Gli ebrei e Israele

C’è un vecchio adagio del Talmud, mare magnum della tradizione ebraica la cui redazione finale si situa intorno al V secolo, che dice più o meno così: “tutto Israele è coinvolto vicendevolmente, l’uno per l’altro”. È una frase cruciale che imprime di fatto tutta la storia del popolo d’Israele almeno a partire dal 70 dell’era volgare, l’anno cioè in cui i Romani distrussero il tempio di Gerusalemme (unico luogo di culto per tutto il popolo, situato su quell’immenso terrapieno dove spicca oggi la Cupola d’Oro) e ridussero all’esilio coatto gli ebrei, inaugurando la seconda, lunghissima Diaspora.

Da quel giorno la vita d’Israele assume una condizione molto particolare, come sospesa sul filo della Storia (che in ebraico è detta con un plurale femminile, toledot, alla lettera “generazioni”, cioè nascere, riprodursi, morire), privata di quei connotati che abitualmente definiscono un’identità nazionale: terra, patria, autonomia, autodeterminazione. È una condizione complessa, che in realtà non si riduce semplicemente a quel binomio che definisce la parola “diaspora” – cioè esilio e dispersione al tempo stesso.

 

C’è dell’altro, di più: la consapevolezza di un passato e della necessità di conservarlo, trasmetterlo. Non a caso nei Comandamenti Dio definisce se stesso come “Colui che vi ha fatto uscire dall’Egitto”, iscrivendo se stesso in una linea di memoria, elemento primario dell’identità.

Non meno cruciale è la prospettiva inversa, quella rivolta verso un futuro inconoscibile (l’orientamento ebraico del tempo pone il soggetto con le spalle rivolte al futuro e lo sguardo verso il passato, come attesta l’evidenza semantica che una stessa radice verbale significa “prima” e “davanti”). L’ebraismo crede, e soprattutto spera, in un futuro di redenzione messianica lungo una dimensione lineare del tempo, con un inizio, un corso e una fine promessa e promettente.

In questo equilibrio fra passato e futuro, il popolo ebraico ha vissuto per quasi duemila anni in uno stato di privazione, anzi di sospensione della storia: la Diaspora è sempre sentita come una condizione provvisoria, per quanto protrattasi di secolo in secolo. Ha imparato a sostituire al culto la preghiera, e a vivere di memoria, attesa, studio e parole, sul territorio dei libri. Non è il popolo del Libro, ma il popolo dei libri, che per millenni ha fatto della parola e della propria tradizione scritta il surrogato di tutto il resto, di tutto ciò che aveva perduto.

 

In questo contesto, la “comunità”, intesa come gruppo umano che s’identifica nella propria appartenenza religiosa, etnica, familiare e inevitabilmente anche di minoranza (non di rado oppressa) è diventata l’autentico e unico tessuto sociale del popolo ebraico. Non solo un luogo definito da sinagoga, scuola, bagno rituale e forno per le azzime, ma anche soprattutto un insieme umano “accerchiato” dal resto del mondo. E spesso se non quasi sempre, almeno fino all’Emancipazione avviatasi a metà dell’Ottocento, un resto del mondo ostile, espressione di restrizioni, limitazioni, disprezzo. L’ebreo doveva sopravvivere in quanto testimone della passione di Cristo – o infedele tout court – ma in bilico sulla sopravvivenza perché macchiatosi del peggiore dei delitti, cioè  il deicidio: talmente grave da trasmettersi anche ai discendenti, secoli e magari millenni dopo l’accaduto.

Questa lunga storia spiega molto bene anche quello che succede oggi, nei rapporti fra Israele ed ebrei del mondo. Che ancora una volta è all’insegna di una complessità che da sempre per l’ebraismo è ricchezza e valore, non complicazione. Una civiltà che non si fonda sul principio di non contraddizione, che ammette ambivalenze, cambi di passo, compresenza di opposti ma non per questo è viziata dalla confusione. Anzi. A monte di tutto c’è la consapevolezza che, per quanto frutto del Dio creatore, questo mondo è profondamente imperfetto e come tale va preso, in attesa di quello che verrà un giorno, dopo l’avvento del Messia.

 

Anche l’identità di comunità del popolo ebraico in Diaspora è un corpo complesso e difficilmente riducibile a parametri, come dire, lineari. Oggigiorno la comunità è là dove mandi tuo figlio a scuola – una scuola “normale” con una integrazione di nozioni sull’ebraismo che però non sono meramente di ordine confessionale. È la sede magari di una casa di riposo che ti offre in tarda età garanzia di un accudimento “personalizzato”. È il luogo del culto, delle feste. È il centro che ti offre assistenza – magari per andare all’appuntamento per la vaccinazione anti-covid se sei anziano e hai una mobilità ridotta. È soprattutto il luogo dove si misurano la tua identità e il tuo rapporto con Israele.

La condizione degli ebrei di oggi è infatti una novità assoluta dopo millenni di continuità. Ora un ebreo ha libertà di scegliere se restare “diasporico” o tornare nella propria terra. Per inciso, anche qui le cose sono più complesse del previsto. L’identità stessa non è un portato banale, univoco, infatti. Il Talmud dice chiaramente che è ebreo: a) chi è di madre ebrea b) si è convertito all’ebraismo.  Questa è la definizione adottata dall’ebraismo ortodosso. Per i riformati anche il padre “fa testo”. Ovviamente tutto questo ha una rilevanza notevole oggi che matrimoni misti sono ammessi – sino all’Emancipazione non era affatto così: un ebreo poteva sposare un non ebreo solo a condizione di convertirsi alla fede maggioritaria. La conversione all’ebraismo era un peccato di apostasia, duramente punito. 

 

La prima legge promulgata dal neonato stato ebraico, il 14 maggio del 1948, è detta “legge del ritorno” e prescrive che ogni ebreo del mondo abbia diritto immediato alla cittadinanza. Ma qui la definizione di ebreo è ben diversa da quella rabbinica: “basta” uno dei quattro nonni ad essere ebreo, per trasmettere l’identità. Perché? Molto semplice, perché così imponeva la tassonomia dei regimi nazifascisti: per Hitler e Mussolini bastava un nonno ebreo su quattro per classificare il subumano e spedirlo nei campi di sterminio. 

Questta “ambiguità” dell’identità, insieme a tanto altro, forma la matassa del legame fra ebrei del mondo e Israele: un rapporto complesso, ricco di sfumature. In cui, come sempre nell’ebraismo, l’individuo è chiamato, anzi obbligato a esercitare la propria autonomia di scelta, a pensare e fare secondo il principio di responsabilità, che in ebraico è detto con una parola derivata dalla radice che indica “alterità”. In parole povere, se ci sono due ebrei ci sono almeno tre opinioni…

Questo spiega la pluralità di punti di vista che gli ebrei esprimono verso Israele, praticamente tutto l’arco “costituzionale”, come si diceva una volta: dal più agguerrito e incondizionato sostegno alla critica che pare ansiosa di mostrarsi tale per dissociarsi dalla politica e magari pure dalla storia d’Israele. La libertà di interpretazione – che sia di un testo o della realtà  – è il primo dettato dell’ebraismo, una sua necessità umana e persino teologica.

 

C’è però un minimo comun denominatore condiviso dagli ebrei in Diaspora, riguardo a Israele. Più che un consenso razionale si tratta forse di un timore antico, o quanto meno del retaggio di questo antico timore. Al centro di questo sentimento comune c’è una parola in bilico sul filo dell’equivoco, del pregiudizio: si tratta di “Sionismo” e cioè di quello che si può senza ambiguità di sorta definire il movimento risorgimentale ebraico, avviatosi nella seconda metà dell’Ottocento con l’obiettivo di riportare il popolo ebraico entro la normalità della storia, ridandogli, dopo quasi duemila anni, un’autonomia politica e soprattutto liberandolo dal fardello, non meno atavico, dell’antigiudaismo – divenuto nella seconda età moderna antisemitismo con il passaggio da uno stigma teologico a uno, ancor più radicale di ordine razziale.

 

 

Il Sionismo è stato il movimento politico, diplomatico, culturale che ha portato alla creazione dello stato d’Israele. Oggi però è spesso urlato come sinonimo di razzismo, di ingiustizia storica. Anche se teoricamente il movimento è “scaduto”, cioè ha ottenuto lo scopo che si era prefissato. Dirsi sionisti dovrebbe suonare un po’ come dirsi qui “risorgimentali”.

Se questa parola è ancora parte del presente lo si deve soprattutto alla natura del conflitto mediorientale o più specificatamente israelo-palestinese, un conflitto la cui cifra primaria è stata per molti decenni la negazione del nemico da parte del fronte arabo, talmente radicale che il nemico era innominabile. Ancora oggi l’Iran istituzionale chiama Israele “l’entità sionista”… 

 

Quando un ebreo in Diaspora sente parlare di “antisionismo” – “non ho nulla contro gli ebrei sono solo antisionista”, fiuta uno sgradevole sentore di antisemitismo. Perché? Perché essere antisionisti significa di fatto negare al popolo ebraico la normalità, ricondurlo ad antichi e ostili parametri teologici: l’ebreo è il perfido, cioè l’infedele, non ha diritto all’autodeterminazione perché è un popolo dannato, diverso dagli altri…

Tutto ciò nella piena legittimità delle critiche a Israele, alla sua politica, al suo governo, all’occupazione dei Territori. Ma purtroppo, in questo caso, in questo mondo, il confine fra doveroso esercizio dello spirito critico e deriva di pregiudizio è alquanto scivoloso: quando la disamina della situazione in Medioriente lascia intendere che se Israele non esistesse tutto sarebbe risolto e pacificato e di conseguenza sarebbe meglio se quello stato non ci fosse, ebbene allora è chiaro che Israele diventa una trascurabile, ed evitabile variale del reale storico.

 

Questo larvato e magari inconsapevole antigiudaismo che considera la condizione ebraica di precarietà esistenziale come qualcosa di assoluto, inevitabile e immutabile, deriva spesso dall’idea (sbagliata) che Israele sia nato “per merito” della Shoah. Come risarcimento. In realtà è l’opposto: Israele è nato nonostante la Shoah: intanto con dieci anni di ritardo rispetto a quanto deciso all’indomani della I Guerra Mondiale e della disfatta dell’impero ottomano, quando in Palestina fu insediato un governo mandatario provvisorio britannico destinato a preparare il terreno per la spartizione in autonomia di tutto il Medio Oriente (il tutto avrebbe dovuto risolversi nel 1938 ma in quell’anno in Europa e nel mondo c’era purtroppo altro a cui pensare). E poi perché nel 1948 in quello che divenne Israele esisteva dalla metà dell’Ottocento una società ebraica produttiva, radicata, dotata di strutture civili: ospedali, scuole, imprese, kibbutz, uffici postali, università… In parole povere, Israele non è nato affatto dal nulla ma è stata la naturale conseguenza di un lungo processo “creativo” che, purtroppo, è arrivato a compimento nonostante la perdita di milioni di persone che avrebbero potuto contribuire a questa impresa sociale, culturale e nazionale, se non fossero state sterminate. Quanto capitale umano, insomma, Israele ha perso a causa della Shoah.

 

Questo lo sanno bene gli ebrei in Diaspora, sanno che Israele non è nato come un fungo nello spazio di una notte ma è il frutto di un lungo processo storico. Di fatto, dunque, il 29 novembre del 1947 la risoluzione delle Nazioni Unite sancì in quella regione la creazione di due Stati Palestinesi: uno arabo e uno ebraico. Gli ebrei palestinesi erano il mondo dell’yishuv, la società ebraica complessa, articolata e radicata, che nel maggio successivo divenne lo stato ebraico palestinese, cioè Israele. Gli ebrei palestinesi accettarono la risoluzione, gli arabi palestinesi e il blocco arabo in generale reagì dichiarando che “avrebbero buttato a mare sino all’ultimo sionista”.

Ed era solo l’inizio, di una storia lunga, complicata, dolorosa vicenda. 

 

Quanto agli ebrei “di fuori”, che hanno scelto di continuare a condurre un’esistenza diasporica di minoranza – ma per fortuna non più oppressa nella gran maggioranza dei casi –, ancora una volta debbono confrontarsi con la complessità – di se stessi, della propria condizione e del mondo in generale. 

Per un verso, infatti, esercitano quella libertà ermeneutica che sta nel loro DNA storico: ognuno non è solo libero ma tenuto a esercitare quella libertà sul testo biblico, perché solo “voltandolo e rivoltandolo”, cioè commentandolo, si può trovare quel “tutto che è in esso”. La tradizione ebraica funziona in questo modo, come racconta e dipana il Talmud: un maestro dice una cosa, un altro dice il contrario, un terzo offre una via mediana, un quarto suggerisce di andare a cercare la risposta altrove, e tutto riparte senza soluzione di continuità. Nessuno ha insomma il diritto di mettere il punto in fondo alla frase, tutto è discutibile, provvisorio, capace di cambiare e cambiarci.

 

Per l’altro, gli ebrei in Diaspora nutrono per Israele un complesso sistema di emozioni e ragioni: ragioni storiche di diritto all’autodeterminazione, ad avere finalmente la certezza di un luogo al mondo dove non sarai mai perseguitato, odiato, emarginato. Emozioni che ognuno di noi esprime e/o si tiene per sé, amore più o meno incondizionato, ammirazione. Ma anche diffidenza, anche lo stupore che è quasi stordimento nel sentirsi intimamente parte di quel mondo ma anche un po’ fuori. Israele ha sempre più una propria identità – anzi tante e diverse – in cui gli ebrei della diaspora si riconoscono sempre meno.  Un ebreo italiano si ritrova magari a casa nel tranquillo quartiere di Rechavia a Gerusalemme, parte “nobile” della città dove fra gli anni Venti e Quaranta approdarono tanti profughi dell’Europa con il loro bagaglio intellettuale, per lo più laici. Ma prova uno spaesamento profondo magari a Bne Beraq, sobborgo sovraffollato sino allo spasimo di Tel Aviv, dove abitano soltanto ultraortodossi, ormai per lo più di origine sefardita.

 

È Israele stesso, con la sua complessità, la sua multietnicità – sia interna all’ebraismo sia perché è un paese che conta una corposa minoranza di arabi (islamici e cristiani) del 20% –, con le sue contraddizioni – Tel Aviv high tech e libertaria, sorta di eden lgbt, e Gerusalemme piena di religiosi d’ogni sorta e confessione – a esigere un approccio mai in bianco e nero ma sempre attento alle infinite sfumature, ai “sì, ma”, “no, però”. È un salutare esercizio critico per tutti noi, pensare e guardare a Israele. Anche quando si tratta di conflitto e di arrivare al proprio giudizio personale solo attraverso una complicata eppure stimolante gimcana esistenziale.

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