Per fare il legno

 

Negli scorsi mesi, nella zona di Porta Nuova, a Milano, hanno fatto la loro comparsa degli oggetti curiosi: qualcosa a metà strada tra la nicchia e l’altarino, ma il cui contenuto, anziché essere la statua della Madonna o di un santo, è uno schermo touch ultrapiatto. Attivando il sistema veniamo informati che trattasi di punti di accesso alla Porta Nuova Smart Community, una variopinta tribù composta da enti pubblici (Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Regione Lombardia, Comune di Milano) e fondazioni (Fondazione Cariplo, Fondazione Cometa, Fondazione Feltrinelli, Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, Fondazione Nicola Trussardi), a capo della quale sta la Fondazione Riccardo Catella. La presenza di questi oggetti potrebbe anche non stupire, non fosse per il fatto che la cornice in cui sono inseriti gli schermi è composto da una “grotta” di listelli di legno. Un accostamento apparentemente “impossibile”, o quantomeno improbabile – un accostamento letteralmente grottesco, nel caso specifico – quello tra legno e tecnologia, e che invece nella “prospettiva” del progetto di Porta Nuova – e non solo – rivela un senso ben preciso.

 

Per comprendere di quale senso si tratti basta spostarsi di pochi decine di metri all’interno della stessa Porta Nuova, in corrispondenza dell’UniCredit Pavilion progettato da Michele De Lucchi: «un seme piantato nel nuovo centro di Milano», come viene propagandato sul sito ufficiale; «un seme arrotondato», come scrive lo stesso De Lucchi, «al bordo di un grande parco cittadino» e «in fronte alle alte torri di vetro specchiato» di piazza Gae Aulenti.

 

Nel sottolineare con insistenza il carattere di “seme” dell’edificio vi è una volontà scopertamente simbolica. Il seme non è una semplice “cosa”: è materia viva, generatrice di vita. E in quanto “seme”, appunto, l’UniCredit Pavilion è “piantato” nel terreno di Porta Nuova, attorniato da edifici interamente composti da materiali inerti, inorganici. Tra tutti questi edifici “minerali”, come direbbe qualcuno, l’UniCredit Pavilion spicca (o quantomeno, cerca di spiccare) come un arbusto in mezzo al deserto: un vero e proprio miraggio per il viandante metropolitano.

 

A guardar bene, però, più che di un arbusto, si tratta della “rappresentazione” di un arbusto. Il legno – pare quasi inutile dirlo – è uno dei materiali da costruzione più nobili e antichi. Con esso sono state costruite intere generazioni di edifici, anticamente e recentemente, in Occidente e in Oriente, in pianura e in montagna, in qualunque condizione ambientale e climatica: case, chiese, magazzini, padiglioni, pagode, ponti, torri, pressoché qualsiasi tipo di costruzione, grande o piccola, pubblica o privata, modesta o sfarzosa, provvisoria o durevole. Al legno possono essere ascritti tutti i vantaggi offerti da un materiale che è insieme naturale e trattabile industrialmente, abbastanza facilmente trasportabile ma anche spesso a portata di mano, resistente al punto da poter essere impiegato in senso strutturale ma al tempo stesso capace di essere intagliato e perciò decorato.

 

 

Nel caso dell’UniCredit Pavilion il legno è usato non strutturalmente bensì come materiale di rivestimento per l’involucro esterno e per la copertura; mentre al calcestruzzo armato è affidato il compito di sorreggere l’edificio. Una scelta per certi versi logica e scontata, e che tuttavia lascia spazio a qualche riflessione. È infatti evidente – come già detto – che il padiglione utilizza il legno, più che per altro, per il suo valore simbolico. Lo dimostra anche il fatto che le medesime forme sinuose da esso adottate sono state realizzate per anni da altri architetti e in altri contesti altrettanto efficacemente con il cemento o l’acciaio. Non sembra esservi un rapporto specifico tra la forma prescelta e il materiale impiegato, anzi, per certi versi vi è una sorta di antitesi, o quantomeno di estraneità, fra i due. Nel rivestirlo con il larice lamellare l’architetto pare aver voluto conferire all’edificio un volto suadente e amichevole, facendone l’immagine dell’accordo perfetto – della perfetta simbiosi – tra il suo essere aggiornato alle ultime tendenze architettoniche e il suo essere espressione di qualcosa di naturale. Un “seme”, allora, ma geneticamente modificato, artificializzato ben più di quanto il suo aspetto esteriore non parrebbe far credere.

 

Il caso dell’UniCredit Pavilion è interessante, ma non certo unico. Si tratta piuttosto dell’ennesimo prodotto di una logica che alle nostre latitudini cresce e si diffonde ogni giorno di più; la medesima logica che ha partorito – sempre nel settore delle costruzioni – il concetto e la pratica dell’architettura ecosostenibile, traduzione della più ampia nozione di sviluppo sostenibile (traduzione a sua volta dell’ideologia ecologista degli anni ’60 e ’70) in termini di prestazioni dell’edificio, e di conseguenza di dotazione per esso di materiali e di dispositivi tecnologici volti al risparmio energetico. Un business, più che il terreno di un impegno sociale e ambientale, su cui un intero comparto industriale ha cercato di prosperare in momenti altrimenti di crisi. E lo stesso potrebbe essere detto della green architecture e dello sciame di declinazioni architettoniche del bio-.

 

In tutti questi casi, quanto viene più o meno mutamente proposto è una nuova alleanza tra natura e cultura: dove quest’ultima assume però immancabilmente le fattezze della tecnica. In quanto tale, essa è sottoposta alla medesima logica che riguarda tutti gli altri settori della società capitalista odierna: in cui vigono regole di massimo sfruttamento, ma accuratamente mistificate dietro le parvenze di un insinuante “nuovo umanesimo”. Il legno, da questo punto di vista, costituisce soltanto l’ultimo dei territori annessi a un dominio che si presenta ormai sempre più come assoluto. Ultimo, ma non per questo meno rilevante. Il legno è caldo e confortevole, il legno è cordiale ed umano, il legno è buono, il legno è bello, il legno – più del cemento e dell’acciaio, e anche più della pietra – è il materiale che promette un contatto vero e sincero con l’ambiente e con il pianeta.

 

E tuttavia, «per fare il legno ci vuole un albero», come scriveva Gianni Rodari. Ma se – come scriveva Cristopher Alexander – «a city is not a tree», una città non è un albero, neppure un edificio lo è. Non ce ne fossero già altre buone ragioni, basterebbe questo semplice sillogismo per sollevare sospetti sull’uso attuale del legno.

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