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Giancarlo Majorino. Il molteplice nel singolo

Eleganza e ironia: sono queste le due prime figure – del vivere, del pensare – che mi vengono in mente quando penso a Giancarlo Majorino, scomparso il 20 maggio. La poesia non è stata per lui solo un’esperienza di linguaggio e di ricerca, d’invenzione e di rappresentazione critica di un’epoca, ma un atto di vita, una forma essenziale e necessaria della vita. La lingua della poesia, della quale conosceva bene forme e tradizioni, era per il poeta della Capitale del Nord (1959) e di tanti altri bei libri, una terra da sommuovere, ricomporre, reinventare: ma sperimentare non voleva dire sottrarsi alle urgenze delle grandi domande per abbandonarsi al puro esercizio formale e linguistico, al seguito di passeggeri neo-avanguardismi; sperimentare significava invece portare la parola in quello scarto dalla convenzione e dall’uso che fa sgorgare un nuovo sguardo sulla realtà, anzi della realtà riesce a mostrare quello che il pensiero dominante e l’opinione comune nascondono.

 

Un’idea di realtà che assorbiva in sé il possibile, persino l’utopico, e punti di vista plurali, mobili, punti di vista in grado di sovvertire quello che Majorino chiamava lo “stile mercantile” (ricordo su questo un suo lontano intervento su “Quaderni piacentini”). 

Quando intitolò, nel 1977, un’antologia della poesia italiana Poesie e realtà, antologia poi ripresa, anzi riscritta e ricomposta nel 2000, quella realtà del titolo poteva apparire astratta e desueta, e invece intendeva richiamare la posizione di ogni poeta dinanzi alle domande che salivano dalle ferite diffuse nel mondo e dal vivo delle esistenze – esistenze degli individui e dei molti (i “molti”, la vita delle moltitudini, era un’altra delle forti attenzioni di Giancarlo). Allo stesso tempo quella ricerca di una rappresentazione attiva e complessa della realtà portava con sé l’urgenza di un mutamento. 

 

Se c’era una domanda propria di Giancarlo e della sua generazione, che anche la mia generazione in gran parte cercava di condividere, era questa: come non separare l’indignazione dalla forma, la critica dell’esistente dall’immaginazione, il dolore di chi è privo di speranza dal suono di un verso, dall’invenzione di un modo espressivo. D’altra parte, provare a intendere l’assillo di ogni vivente, la povertà di chi non ha parola, prima di chiudersi nella quieta abitudine dello scrivere era una tensione che dalla fine degli anni Sessanta in poi apparteneva all’agire nella scrittura, con la scrittura. Insomma cercare le forme politiche proprie nel dire e nel pensare, nello stile e nell’invenzione era implicito nella scelta dello scrivere. Modi e necessità che oggi sembrano lontane.

 

 

Unire stile ed etica, invenzione linguistica e presa di posizione politica era il carattere più proprio di Majorino. Su questo il nostro dialogare ha avuto molte occasioni, anche pubbliche, di incontro (compreso un lungo intervento a due, in forma di reciproche lettere, sulla rivista “aut aut”, nel 1992). 

Una delle insistenze di Giancarlo Majorino era questa: ogni singolo è corpo di corpi, la singolarità di ciascuno è abitata dal molteplice, dalle presenze, dalle vite degli altri (“Siamo popolazioni o grovigli di grovigli, di contagi, attriti, imitazioni, assorbimenti, scambi”). Questa animazione della singolarità prendeva campo nei suoi versi. Dove si rifletteva anche un altro suo sguardo, un’altra sua insistenza: il molteplice come insieme di singolarità viventi e pulsanti. Dall’incontro tra questi due sguardi nasceva la sua tensione poetica che diventava allo stesso tempo tensione linguistica, invenzione di forme per dire la vita del singolo nel molteplice, del molteplice nel singolo. 

 

Da La capitale del Nord al poema al quale lavorò per molti anni e che uscì nel 2008, Viaggio nella presenza del tempo, fino all’ultimo libro La gioia di vivere, del 2018, le stazioni della sua poesia erano fioriture ogni volta sorprendenti per vitalità di ricerca e per forza di accensione insieme critica e fantastica. L’opacità della ripetizione, le vite nelle periferie, la marginalità, i tic e le manie degli individui, i pregiudizi vulgati, le diffuse attitudini a nutrirsi dell’ovvio e del noto, la subordinazione di massa, la sbornia del consumo, la “dittatura dell’ignoranza” erano le situazioni che entravano nei versi, cercando la sregolatezza e la bizzarria e anche lo scoppiettio di un dire poetico che sapeva unire benissimo libertà di composizione e vigore di rappresentazione. 

 

Ho conosciuto Giancarlo Majorino il giorno dopo il congedo dal servizio militare, metà dicembre 1967, al Liceo Einstein di Milano, dove siamo stati colleghi di classe, lui filosofia io lettere, ma anche sodali negli orientamenti didattici e nelle scelte politiche. Poi, dopo molte lotte, come si diceva allora, lasciammo quel liceo, io per il liceo Parini, Giancarlo per l’VIII liceo (da quegli anni la nostra amicizia non ha avuto attenuazioni). La raccolta poetica Lotte secondarie è nata nei mesi dell’“Einstein”: per questo non potevo non sentirla come prossima. C’è stato un periodo, in quei mesi di fervore politico-culturale, in cui ci incontravamo con alcuni amici poeti, Franco Loi tra questi, per progettare un foglio di poesia che circolasse nel movimento.

 

La pulsione educativa e insieme la tensione tutta politica verso l’azione culturale in Giancarlo non è venuta mai meno: dalla bella e sul piano della teoria impegnatissima rivista “Il corpo”, con Fachinelli, Amodio, Giorgio Majorino (fratello di Giancarlo), e altri, e la grafica di Tullio Pericoli, alle successive esperienze di riviste fino alla fondazione della milanese Casa della Poesia. Quel pensare il “lavoro culturale” come principio di relazione e come atto appartenente alla stessa sfera della scrittura, altra faccia del solitario esercizio di stile e di invenzione e di ricerca, era un abito che Majorino condivideva certo con altri della sua generazione, ma che in lui acquistava un che di leggerezza e di elegante trascuranza, accompagnandosi sempre con lo humour di una saggezza sorridente e disincantata. Negli ultimi tempi soffrivo la mancanza di quella conversazione, anche telefonica. Ora quella mancanza non è più provvisoria. La conversazione ora si è consegnata tutta al ritmo dei versi, alle pagine dei libri postillati via via lungo gli anni e che ancora mi porteranno la voce di un poeta amico.

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