Fastidi cinesi

Strano gennaio. Un sottile senso di fastidio, direi invidia, mi pervase nel vedere le immagini della festa in piazza a Wuhan, per il capodanno, tutti tranquilli con molte mascherine, a ricordare al mondo che lì la nottata è passata. Capodanno occidentale, calendario gregoriano, non capodanno lunare: e quindi cosa festeggiano? Non ho mai fatto il nostro capodanno in Cina, e devo farmi aggiornare dagli amici: sì il primo gennaio è festivo. Come diceva qualcuno, se la partita è questa, cosa fai, non giochi? Giocano. Del resto in tutto il mondo ormai si usa il calendario cristiano, per quello cinese stiamo per entrare nel 4718, per quello islamico siamo nel 1442, per quello ebraico nel 5781, e via dicendo, induisti, buddhisti, copti e chissà, quel che non poté il colonialismo lo ha completato la globalizzazione.

 

Viaggiai in paesi musulmani da giovane, arrivammo fino a Kabul con mezzi di terra a diciassette anni, 1970 A.D., e i calendari mostravano, a noi che avevamo imparato a leggere i numeri dell’alfabeto arabo (che non sono i numeri arabi), date inusuali: eravamo davvero in un altro mondo. Al giorno d’oggi – bella locuzione questa, eh?, si usa perfino nel mio dialetto: al dì d’incoeu – al giorno d’oggi Xi Jinping sa perfettamente dove stare, e sopra alle immagini di Wuhan incolla un suo comizio al mondo intero: è stata – dice, è stata, al passato, e basta questo – una grande epopea, ricorderemo con orgoglio l’anno 2020, quando abbiamo sconfitto l’epidemia. Anno che sulla mia timeline facebook ovunque si definiva come ‘da dimenticare’, ‘orribile’, ‘e speriamo che sia finito’.

 

Dipinge la gloria, Xi Jinping, di un paese la cui economia ha il celebratissimo segno più già da un bel po’, e che di conseguenza ha affrettato la sua rincorsa al mondo occidentale: 2030 il giorno in cui pareggerà il PIL statunitense? Forse. Quante portaerei ci si compra con quel PIL? E quanti stati africani? E ci si compra – ma quella pare già assodata – una superiorità tecnologica che poi fa da volano alla conquista del mondo? Il mondo occidentale nel suo complesso sarà ancora irraggiungibile per la pur immensa Cina, quindi calma, c’è tempo, anche se chissà dove starà l’Europa tra i due giganti. Intanto resta il fastidio, l’invidia verso chi è riuscito a fare quel che noi no, e rasenta la rabbia per il modo in cui quel signore lì ci ripete sornione, insinuante, che il suo sistema è migliore del nostro. La vulgata per le nostre strade, piene o vuote a seconda dei colori, è: la Cina è una dittatura, per questo ha fatto bene.

 

Sotto casa rispondo con calma al mio pastaio, spiego quel che so, racconto anche di quel che scrivo da mesi sul mistero asiatico, ma di questa cosa non ne posso più. È un dibattito che spero si cominci ad affrontare, perché se contrapposizione sarà e competizione tra ‘noi’ e ‘loro’ il raffronto tra i due sistemi sarà vastamente strombazzato: e se la vulgata dice dittatura, correttamente, resto ancora basito nel vedere tanti amici discorrere di Cina con più competenza di me e mai, dico mai, utilizzare il termine dittatura. Censura sì, controllo sui media, deportazione dei musulmani nello Xinjiang, arresti di massa a Hong Kong, anche la repressione delle proteste operaie, ma è come se quel regime la parola dittatura fosse riuscito a occultarla. Rispondo al mio amico pastaio dunque.

 

Sai, basta allargare l’orizzonte per capire che non è così, quel che vince non è la dittatura. È l’Asia nel suo complesso. La vicina Mongolia ha eletto il parlamento tra giugno e luglio, in piena pandemia globale che in quel paese non ha avuto fiato per correre. Decessi per Covid19: due, su quattro milioni di abitanti. Paese non tropicale, ma gelido, piccolino certo, delle capacità di tracciamento dubiterei, una capitale di oltre un milione e mezzo di persone assembrate. Dicono: merito della chiusura dei confini, poi scopro che l’economia mongola è legata a doppio filo a quella cinese, soprattutto in termini di approvvigionamenti alimentari, e che i camion che attraversano la frontiera non si sono fermati mai. Siamo sempre nella twilight zone del mistero asiatico, della risposta così più efficiente alla pandemia. E quella fotografia di capodanno veniva proprio da Wuhan.

 

 

 

Poi gennaio avanza, il 21 è il centenario del Partito Comunista Italiano, sventolano bandiere rosse e si apparecchiano falci e martelli, gli stessi simboli che Xi Jinping esibisce alle sue spalle quando ci parla tronfio, e certo che paradossi: che confusione. Il pastaio mi guarda beffardo, devo esibirgli il mio pippone? È l’Italia l’unico paese dell’Europa occidentale dove il grande partito della sinistra e del movimento operaio portava con sé l’aggettivo comunista, e fece né più né meno quel che altrove facevano socialisti, socialdemocratici e laburisti, storia grande, eccellente passato. Colpevolmente, il partito dei comunisti italiani restò legato all’Urss, dove il comunismo dimostrava il suo tragico errore – e, aggiungo, solo in Italia la sinistra mai, dico mai, ha vinto un’elezione senza appoggiarsi a qualcun altro. Come la fai lunga, mi dice. E io vorrei rivendicarlo quel color rosso, quei simboli sono miei, e lui mi dice: però la Cina non va bene, che il virus lo ha sconfitto? Prendo, lui pesa, incarta, e porto a casa. Me ne rendo conto all’improvviso: è il 23 gennaio il giorno in cui la Cina mise in atto il suo lockdown, e raccontò al mondo che da Wuhan era partito un virus. Immagini di medici vestiti come astronauti, di una città deserta, e quella signora che camminava nella neve inseguita da un drone.

 

In quei giorni ho cominciato ad aver paura: potrebbe arrivare fin qui? Con che conseguenze? Salterà per aria il nostro mondo, il mio beato Italian way of life? Dunque aveva ragione l’amico di Hong Kong che a inizio gennaio raccontava come lui, e altri in città, avessero deciso di portar la mascherina, perché da oltre confine filtravano notizie su un brutto virus polmonare. Poi si seppe di Li Wenliang che a fine anno aveva cercato di dare l’allarme, della censura che si era abbattuta come un maglio su ogni possibile circolazione della notizia. Ci furono i giorni a fine gennaio in cui, sentendo girare una brutta aria nei confronti dei sinoitaliani, decidevamo di andare nei ristoranti cinesi come forma di solidarietà. L’amica sinologa con cui cenai una sera oggi è in Cina, chiusa in quarantena in un albergo, tornata finalmente dopo più di un anno nel paese dove ha una casa e un lavoro da completare. Ma, udite udite, una notizia comincia a circolare: casi in aumento, Pechino, Shanghai.

 

Un giorno il Guardian titola: più di 250 nuovi casi a Wuhan nel week end. Il 21 gennaio, anniversario della costituzione del Partito Comunista Italiano, le testate cinesi in lingua inglese titolano sui lockdown mirati, molto tempestivi. Ma a Wuhan potevano evitare di assembrarsi quella sera di capodanno, no? Vediamo come va, l’anniversario loro son costretti a festeggiarlo così, titolando di un virus importato dall’Europa. E si avvicina il capodanno lunare, 12 febbraio, sei settecento milioni di persone in viaggio verso il paesello, cosa farà la Cina? Che sbaglia anche lei: del vaccino Sinovac, dopo le roboanti affermazioni di una efficacia oltre il 90%, la sperimentazione in Indonesia abbatte il risultato, buon’ultima quella in Brasile dice 50%: un flop. Lo racconterò al pastaio, che la Cina in fatto di vaccinazioni non è per niente avanti.

Poi il 23 gennaio arriva davvero, e mi sento riportato indietro non di un anno ma di qualche secolo, perché le televisioni del mio paese offrono una congerie di semplificazioni, superficialità ed emozioni in cui qualunque tentativo di ricostruire un percorso razionale, il filo di un pensiero, appare donchisciottesco. Il peggio lo offrono le ospitate dei sinoitaliani: e mi vien da dire: nei due sensi. Da un lato vivo con fastidio l’acritica esaltazione dell’efficienza di regime, un po’ di luoghi comuni sul pensiero orientale, la conduttrice che fa di sì con la testa e non approfondisce.

 

Dall’altro ecco apparecchiarsi l’orrore delle parole al vento italiche: il virus l’hanno inventato i cinesi, e l’hanno diffuso in tutto il mondo, dice la signora ben vestita, e come faccio io a non sentirmi dalla parte dell’uomo di origine cinese che difende, d’istinto, il suo paese, la sua patria, la sua terra d’origine e la sua gente dalle furiose oscenità che gli rovesciano addosso e magari si confonde, non trova le parole giuste, e pronuncia quelle sbagliate? Solidarietà, amico mio! Hai voglia, cercare i Lumi, in questo mio paese andato in pappa. È questa la fatica, altro che il lockdown.

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