Fidarsi: un rischio necessario

«Perché gli uomini, nonostante e oltre le delusioni, continuano a fidarsi e comunque ci riescono?» Se lo chiede il filosofo Salvatore Natoli nel saggio Il rischio di fidarsi, pubblicato dall'editore il Mulino, in cui riflette sul tema della fiducia, sulle sue diverse modulazioni e sugli effetti della sua presenza o, al contrario della sua assenza. La fiducia nasce nella sfera degli affetti, è un sentimento di sicurezza rispetto al nostro posto nel mondo che si forma in noi perché sin dalla nascita siamo accolti e accuditi. Facendo esperienza dell'affidabilità degli adulti, nel bambino si rafforza una naturale predisposizione a fidarsi del mondo. Crescendo, però, accanto alle esperienze positive si accumulano delusioni, inganni, tradimenti che cambiano la nostra predisposizione positiva verso il mondo e ci convincono, afferma Natoli, che «il cinico detto comune "fidarsi è bene, non fidarsi è meglio" ha le sue buone ragioni». E tuttavia, prosegue, è sbagliato, non solo perché «presuppone un'impossibile autosufficienza» e perché la mancanza di fiducia renderebbe impossibile ogni convivenza, ma soprattutto perché fidarsi è, in definitiva, «una volontà di bene»: qualcuno ci ha voluto bene, e quel bene ricevuto è la sorgente della fiducia, senza la quale «inaridirebbe il mondo».

 

Ph Kenro Izu.

 

Sulla fiducia si fonda anche la possibilità di apprendere. Quello che non impariamo da soli per esperienza, infatti, lo sappiamo perché ce lo insegnano persone credibili e autorevoli. Sono loro che ci introducono nel sistema di credenze della parte del mondo di cui facciamo parte. Però le visioni del mondo cambiano, così come le certezze sulle quali esse si fondano. Allora, si chiede Natoli, come si può continuare ad avere fiducia che sia vero ciò che oggi crediamo? Si può perché quello che pensiamo del mondo è una rappresentazione della realtà, la quale è invece molto più grande di come ogni cultura o epoca possa immaginarsela. Ed è proprio dall'incontro, e non di rado dallo scontro, di differenti concezioni che può sorgere il dubbio e avanzare la visione, aggiungendo e cambiando qualcosa. 

Nelle relazioni umane il dubbio nasce come conseguenza delle delusioni e dà origine alla diffidenza; nelle concezioni del mondo, esso sorge dall'incontro con le diversità, si manifesta come stile di pensiero, «segna la via d'uscita dalla coscienza ingenua e genera il pensiero critico che è di per sé un pensiero inquieto», in senso agostiniano. Per questo il dubbio è anche apertura. Mitiga la fiducia senza impedirla, la rende condizionata, meno ingenua e più consapevole: «a questo punto la fiducia prende la forma del rischio».

 

Ci si fida dunque di chi merita fiducia, perché è autorevole. Ha dato buona prova di sé, ha dimostrato di essere una persona affidabile e garante di bene. Ma non sempre è così. Ci si fida anche previamente. A volte si dà fiducia a qualcuno che non ha dimostrato niente, non ancora per lo meno. Ci si fida dando credito a una persona, anche se ci sembra debole, fragile; si scommette sulla sua potenzialità di bene. Lo sanno, e lo fanno spesso gli insegnanti, quelli migliori. Come la maestra Emily Sparks, alla quale è dedicata Reuben Pantier, una delle poesie più belle dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, in cui l'allievo la ricorda con gratitudine dicendo: «Io devo tutto ciò che fui in vita/alla tua speranza che non volle disperare di me,/al tuo amore che sempre mi considerò buono». La fiducia può diventare pura speranza. Ed è proprio perché nella fiducia è sempre implicita un po' di speranza che non si può smettere di fidarsi, nonostante tutto. Perché senza speranza non è possibile vivere. La speranza, infatti, anticipando il bene, credendo «nella fecondità del bene» per ciò stesso lo genera.

 

E benché il «luogo eminente» della fiducia sia l'amicizia, in cui «il fidarsi è un affidarsi e persino un consegnarsi» al punto che, sostiene Natoli, più ancora del matrimonio è la vera amicizia che pretende una fedeltà eterna, c'è un secondo luogo in cui il fidarsi reciproco è di vitale importanza, ed è la collettività. Lo Stato e le sue istituzioni. E qui il discorso diventa veramente delicato. Infatti, su cosa si basa uno Stato se non su un patto di fiducia reciproco con i suoi cittadini? Perché le persone rispettano, o dovrebbero rispettare, le istituzioni se non perché esse sono affidabili e garantiscono quello per cui sono state costituite? 

Nel suo saggio Natoli – con uno spirito e uno stile lucido e intenso che lo avvicina agli antichi filosofi e politici romani, che consideravano talmente importante la fiducia per tenere insieme la compagine sociale da farne una dea, la Fides Publica, con tanto di santuario e celebrazioni imponenti – dipinge con preoccupazione la situazione morale e politica del nostro Paese. A questo proposito afferma: «Non è, infatti, il conflitto ad attentare al bene sociale – il conflitto, anzi, può essere motivo e occasione di un suo miglioramento – ma il consuetudinario, muto disattendere le reciproche aspettative, il sottrarsi agli impegni presi: in breve il non fare il proprio dovere. Di qui una sorta d’entropia, uno sfaldarsi progressivo della società, un perseguimento dell’interesse privato, un uso strumentale tra le persone, infine una degenerazione della pubblica amicizia in cordate di malaffare.»

 

Se, per ipotesi, le istituzioni, ovvero gli uomini che in esse operano, non compissero il loro dovere, o vi attendessero malamente, o addirittura lo Stato arrivasse a promulgare leggi retroattive mettendo automaticamente fuori legge i cittadini che pure le avevano rispettate quando erano vigenti, come sarebbe possibile chiedere fiducia e rispetto per governanti e amministratori? E, d'altra parte, senza fiducia tra lo Stato e i cittadini, come potrebbe restare in piedi, e più ancora prosperare, una democrazia? La rabbia e l'impotenza, avverte Natoli, porterebbero inevitabilmente, prima o poi, all'antipolitica e all'estremismo. In definitiva, alla dissoluzione della compagine sociale. E conclude: «Per il rafforzamento della democrazia è necessaria una forte istanza morale. Ognuno inizi da sé: tutti i cambiamenti hanno preso avvio da minoranze attive e da qualche parte bisogna pur cominciare.»

Per questo fidarsi è bene, non fidarsi… è peggio. 

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Ph Kenro Izu.