, che mostra una assoluta sobrietà gestuale. Una delle più diffuse abitudini tra gli ebrei, sarebbe quella di toccare l’interlocutore mentre si parla. C’è la storiella del “maghid”, predicatore ebreo lituano, che a causa di un attacco reumatico non è in grado di parlare chiaro: “Il mio braccio oggi è molto rauco”. E la affianca al resoconto dei gesti degli inglesi nei caffè all’inizio del Settecento: nel discutere toccano e torcono i bottoni degli interlocutori fino a strapparli. Guarda le tavole di W. Hogarth, che mostrano la gesticolazione dei londinesi della sua epoca.

 

 

Le note del libro sono una miniera di osservazioni per una storia dei gesti in Occidente. Solo un cenno: l’invenzione della “sensibilità” nella cultura francese pre-rivoluzionaria che produce gestualità altamente nervose e accentuate in opposizione al costume precedente fondato sui gesti controllati dei cortigiani, come indicava Baldesar Castiglione. Efron frequenta ebrei d’origine polacca e lituana nell’East Side di Manhattan, e poi italiani provenienti da Napoli e dalla Sicilia a Little Italy, per strada, in casa, negli incontri sportivi, nei locali. Il raggio dei gesti degli ebrei dei ghetti è più limitato di quello degli italiani del Sud; questi, poi, fanno sfoggio di un grado piuttosto alto di sinergia nell’uso di braccio, avambraccio e mano, come se fosse un unico movimento concertato a partire dalla spalla. Gli ebrei tengono la mano in una posizione angolata rispetto all’avambraccio, mentre l’italiano la mantiene in linea retta con tutto il braccio; anche la velocità dei gesti è diversa: l’italiano fa movimenti più fluidi, l’ebreo va in crescendo o diminuendo, o viceversa. Mentre gli immigrati del Sud Italia toccano più il proprio corpo che quello dell’interlocutore, gli ebrei dei ghetti fanno il contrario.

 

Sono 271 pagine di descrizioni, disegni, schemi, analisi davvero interessanti che spaziano in molte direzioni, con considerazioni sul rapporto dei gesti degli oratori romani e quelli dei monaci anglosassoni che utilizzano il “linguaggio dei segni” per comunicare. La quinta parte del libro è dedicata ai gesti degli ebrei e degli italiani assimilati a New York. Efron mostra come passando da un ambiente culturale e sociale all’altro, i gesti si modificano. Va a osservare gli “assimilati” alla Columbia University e presso il City College. Verifica cosa si perde e cosa si acquisisce. Una conoscente gli manda il disegno di alcuni gesti di un uomo, racconta, e lo sfida a capire a quale cultura e origine appartiene. Grazie alla sua grammatica e sintassi dei gesti è in grado di vedere gli influssi di gruppi etnici e sociali diversi. Va a seguire le lezioni di Meyer Shapiro, eminente storico dell’arte che ancora leggiamo, ebreo semi-americanizzato che ha gesti poco espressivi – parla tenendo una mano in tasca – e segue la cadenza dei pensieri com’è caratteristico nell’ebreo tradizionale, ma a volte fa sfoggio di gesti molto ampi. Bellissime le pagine con i gesti degli italiani per esprimere riflessione, angoscia, fatica, sorpresa, costernazione, eccetera. L’assimilazione porta alla diminuzione dei gesti appresi nel proprio contesto culturale; molti si americanizzano, anche se non sempre i gesti d’origine scompaiono.

 

Si attenuano e somigliano a quelli degli altri americani. Conclusione: alla faccia dei teorici razzisti dell’Ottocento e degli antropologi nazisti il comportamento gestuale è altamente condizionato da fattori di natura socio-psicologica. Naturalmente Efron lascia aperto il problema su cosa abbia contribuito a modellare i gesti nelle varie culture, una ricerca che esula dal suo compito dice, e che reputa assai ardua. Nato nel 1904, il giovane antropologo d’origine argentina, dopo la tesi ha operato nella International Labor Organization per 22 anni, e lavorato con ONU, UNESCO e FAO. Ha promesso un altro studio dopo questo, ma non credo sia mai uscito. Andato in pensione è morto nel 1981 a Ginevra. Gesto, razza e cultura non è più ristampato dal 1974. Davanti al risorgente razzismo sarebbe bene ripubblicarlo.  

 

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Questo articolo è apparso sul quotidiano "La Repubblica" che ringraziamo.

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