Gli orecchi dei Pinocchi

In tempi duri per gli umani, piovono burattini. Roma è invasa da Pinocchi. Pinocchi rinchiusi, Pinocchi che non ascoltano e, pertanto, si moltiplicano. I Pinocchi di Jim Dine, ad esempio: 11. Il Pinocchio di Codognotto al Mused (Museo della Scuola e dell’Educazione dell’Università Roma Tre), a pochi passi dalla mostra dell’artista statunitense a Palazzo delle Esposizioni. In un luogo ancora troppo poco conosciuto, eppure pubblico: in entrambi i casi uno spazio museale. I Pinocchi di Jim Dine sono come incantati: non inermi, ma fissati nell’atto di dire qualcosa, di dare qualcosa. Sulle pareti dell’ala in cui sono esposti Jim Dine ha anche dipinto alcune sue poesie: scriverle a caratteri cubitali ha sempre significato per lui l’opportunità, in quanto dislessico, di superare la difficoltà di lettura e, in qualche modo, anche di creazione. In fondo a destra c’è un Pinocchio con una sega: è legato a una struttura metallica per la testa. Forse l’artista intende fermare il creato che si fa creatore? Dine ha dichiarato: «L’idea di un pezzo di legno che parla e che diventa un ragazzo in carne e ossa è una metafora dell’arte». Accanto a un Pinocchio tanto ardito Dine dipinge questi versi: 

 

I am a child with red ears / my ears are red / a six years old, Pinocchio, the boy / down with power. / choosing my mother, the stick becomes Jimmy / he lies down with thieves / the stick talks thru the sand / crying since I lost / sleeping with "bad folks" / there is an embrace / that wakes the carpenter / i wrap my arms around my ears / and wake the cold / my dreams, and / the red axe / lying on the foor / deformed by the ordinary / unusable / but my red dreams are / charged / by a cloud / that is grey. 

 

La traduzione non è affatto semplice, provo a renderla così: «Sono un bambino con le orecchie rosse, le mie orecchie sono rosse, un bambino di sei anni, Pinocchio, il ragazzo, che ha del potere. Scegliendo mia madre, il bastone diventa Jimmy, lui va con lo zoppo e impara a zoppicare, il bastone parla attraverso la sabbia, piangendo perché ho perso, dormendo con la “cattiva compagnia”, c’è un abbraccio, che sveglia il falegname, avvolgo con le mani le mie orecchie, e sveglio il freddo, i miei sogni e, la rossa ascia, steso sul pavimento, deformato dall’ordinario, l’inutile ordinario, ma rossi sono i miei sogni, minacciati, da una nuvola, che è grigia». 

Si tratta di un testo molto criptico, potente nelle sue immagini, che pone diversi interrogativi, molteplici interpretazioni. Non potendole qui risolvere, cominciamo almeno dalla prima questione: le orecchie di Pinocchio, rosse per Dine. Le orecchie? Quali orecchie? Dine ammette di aver visto per la prima volta Pinocchio nella versione Disney, dove effettivamente il burattino è disegnato con due orecchie. Ma nel testo originale no: Geppetto ha dimenticato gli orecchi, Collodi omesso l’ascolto. Non il sentire, attenzione: l’ascolto. Ecco perché Pinocchio non ascolta, sebbene senta benissimo. Non può ascoltare perché non tiene l’organo deputato a questa funzione, non tiene l’organo per questa finzione. La prima volta in cui ho notato l’assenza è stato attraverso la lettura del Pinocchio di Manganelli: «Nel momento in cui il burattino è fatto – salvo per gli orecchi “dimenticati” ma apparentemente esornativi o al più punitivi – Geppetto non può fingersi padre. In quel momento sembra trasformarsi in una sorta di custode, di pedagogo». Dal Pinocchio: un libro parallelo dobbiamo affacciarci all’originale collodiano: quando Pinocchio compie una delle sue prime marachelle, Geppetto vorrebbe tirargli gli orecchi.

 

Gli ha appena concesso dei piedi: bellissimi, “non si vede nemmeno l’attaccatura”. Appena il tempo di insegnargli a mettere un piede dietro l’altro che già Pinocchio prende a correre fuori dalla casa in cui è stato “concepito”. A fermarlo c’è un carabiniere ed è la destrezza del gendarme a permettere a Geppetto di riacciuffare il suo “figliolo”: il povero falegname vorrebbe dare una lezione a Pinocchio, vorrebbe tirargli gli orecchi, ma è lì che s’accorge di aver dimenticato di scolpirglieli. «Allora lo prese per la collottola», scrive Collodi, e questo gesto “violento” gli provoca la maldicenza della gente e persino l’arresto, proprio da parte del carabiniere che poco prima aveva fermato la corsa di Pinocchio. Geppetto dimenticherà di aggiungere questo particolare a Pinocchio, forse permettendogli – volutamente o inconsciamente – di non sentire, di non dover stare a sentire, fornendogli dunque lui stesso un alibi per non ascoltare i consigli e i comandi degli adulti. Il fine di Geppetto diventa quello di farsi sentire da uno che non può ascoltare: in questo sforzo sta anche la lettura pedagogica (e manganelliana) dell’episodio. 

“Ascoltare” e “sentire” non sono infatti intercambiabili: il primo presuppone una maggiore intensità del secondo. Ma soprattutto “sentire” ha a che fare con i sensi più genericamente: possiamo sentire un fischio, sentire la dolcezza di un cibo, sentire il calore di un tessuto, sentire il profumo della donna davanti a noi. Sentire non è collegabile, insomma, soltanto al senso della vista, e con tutta probabilità per una ragione molto semplice: la vista, sebbene sia il senso più diffuso, da noi umani utilizzato, nonché “utile” (anche in termini evoluzionistici), è quello meno inclusivo, meno “pieno”, più limitato perché non si spinge oltre il raggio di 180°: non possiamo vedere una persona che si avvicina minacciosamente dietro di noi; possiamo certo sentirla, ma oggettivamente non vederla.

 

Nell’originale di Collodi, dunque, Pinocchio non ha gli orecchi. Geppetto gli “concede”, nell’ordine: capelli, fronte, occhi, il celeberrimo naso, la bocca, il mento, il collo, le spalle, persino lo stomaco, le braccia e le mani, le gambe e i piedi, ma gli orecchi no. Il verbo “sentire” è onnipresente nell’opera di Collodi: l’ascolto compare una sola e unica volta, quando Pinocchio «si fermò e stette in ascolto» davanti a una musica in lontananza, quella dei pifferi annunciante l’arrivo del teatro di burattini. «Quei suoni venivano di fondo a una lunghissima strada traversa». Pinocchio è indeciso se andare a scuola oppure lasciarsi ammaliare, non sente bene, ma quando il suono si avvicina e si fa nitido diventa risoluto e si convince: «Oggi anderò a sentire i pifferi». Non appena sente, Pinocchio non ascolta, e si precipita, corre a sentire: ha sete di sentire, sente di dover sentire. Somiglia, per certi versi, al Boccadoro di Hesse che «In fondo al cuore non amava l’erudizione, la grammatica e la logica, quantunque avessero anch’esse la loro bellezza; amava più il mondo d’immagini e di suoni della liturgia». 

 

Le sole volte in cui in qualche modo compaiono le orecchie è perché nel racconto di Collodi Pinocchio si “trasforma” in un animale. La prima è quando viene colto da un contadino che lo scambia per un ladro di polli e per punizione lo sostituisce al suo cane da guardia Melampo: «Se per disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi dritti». Pinocchio questi orecchi non li ha, ma è qui che inizia la sua educazione all’ascolto, la sua preparazione alla magia di ascoltare. Per la prima volta dà retta all’ordine del contadino, lo ascolta, e così, intorno alla mezzanotte, «gli parve di sentire nell’aia» delle «vocine strane», così allerta il suo “padrone” e può tornare in libertà: per ascoltare, occorre comunque sentire.

 

Pinocchio di Ferdinando Codognotto.


Ascolto come liberazione, come con-sentire. Frattanto c’è, nel racconto originale di Collodi, un altro episodio dirimente. Pinocchio è, finalmente, alla scuola comunale: è persino preso in giro per la sua abnegazione da certi compagni i quali riescono a convincerlo ad allontanarsi dalla classe per andare a vedere l’enorme Pesce-cane in riva al mare. Ma è un’ennesima burla: l’animale non c’è, è solo un alibi dei ragazzi per bullizzare – diremmo oggi – il povero Pinocchio: «Devi prendere a noia anche tu la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici». Il nostro burattino stavolta non è d’accordo, così ne scaturisce una bella zuffa in cui i compagni di Pinocchio «cominciarono a scagliare contro di lui i Sillabari, le Grammatiche, i Giannettini, i Minuzzoli, i Racconti del Thouar, il Pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d’occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo». Fare civetta: difficile tradurre questo motto, ma lo intendiamo con un movimento del burattino a nascondere la testa nel collo. E la civetta è un uccello che non ha orecchi, almeno non orecchi visibili: anche la civetta sente, sente anzi benissimo e cattura così le sue prede. 

 

La seconda occasione in cui in Le avventure di Pinocchio compaiono le orecchie è il momento in cui a Pinocchio compaiono le orecchie: questione che “suona” già da sé piuttosto straniante. Allora Collodi precisa: «Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure!». A dire il vero, caro Collodi, il lettore attento s’è accorto che gli orecchi sono una vera e propria assenza, ma in questo caso facciamo valere la “sospensione di incredulità”. Dunque, Pinocchio ha orecchi minuscoli, minuscoli come la civetta. Soltanto che ora gli orecchi diventano, in questo che è uno dei passaggi più noti dell’opera (anche a chi non l’ha mai letta!) maiuscoli, e di un altro animale: il burattino si risveglia nel Paese dei balocchi con orecchie d’asino (lui e Lucignolo parlano di «malattia agli orecchi»).

Quando il ciuco Pinocchio viene portato al Circo per esibirsi, «il Direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole: “Miei rispettabili auditori! (…)”». Usa la parola “auditori”: perché non spettatori? Il pubblico del circo è lì per vedere, non per sentire, non è uno spettacolo radiofonico, nemmeno un concerto. Forse è un concetto: Collodi introduce in Pinocchio il concerto/concetto dell’ascolto. Questa è infatti l’ultima prova che il burattino deve affrontare da solo prima di ritrovarsi nella pancia del Pesce-cane e liberare se stesso e il padre da quella bocca. Non è nemmeno un caso che Pinocchio e Geppetto superino la loro ultima prova insieme come uscendo da una bocca, da una oralità: il burattino aveva peraltro appena ripercorso oralmente tutte le sue avventure per raccontarle a un quasi incredulo (e stanco) padre. Pinocchio ha smesso di sentire soltanto, ora inizia ad ascoltare. Per sfamare il suo babbo, presta ascolto a quanto gli dice l’ortolano: deve lavorare per guadagnarsi «un dito di latte». Ritrovando l’ascolto, guarisce. 

 

Infanzia come malattia: Collodi utilizza una volta nel testo la parola “malanni” per indicare un gruppo di bambini vivaci, scalmanati: anche “peste” non è certo una maniera meno velenosa di descrivere un infante sfrenato, che non ascolta. «Il mio passato è una malattia contratta nell’infanzia»: esordisce così lapidario Valerio Magrelli nel descrivere le sue psicosi e le sue patologie protagoniste di Il condominio di carne. Il poeta, in questo caso nelle vesti di narratore, conia il termine “exfanzia”: una definizione illuminante che andrebbe presa in seria considerazione nella riflessione pedagogica. Se infatti “infanzia” è entrare nella parola, ovvero dare la parola a chi non ne ha ancora facoltà, la “exfanzia” prevede quasi un processo inverso: una volta acquisita la parola, uscirne, non perderla, piuttosto inventarsi un linguaggio nuovo non appena padroneggiato quello comune, una volta apprese le regole per innovare. C’è qualcosa, nel Magrelli bambino e adolescente che è costantemente alle prese con disfunzioni del suo corpo, che lo lega a Pinocchio (c’è persino una scena in cui si brucia, come il burattino, i piedi), ed è proprio quando scrive di suoni, di voci, di ascolti, quello che definisce «il grande continente delle orecchie – porta sonora, conchiglia dell’ascolto». Naturalmente si tratta di un caso patologico: suoni deformati, cerume accumulato, un “extra-ascolto”.

 

Il protagonista, allora, si fa «boscaiolo di voci. Con secchi colpi d’ascia abbatto questo tronco sibilante». Profezia: «Giorno verrà in cui il silenzio sarà un unico corpo sacro da venerare, in cui il rispetto del prossimo passerà per l’amore di questo pane della comunione, la sola ostia della nostra vita civile. E chi farà rumore, chiunque non richiesto imporrà agli altri la propria presenza, sarà il capro espiatorio dell’intera tribù. Ma non verrà condannato a essere recluso, né mutilato o ucciso. Al contrario, il suo udito sarà soltanto acuito oltre misura, perché possa partecipare più intimamente alla natura del senso violato. Lo si costringerà ad ascoltare». L’ascolto è sempre un po’ una costrizione, e Pinocchio lo sapeva bene. Accanto ai molteplici Pinocchi di Dine, si diceva inizialmente, ve n’è uno meno noto in Piazza Esedra, all’interno del MusEd, Museo della Scuola e dell’Educazione che ha appena inaugurato una nuova ala espositiva. Il Pinocchio di Ferdinando Codognotto è intimamente legato a quello di Dine, spazialmente e specialmente: è stato in mostra nelle stesse sale di Palazzo delle Esposizioni nel 1982 ed è della stessa specie, di legno, in quanto anche per Codognotto «il legno è il materiale più vicino all’uomo». Sculture da auscultare, sentire scolpiti.  “L’albero di Pinocchio” impiega la molteplicità del burattino che è molteplici bambini, assume forme diverse, è difforme. Non è l’albero della cuccagna quello a cui il Pinocchio di Codognotto è legato: è la macchina che fa partire le storie, che racconta. Tiene il burattino per la “collottola”, come Geppetto al principio della storia. Come Geppetto, l’albero tecnologico non sente, ascolta. Una storia è sempre noi che ascoltiamo una storia: noi gli orecchi, i nostri Pinocchi corpi che vanno a sentire, ad auscultare.

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Pinocchio di Jim Dine.