Dino Gavina, illuminato e sovversivo

Per uno come lui, che l'amore per le cose dell'arte l’aveva nel sangue, una mostra dei suoi pezzi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma è quasi un atto dovuto e Dino Gavina (1922 – 2007) vi sta, insieme agli artisti che ne animano le prestigiose sale, da ‘inter pares'.

Egli, infatti, non è stato soltanto un industriale illuminato, vulcanico e poliedrico, nell'allora nascente mondo del design, ma è stato anche quanto di più simile si possa paragonare a un mecenate. Sebbene gli piacesse definirsi un sovversivo, la sua sovversione ci appare invece oggi, con la prospettiva che gli conferisce la storia, piuttosto un pionierismo, per quella sua straordinaria capacità, poi emulata da alcuni, di mettere in produzione gli oggetti di design progettati dai maestri, taluni già conclamati, come i bauhausler e i dadaisti, altri, invece, che lo sarebbero diventati nel giro di pochi anni, e che egli si può ben dire promosse con il fiuto del talent scout.

 

In alto: Dino Gavina (a sinistra), Marcel Breuer (al centro) e Maria Simoncini (a destra) a Bologna (1963). Dino Gavina (a sinistra), Man Ray (al centro) e Juliette Browner (a destra) alla presentazione del Centro Duchamp (1969). Foto © Walter Breviglieri. In basso: Dino Gavina, Achille e Pier Giacomo Castiglioni e Michele Provinciali fotografati accanto alla poltrona Sanluca sotto il portico di San Luca a Bologna, 1960. © Mauro Masera. Dino Gavina seduto sulla Margarita di Sebastian Matta. L’incipit della mostra Reflections allestita alla GNAM.


Negli anni '40, il giovane Dino, di cui il prossimo anno si festeggerà il centenario della nascita, esordisce nel campo degli allestimenti teatrali e dell'arredamento. Così ne scrive la figlia Alessandra, in una breve biografia: 

"L'avventura straordinaria di Dino Gavina ha inizio con l'apertura di un laboratorio di tappezzeria in via Castiglione a Bologna. Qui nel dopoguerra si ritrova ad utilizzare materiali di recupero per forniture militari e ferroviarie, ivi inizia a produrre e commercializzare i primi mobili.

Interessato ed appassionato di letteratura, arti visive e teatro; diremmo oggi, 'viaggia ed incontra gente', ma coglie in ciò, il genio e l'opportunità di creare cose e personaggi: è questa la miscela creativa di Dino Gavina."

Sarà Lucio Fontana, del quale era nel frattempo divenuto amico, a indirizzarlo verso il nascente design. Nel 1954, infatti, egli raccoglie l'invito dell'inventore dello Spazialismo e lo raggiunge a Milano, dove, in occasione della X Triennale, ha modo di conoscere “i bravi architetti”, come era solito definirli, tra gli altri, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Carlo Scarpa, Ignazio Gardella, Vico Magistretti, Enzo Mari, Carlo Mollino, Marco Zanuso con i quali, deciso ad occuparsi di design, stabilisce un duraturo legame professionale.

 

E così, l’anno successivo, prende avvio la sua storia straordinaria in quel settore che proprio allora stava acquistando realtà e prestigio (il varo avvenne proprio con la sezione della X Triennale intitolata Industrial Design, curata da Achille e Pier Giacomo Castiglioni, con Roberto Menghi, Augusto Morello, Marcello Nizzoli, Alberto Rosselli e la grafica di Michele Provinciali). È infatti nel 1955 che il nostro ha la geniale intuizione di mettere in produzione oggetti di autore sconosciuto, oggetti anonimi, insomma, in uso da sempre perché semplici e bellissimi. Il primo è la poltrona Tripolina, a cui fa seguito il Cavalletto. Così ha dichiarato lui stesso: 

“Il primo pezzo in assoluto è questa Tripolina. È una cosa che ho fatto con incoscienza, perché allora non avevamo alcuna cognizione di quello che poteva essere il design. Però, alla fine, il risultato è che, forse, è la cosa più bella che ho fatto. È difficile batterla. È fatta di niente. È una cosa ancestrale. Che cos’è? È una pelle di animale appoggiata su quattro bastoni. È la prima poltrona dell’uomo. Del re, probabilmente. È l’Homo faber. Vedete che ha proprio la forma di un animale a cui hanno tolto le zampe? È straordinaria, funziona sempre, vicino a un trumeau, ad un mobile antico. Non funziona soltanto in terrazza.

[…] Il Cavalletto è un po’ un fiore all’occhiello per me. È del 1955. […] Vivendo nel mondo degli artisti, sapevo chi era Duchamp. Conoscevo la sua operazione. Conoscevo l’importanza di aver preso un oggetto di uso comune da uno spazio ed elevarlo ad opera d’arte solo per scelta. Di conseguenza, ho fatto un’operazione simile … Prendo un cavalletto dallo spazio di un falegname e lo porto in una casa. Solo per il fatto di essere in una casa, questo non è più un cavalletto: diventa un tavolo, uno scrittoio, oppure può stare nella casa al mare, dove non c’è tanto spazio, appoggiato al muro e lo si usa solo in caso di bisogno.

[…] Era il 1955 e questi sono i primi pezzi di design anonimo messi in produzione.”

 

Nel 1960 fonda la Gavina Spa e ne affida la direzione a Carlo Scarpa, autore anche del negozio in via Altavilla a Bologna. Sebbene si trattasse di un negozio in affitto, Gavina e Scarpa intervengono in modo massiccio non soltanto negli spazi interni ma anche in facciata. Per fortuna nel 1961, a Bologna, era assessore all'Urbanistica Giuseppe Campos Venuti che, fermando ogni polemica, rese possibile l'approvazione di un restauro così radicale in una città allora ancora poco incline alla modernità, della quale però a breve, grazie anche a Gavina, sarebbe diventata uno dei centri culturalmente più attivi. Oggi quello spazio straordinario è tutelato dalla Soprintendenza con il vincolo del diritto d'autore. Si deve invece ai fratelli Castiglioni il coevo progetto della sede aziende, a San Lazzaro di Savena, (ora Fondazione Cirulli).

 

In alto: la sede della Gavina a San Lazzaro di Savena (Bo), progettata tra il 1959 e il 1960 dai fratelli Castiglioni che crearono uno spazio su più livelli, con un interrato per uffici e servizi. La scultura di un’enorme valvola ceramica che precede l’ingresso è opera dall’architetto giapponese Kazuhide Takahama, creata per il padiglione del Sol Levante alla XI Triennale di Milano del 1956. In basso: il negozio Gavina di Bologna progettato da Carlo Scarpa nel 1960.


Nel 1962 Dino Gavina va a New York a incontrare Marcel Breuer, deciso a rieditarne i capolavori dormienti, quali la poltrona Wassily (fu proprio lui a chiamarla così, in quanto Kandinsky ne possedeva l’unico prototipo), la sedia Cesca, il tavolino Laccio, che, pur essendo dei pezzi straordinari, avevano conosciuto una produzione limitata o non ne avevano conosciuta alcuna. 

Nello stesso anno, per dare forma tangibile al suo interesse per la luce, insieme a Cesare Cassina crea la Flos. Così ha sostenuto, in proposito, in un'intervista rilasciata a Rai Educational:

"Con Piergiacomo (Castiglioni) abbiamo fatto una cosa straordinaria. Non dimentichiamo che cos'erano le lampade prima del ‘60. Nel mondo non c'erano che due lampade di Alvar Aalto e una cosina o due di Sarfatti qua a Milano e una piccola lampada di Pulsen in tutto il mondo. Mi pare. Non vorrei sbagliarmi. Ma più o meno è questo il punto. Voi immaginate la rivoluzione che c'è stata con queste nostre lampade. [... ] L'ho voluto ricordare perché ritengo che questa operazione della Flos sia una delle operazioni più importanti che ho fatto. Guardiamo anche soltanto questo Arco che è conosciutissimo. Tutto il mondo lo ha conosciuto, l'ha visto. Quest'arco era bellissimo. Era talmente bello che non lo volevamo fare perché era troppo retorico. Castiglioni diceva 'Ma dai, dai! È troppo!' E infatti è stato il più venduto perché era quello che più andava vicino alle persone."

 

Una selezione degli oggetti messi in produzione nel tempo da Dino Gavina. In alto: Achille e Pier Giacomo Castiglioni, lampade: Arco, Taccia e Toio (1962). Carlo Scarpa, tavolo Doge (1968). Al centro: Achille e Pier Giacomo Castiglioni, poltrona San Luca (1962); Ignazio Gardella, poltrona Digamma (1958); Marcel Breuer, poltrona Wassily (progetto 1927, produzione 1962); sedia Cesca (1928, produzione Gavina 1962). In basso: Marce Breuer, tavolini Laccio (progetto 1924, produzione 1962); design anonimo: Tripolina (1955), cavalletto (1955); Enzo Mari, autoproduzione, sedia nr.1 (1972).


Nel 1967, spronato dal suo amore per la bellezza che, a suo giudizio doveva essere presente anche nel quotidiano di ciascuno, per migliorare la qualità di vita di tutti, Gavina inaugura a Bologna, con l’attiva partecipazione di Man Ray, il Centro Duchamp. Si trattava di un'associazione culturale, una factory, in cui, grazie al suo mecenatismo, artisti, operatori estetici, scrittori, designer, ingegneri, scienziati, poeti, architetti, musicisti e tecnici ebbero la possibilità di sperimentare nuovi linguaggi espressivi e nuovi materiali. Per Gavina infatti "la bruttezza e lo squallore delle piccole cose con cui viviamo a continuo contatto (dal bicchiere al lampadario, dal soprammobile alla sedia del bar) ci pongono in uno stato di costante disagio e tensione. Per questo ho pensato di costituire un luogo di incontro, un laboratorio, un punto dove sia possibile fare qualcosa […]. Mi rendo conto tuttavia che, considerata la generale indifferenza e la diffusa falsità in cui viviamo, il nostro programma nasce e dovrà crescere nella dimensione dell’utopia. Ad ogni modo ho deciso di risolvere ogni incertezza nell’azione incominciando a lavorare."

Dalle iniziative della factory, nacquero le lampade di Man Ray e i fiori futuristi di Giacomo Balla e nel 1968 ne sortì la collezione che Dino chiamò Ultrarazionale, composta da arredi che si prefiggevano di superare i rigidi schemi imposti dal Movimento Moderno, per "riscattare il cuore poetico delle cose", così come egli amava sostenere. Parte di essa oggi sopravvive in Cassina che ha continuato a produrne alcuni pezzi. 

"Perché se Gavina fu una mente illuminata e visionaria, la sua imprenditorialità non fu in grado di garantire un futuro al suo marchio ben presto fagocitato da Knoll International." (A. Bassi)

 

Frattanto, nel '67, insieme a Maria Simoncini, sua storica socia, Gavina aveva creato Simon e, in seguito, vedranno la luce anche Sirrah, Gemini, Simon International, Simon Gavina e Paradiso Terrestre (per la produzione di pezzi per esterni e di arredo urbano). 

Nel 1971 vede la luce un'altra straordinaria collezione che volge lo sguardo verso i maestri del Surrealismo: Ultramobile. Essa aveva il fine di andare oltre la tipologia del mobile così come lo si era sempre concepito, sostituito da oggetti-scultura border line con il mondo dell'arte, firmati proprio da artisti del calibro di Meret Oppenheim (tavolino Traccia), Sebastian Matta (sedute Margarita, Sacco alato, Malitte, MAgriTTA, omaggio a Magritte), Marion Baruch, (tappeto Lorenz e pouf Ron Ron), Novello Finotti, Allen Jones, omaggio a Constantin Brancusi (tavolino Constantin) e Man Ray (specchio Les Grand Trans-Parent e seduta Le Temoin: “Testimone delle nostre abitudini all’interno del paesaggio domestico, l’occhio di Man Ray è un ‘mobile di poesia’: allo stesso tempo risposta pratica a esigenze funzionali e totem evocatore di meraviglia, presenza che palpita e che respira nella tua casa, aggressione vitale e sardonica, poesia congelata in un guizzo di allegria”. Estratto dal testo del primo pieghevole di Ultramobile, 1971).

 “Ultramobile è un oggetto carico di stupore. È un totem vivente che respira. È una sardonica aggressione a funzioni preconcette, non priva di poetica allegria. Per fortuna la vita è anche follia e sorpresa e il futuro è avventura. Ultramobile è avventura”, recitava il testo del manifesto della mostra di Ultramobile, tenutasi a Toronto nel 1973. 

 

Nel 1974 grazie ad Enzo Mari, nasce un'altra invenzione rivoluzionaria: il Metamobile, un'idea connessa al concetto di autoproduzione caro al designer milanese che invitava a fare i mobili in casa con assi di legno e materiali di recupero fornendo un progetto, esperienza alla quale Gavina era affezionato fin dal tempo dei suoi esordi, quando, nel suo primo laboratorio di via Castiglione creava arredi dando nuova vita a materiali riciclati.

 

Scorci della mostra Reflections, presso la GNAM. In alto: Roberto Sebastian Matta, Poltrona Margarita, 1970-1971 (Simon, Ultramobile), Giacomo Balla, Fiori futuristi, 1918-1924, (2004 Simongavina); Meret Oppenheim, tavolino Traccia, 1936 (1972, Simon Ultramobile); Marion Baruch, Lorenz, 1971 (Simon Ultramobile); sullo sfondo: Marion Baruch, Ron Ron,1972 (Simon Ultramobile) entrambi i pezzi adagiati sulle piastrelle ‘quattro volte curve’ di Gio Ponti. Al centro: Man Ray, Les grand trans-parents, 1938 (1971, Simon Ultramobile; Riedizione Cassina, 2013); Man Ray, Venus, 1938, GNAM. Giacomo Balla, Pessimismo e Ottimismo, GNAM; Giacomo Balla, Paravento Balla, 1917 (1971, Simon; 2020, riedizione Cassina).


Nella mostra romana, intitolata Reflections (curata da Giovanna Coltelli, con l’allestimento di Marco Brunori, ex collaboratore di Gavina) sono esposti alcuni pezzi della categoria Ultrarazionale e molti della categoria Ultramobile.

A rendere omaggio alla devozione di Dino Gavina nei confronti dell'arte visiva, le fa da preludio una selezione di opere dell’Arte Cinetica e Programmata, appartenenti alla collezione della stessa GNAM, selezionate fra quelle di artisti le cui opere Gavina espose nel 1967 nella mostra La Luce, itinerante nei suoi negozi di Milano, Torino, Bologna, Firenze e Foligno. In quella mostra, che fu un evento fondamentale per l'arte contemporanea italiana, erano esposte opere di Getulio Alviani, Alberto Biasi, Davide Boriani, Ennio Chiggio, Gianni Colombo, Hugo Demarco, Gabriele De Vecchi, Angel Duarte, Edoardo Landi, Julio Le Parc, Elio Marchegiani, Gino Marotta, Manfredo Massironi.

 

La rassegna allestita nel prestigioso Palazzo delle Belle Arti prosegue evidenziando lo stretto rapporto tra i pezzi prodotti da Gavina e le opere realizzate da artisti contemporanei. Reflections significa proprio che tra gli uni e le altre intercorrono giochi di reciproca riflessione, di specularità visiva e formale. Ma Reflections è un titolo che invita anche ad un altro tipo di lettura, ad una riflessione in senso figurato, perché dall'aspetto formale delle opere d'arte e di design l'analogia trasla verso il loro significato, in un rapporto dialettico che ne conferma la familiarità anche nei contenuti. Questo dialogo serrato tra le opere d'arte e quelle di design esposte riguarda Lucio Fontana, Man Ray, Marcel Duchamp, Marcel Breuer, Carlo e Tobia Scarpa, Achille e Pier Giacomo Castiglioni Kazuhide Takahama, Enzo Mari, Sebastian Matta, Meret Oppenheim, Alan Irvine, Novello Finotti, Giacomo Balla (del quale è appena stata riaperta al pubblico la romana Casa Museo), André Masson, René Magritte, Jackson Pollock, Li Yuen Chia e molti altri. 

Un percorso nella bellezza denso di significato, insomma, ma anche allegro, giocoso, divertente e, a volte, persino irriverente, che si snoda nello spazio elegante e nobile di quel tempio dell’arte figurativa che lo ospita, tra decori liberty e colonne classicheggianti, ma – e non è poco – che si adagia anche, nei passages, sulle piastrelle ‘quattro volte curve’ (1960) di Gio Ponti di un rassicurante color melanzana.

 

Scorci della mostra Reflections, presso la GNAM. A sinistra: Studio Gavina, tavolino Costantin, omaggio a Constantin Brancusi, (1971, Simon Ultramobile, Riedizione Cassina); Man Ray, Le Temoin, 1918 (1971, Simon Ultramobile), sullo sfondo, Giacomo Balla, Fiori Futuristi, 1918-1925 (2004, Simongavina, Paradisoterrestre). A destra: sullo sfondo, Dino Gavina, Kazuhide Takahama, Paravento omaggio a Jackson Pollock, 1977 (Simon); sullo sfondo a destra, Roberto Sebastian Matta, Malitte, 1966 (Gavina). In primo piano a sinistra, Roberto Sebastian Matta, Sacco alato, 1970 (Simon Ultramobile; riedizione 2019, Paradisoterrestre); Giacomo Balla, Fiori futuristi, 1918-1924, (2004 Simongavina); Roberto Sebastian Matta, MAgriTTA, 1970 (Simon Ultramobile; riedizione Gufram 2021).


Marcel Breuer lo ha definito “Il più emotivo e impulsivo di tutti i costruttori di mobili del mondo”.

Ad animare il lavoro di Dino Gavina e dei suoi collaboratori non è mai stata la ricerca del profitto, non il business, ma è stata “sempre la gioia di vivere. La fantasia continua. Perché noi soprattutto vogliamo dire una cosa. Noi non siamo mai stati seri. Io sono sempre stato uno degli uomini poco seri. Sono talmente tutti seri al mondo! Duchamp non era serio; Man Ray non era serio. Carlo Scarpa era un discolo vero. Che cos’era Scarpa? Un discolo illuminato. Perciò abbiamo sempre cercato di giocare. Questo volevo dire. [:..] Il mio è stato un gioco continuo che è durato tutta la vita.”

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