Hemingway a Milano

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.

 

Milano nel 1918 ha poco meno di 800.000 abitanti. Le industrie sorte negli ultimi trent’anni lavorano a pieno regime per lo sforzo bellico, ma la classe operaia sta prendendo coscienza della propria forza. L’anno prima c’erano stati tumulti per il carovita. La situazione eccezionale favorisce le speculazioni. Fioriscono i cosiddetti “pescecani” di guerra, le classi sociali si mescolano. Il fronte è lontano, ma in città, specie dopo Caporetto, si respira il clima delle retrovie: militari in licenza, ufficiali in uniforme, soldati alleati e giornalisti stranieri che rendono diversa, eccezionale, la vita quotidiana. Ernest Hemingway, classe 1899, arriva in Italia nel giugno 1918, e il suo compito è guidare l’ambulanza della Croce Rossa americana sul fronte del Pasubio. Desideroso di vedere la guerra da vicino è spedito nella zona del basso Piave dove viene ferito alla gamba destra. Curato prima sul posto, è poi destinato all’ospedale della Croce Rossa americana a Milano. Vi arriva in treno, precisamente alla stazione Garibaldi, allora scalo merci, il 17 luglio 1918, rimanendovi per tre mesi in convalescenza.

 

L’ospedale è a poche centinaia di metri da piazza del Duomo, all’angolo tra via Cantù e via Armorari, dove oggi una targa (posta un po’ in alto rispetto al livello della strada) ricorda che in quell’edificio “Ernest Hemingway, ferito sul fronte del Piave fu accolto e curato. Così nacque la favola vera di Addio alle armi”. Il terzo piano del palazzo, che è ancora lì, è riservato alle infermiere e il quarto alle sedici stanze dei degenti. Sulla terrazza ci sono sedie di vimini e sono serviti superalcolici, Per gli ospiti in convalescenza lo spettacolo principale è osservare i biplani che partono dall’aeroporto di Taliedo (sede della Caproni) e qualche più raro dirigibile. È qui che si conoscono Agnes von Kurewsky (Aggie) ed Hemingway (Ernie). Tra i due scoppia un amore (probabilmente platonico, nonostante le millanterie dello scrittore) che fece da miccia al romanzo. Lei è di qualche anno più grande, bellissima, molto corteggiata, ma il diciannovenne Hem, potenza delle ferite e della divisa, sa farsi valere. È un ottimo osservatore, ha la lingua svelta e una grande curiosità verso tutto e tutti.

 

La Milano della convalescenza di Hemingway ha un perimetro abbastanza circoscritto. Il cuore della sua Milano è la Galleria Vittorio Emanuele dove sosta per intere giornate: “Ci piaceva star fuori in Galleria, i camerieri andavano e venivano ogni tavolo aveva la sua lampada col piccolo paralume. Arrivammo al Mercato e poi ai portici e alla piazza del Duomo: la piazza era piena di tram; al di là dei binari sorgeva bianca e umida nella nebbia la Cattedrale, nella piazza la nebbia era densa; la Cattedrale pareva enorme sotto la facciata; ed era umida veramente la sua pietra. Arrivati in fondo alla piazza ci voltammo a guardare il Duomo, era bellissimo nella nebbia”. Tra i locali in Galleria per la cena, quando l’occasione lo consente, sceglie l’elegante Biffi, ma più spesso è al Grand’Italia. Legge i giornali con le corrispondenze dal fronte, scrive a casa, gioca a carte, ma soprattutto osserva il passaggio bevendo un Capri bianco secco. Più rara la frequentazione del Cova, allora accanto alla Scala. Il Teatro, normalmente il cuore della vita mondana (come un secolo prima ai tempi di Stendhal), era chiuso a causa della guerra.

 

C’erano, a volte, aperture straordinarie ed Hemingway può ascoltare alcune opere di Verdi e Puccini. Un altro luogo frequentato regolarmente è l’Ospedale Maggiore – ora l’Università degli Studi – dove va spesso per medicazioni, mentre più rare sono le puntate all’Ippodromo di San Siro, allora quasi fuori città, dove si arrivava in carrozza. La Milano di Hemingway contempla anche i Navigli, che ancora circondano il centro e danno alla città un aspetto da ville d’eau, e la Stazione, ancora in piazza della Repubblica. Lo scrittore fa parte della prima generazione di americani che raggiunge l’Europa senza complessi di inferiorità, pronto a godersi il fascino del Vecchio Mondo. Scrive alla madre che Milano: “è la città più moderna e vivace d’Europa”. Le ultime pagine milanesi del romanzo sono le più affascinanti e ‘atmosferiche’, con la città avvolta nella nebbia autunnale.

 

Lo scrittore torna a Milano nel 1922, vuol far vedere alla moglie Hadley un luogo dove è stato felice. In quei giorni intervista, per conto del “Toronto Star”, Benito Mussolini, non ancora capo del governo. Il futuro duce gli fa buona impressione. Cambierà rapidamente idea. Addio alle armi esce nel 1929 nel giorno del crollo di Wall Street. Il cocktail di amore e guerra, il nuovo romanticismo che tanto influenzò Hollywood, ne decreta un successo mondiale, ma in Italia il libro, messo all’indice dal regime fascista per le pagine su Caporetto, è letto solo dopo la Seconda guerra mondiale. Hemingway torna a Milano solo nel 1948 per incontrare Arnoldo Mondadori che lo riempie di (interessati) complimenti, affermando che è lo scrittore più letto in Italia “dai semplici marinai fino alla nobiltà”. E non aveva ancora scritto Il vecchio e il mare!

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