Elvira Navarro, La lavoratrice

Il titolo di un libro, che sia scelto dall’autore o dalla casa editrice, serve, oltre che banalmente a nominarlo, a suggerire una chiave interpretativa, un accento o un’intonazione da mettere al testo. 

Così accade spesso di chiudere un romanzo, dopo aver raggiunto l’ultima pagina, e imbattersi nuovamente in quella parola iniziale con disposizione ovviamente diversa da quando il libro ancora non si era srotolato sotto i nostri occhi e non aveva svelato mondi e personaggi. Giunti al termine, a seconda di com’è andato questo srotolamento di parole, durato alcuni giorni o settimane, il titolo diventa rivelatore di qualcosa che prima era sfuggito, o conferma un sospetto di significato, o al contrario prende in contropiede e retrospettivamente confonde, e quella confusione può essere bella e gravida se apre a dubbi, domande o contraddizioni, oppure fastidiosa quando smaschera un titolo che serviva solo ad ammaliare o più prosaicamente a vendere.

 

Nel caso di La lavoratrice (in lingua originale La trabajadora), titolo del romanzo di Elvira Navarro, proprio perché riferito a un romanzo scritto oggi, suggerisce da subito l’atmosfera cui andiamo incontro. A tutt’altra idea accennerebbe se fosse stato composto per esempio 50 anni fa: allora, l’attenzione sarebbe andata all’uso del femminile, mentre altri 50 anni prima, probabilmente, non si avrebbe avuto nessuna lavoratrice ma un Lavoratore, e si sarebbe immaginato un romanzo ancora diverso, magari con eco marxista.

 

Oggi questa parola può facilmente far pensare a ore passate in solitudine davanti a un computer, a stipendi che arrivano in ritardo, a una generazione fin troppo formata che ancora a trenta o quarant’anni vive con la precarietà di un ventenne, con lavoretti senza aspettative e coinquilini per riuscire a pagare l’affitto. 

Ecco, La lavoratrice racconta proprio questa generazione, ed è importante, arrivati alla fine, ricordarsi il titolo e sapere dove, ripensando alle pagine appena lette, vada messo l’accento. 

 

Il romanzo di Elvira Navarro, voce importante della letteratura contemporanea spagnola (classe ’78, scrive su riviste culturali e giornali come El Mundo e El País) pubblicata solo ora in Italia, è uscito a giugno per LiberAria Editrice. Ambientato a Madrid, racconta di Elisa, di cui non sappiamo l’età ma a cui potremmo dare intorno ai trentacinque anni, che tempo prima ha pubblicato un libro ormai dimenticato e che ora lavora senza sosta per una casa editrice che non la paga abbastanza, o non la paga proprio, che la riempie di pagine tra cui perdere la testa e il contatto col mondo: lavori stancanti, sfiancanti, privi di ossigeno perché incollano a una sedia per troppe ore, non nutrono ma svuotano, inaridiscono, isolano. Di notte a volte cammina, misurando a piedi la città che pare fatta di quartieri sempre sconosciuti che emanano estraneità e spaesamento, tra le cui strade e parchi la assale a volte una certa ansia o mania di persecuzione. L’ansia si trasforma in attacchi di panico chiudendola in casa, e in questa frammentarietà galleggiante, di vite non costruite, sospese come un proiettile a mezz’aria ma ormai già inequivocabilmente sparato, in volo nella realtà o nella vita e incapace di toccare terra, in questo disordine melmoso in cui manca l’aria, la lavoratrice si muove con poco fiato e con lo sguardo annebbiato, incapace di guardare lontano, attraversare immagini limpide e nette, incastonata in una mediocrità senza vie d’uscita.

 

 

Ricorda uno splendido spettacolo del drammaturgo e regista québécois Wajdi Mouawad, Seuls, in cui il protagonista, dopo aver riflettuto sul fatto che da bambino voleva diventare una stella cadente, poi oceanografo, poi ingegnere biomeccanico e ora professore di università (“ho così l’impressione di un declino!”), si chiede: come si fa a riconoscere il momento in cui ti rendi conto di star sprecando la tua vita? Non il momento, dice, in cui l’hai sprecata, a quel punto è inutile: proprio il momento in cui “on es en train de rater sa vie?”.

 

Nella realtà di Elisa entra, in veste di coinquilina, Susana: donna, o ragazza, “teutonica” di 44 anni, che lavoricchia come centralinista dopo sette anni vissuti a Utrecht, a volte sparisce per giorni, è passata per vari livelli di follia, di medicine e di ansiolitici, oltre che attraverso ossessioni sessuali, annunci per incontri, fidanzati nani e omosessuali o quasi completamente virtuali e confinati nella nuvoletta di skype. Susana passa il tempo libero a creare collage senza futuro finché grazie a Elisa non riesce a esporre in un bar e viene chiamata poi da una galleria importante: per entrambe un momento di speranza, ma si ha già il sentore che non si tratterà che di un piccolo exploit, come forse doveva essere stata la pubblicazione del libro di Elisa anni prima, dopo il quale ci si tornerà a immergere sotto la sabbia umida di queste vite a perdere.

 

Il romanzo della Navarro riesce a essere ridondante nel farci affondare nella testa e nei pensieri della protagonista e insieme capace di escludere il lettore da tutto ciò che non è estremamente legato alla linea del racconto, all’angolazione da cui viene narrata la storia. E proprio in questo lo stile riesce a ricalcare la sensazione di “sommersione” di questa generazione di “lavoratrici”.

 

Entrambi i personaggi raccontano di un’incapacità di reagire alla vita, come se mancassero gli strumenti per affrontarla, e ci si sorprende a perdersi come in un deserto nei pochi metri quadri di una casa in affitto, smarriti in città spettro e vite spettro, in troppa libertà di cui non si sa che fare, affondati nella paura di prendere responsabilità, nel bisogno di chiudersi come un riccio nelle abitudini, con spine sempre più appuntite man mano che quelle abitudini si cristallizzano, incapaci di condividere il tempo e la vita con qualcuno che le scalfisca e che quindi ci porti qualcosa di nuovo e ci permetta di rifletterci in specchi veritieri – come volessimo sentire solo il nostro odore, conoscere solo il nostro disordine, sprofondando in un noi stessi senza fondo in cui non ci si conosce più, e ci si aggrappa a idiosincrasie cristallizzate di noi stessi.

La lavoratrice parla di questo paesaggio rarefatto, in cui il tempo pare sempre uguale a se stesso, in cui si ha la consapevolezza di “aver incominciato tutto tardi” e dall’altra parte quella di non volersi “rassegnare a occupare l’umile posto di correttrice di bozze”.

 

Se Da grande dell’americana Jami Attenberg, uscito circa un anno fa in Italia, provava a raccontare in parte questa generazione ma con un atteggiamento più da Sex and the city decadente ma senza arrivare all’ironia di Girls di Lena Dunham, la Navarro riesce invece a essere più concreta e incisiva, forse proprio perché sceglie di far ruotare tutto intorno all’asse del lavoro. Così può toccare con mano quella sensazione di soffocamento e allo stesso tempo a sorridere tanto con i personaggi quanto con il lettore della capacità che le sue protagoniste hanno in qualche modo acquisito di muoversi nella bolla di quel paesaggio rarefatto e senza nome, in quell’indeterminatezza di cui ormai (loro e in generale la generazione che ne è vittima) conoscono il linguaggio, e forse hanno sviluppato le branchie giuste per respirarci dentro.

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