I fili del teatro. Scaldati, Eduardo, Leo

Come una lucerna, il pensiero umano crea storie che illuminano la grotta oscura. Fragili, infinite immagini come lampi tra rovine…  

 

Assassina

 

Inizia così, con un canto dolce, strascicato come una salmodia, Assassina di Franco Scaldati, messo in scena da Enzo Vetrano e Stefano Randisi con la voce e i suoni dal vivo dei Fratelli Mancuso. Un viaggio di luce nell’oscuro, tra i detriti di esistenze marginali, come quelle di tutti, in una scena ambientata in un vecchio cesso pubblico abbandonato, azzurro e diroccato, tra animali visibili e invisibili che si divorano l’un l’altro, perennemente affamati, in lotta con l’ombra, che sfugge, che ci anticipa, che ci mangia, che ci sdoppia. Inizia così e risplende, Assassina, con quelle sue zone di profondo scuro, nella lingua dura e rocamente cantabile di Franco Scaldati, poeta palermitano dell’Albergheria, il quartiere del mercato di Ballarò, un moderno Omero del teatro.

 

Ph Luca Del Pia.

 

Lo definì “poeta aristocratico delle caverne” il critico Franco Quadri, che con la sua Ubulibri ne pubblicò varie opere da Beckett della vita marginale, fermandole necessariamente in un momento che nella pratica di scena dell’autore sarebbe stato superato da ripensamenti, revisioni, riviviscenze, insieme al suo alter ego Gaspare Cucinella e ad altri compagni. 

Quella lingua ardua, musicale, materica viene alleggerita da Vetrano e Randisi, resa più comprensibile a spettatori non siciliani senza farle perdere di densità (lo spettacolo ha debuttato al teatro della Passioni di Modena, con la produzione di Emilia Romagna Teatro, scene e costumi di Mela Dell’Erba, luci di Max Mugnai). Perché i due attori e registi di origini anche loro palermitane, formatisi alla scuola dello scrittore Michele Perriera e poi con il teatro Daggide, da qualche anno hanno trovato in Scaldati la voce capace di calzare perfettamente i loro corpi sospesi, continuamente alla ricerca dei passaggi segreti tra realtà e fantasticheria, tra vita e morte, tra umanità più diseredata e aura angelica, tra luce, ombra e i loro doppi misteriosi. 

 

Ph Luca Del Pia.

 

Lo spettacolo è semplice, semplicissimo. Tanto da disarmare il critico. Da fargli dimenticare che deve guardare, riflettere, riportare, analizzare, interpretare. Dopo un po’ ci si abbandona totalmente alle parole, alle deformazioni da maschere dei personaggi, che ne rivelano imprevisti tratti di umanità e verità quanto più li fissano in atteggiamenti iterativi. Dopo un po’ ci si vorrebbe perdere, semplicemente, nei colori surreali della storia, negli sghembi, incalzanti ritmi comici, nei suoni e nelle voci dei Fratelli Mancuso, che come una strana coppia di genitori appaiono con abiti d’altri tempi da una grande cornice alle spalle dello spazio scenico, madre barbuta come la donna del quadro di Jusepe de Ribera. E con sansula, mezzo colascione, salterio ad arco, chitarra, saz baglama e altri strumenti antichi e lontani e con il canto fanno vibrare le parole di Scaldati o arcaici canti dell’entroterra siciliano, in una luce musicale abbagliante, anch’essa scontornata e insidiata da pozze infinite, profonde, di ombre sonore, armoniche, ancestrali come la luna, come la profondità delle caverne e dei sentimenti più intimi, che non si possono esaurire con le emozioni immediate.

 

Ph Luca Del Pia.

 

Profondità geologiche e marine e gioco del teatro ti rapiscono. Vetrano è una vecchia spigolosa in lotta con l’ombra, con un sorcio, una gallina, un piscicani che minacciano la lavanda dei piedi in un catino di metallo, lo stesso dove l’altro, l’omino di Randisi, si cuocerà la pasta poco dopo, dopo aver giocato con la gallina, parlato con il solito sorcio, evocati coccodrilli e altre bestie in questa casa spazio aperto di nessuno. Perché i due, la vecchia e l’omino, abitano nella stessa tana senza sapere l’uno dell’altro. Alla prima fase di routine quotidiane, di quotidiane fissazioni, segue, per ognuno dei due, il sonno, dopo aver acceso lumini davanti alla cornice del quadro dei genitori. Si addormentano sui bordi della grande vasca. Ma nessuno dei due sa dell’altro. Quando si incontreranno, al risveglio, ognuno chiederà cosa fa quell’intruso nella sua casa, in gag irresistibili, mentre le musiche risuonano come stacchi che rivelano la vicenda per quella che è: domanda sull’esistenza, sull’identità, sul rapporto con se stessi e con i morti, i fantasmi che ci portiamo dentro, dietro, davanti.

 

Ph Luca Del Pia.

 

Come in Totò e Vicè, altro testo di Scaldati interpretato da Vetrano e Randisi (ed è in arrivo, in autunno, per il Teatro di Roma un inedito dell’autore scomparso nel 2013, Ombre folli), siamo in un bordo tra la vita e la morte, tra il banale prosaico e il poetico metafisico, rivestito sempre di divertimento, di seduzione del semplice abbandonarsi al gioco della vita. C’è qualcosa di Cinico tv in questi paesaggi umani, ma anche un tratto angelico, sospeso, un richiamo, come quello di Amleto a Orazio, a tutte quelle cose, a quegli esseri che popolano l’infraspazio tra cielo e terra, maggiori di ciò che può prevedere qualsiasi filosofia. C’è lo scatto della vita pur nell’assenza, nella penuria, nella privazione; c’è il fantasticare, il creare mondo con la fantasia, l’immaginazione, la parola (“L’umanu pinseri crea e crea storii, umani storii vuci eterne cuntanu”, intonavano all’inizio i Mancuso). 

 

L’omino non crede che la vecchietta sia femmina, una femmina così… La vecchietta vorrebbe scacciare l’omino, ribellarsi all’invasione del suo piccolo, marginale spazio. E ugualmente vorrebbe fare l’omino. Dopo molte comiche schermaglie si adattano, i due, a convivere. Sembra. A bere un bicchierino di rosolio insieme. Si sdraiano sui bordi della vasca letto. Cala lo scuro. Senza luce i corpi esistono ancora, anche se si sentono le voci? Un emozionante brindisi tra i due, che sembrano avvicinarsi. Che si rendono conto di essere in una stessa situazione, chissà se maschi o femmine, chissà se proprio distinti, individuati, o l’uno qualcosa dell’altro, l’ombra. Forse qualcun altro ha giocato, sta giocando con loro. Forse un padrone di casa che vuole riscuotere qualche affitto, da loro fuggitivi, evasori, abusivi? Non ci sono più luci. Bevono il rosolio. Muoiono, nel buio, avvelenati. Chi è l’assassino? La vecchietta? L’omino? Il padrone di casa?

Cantano un’ultima canzone padre e madre, fuori dal quadro, in primo piano: di una donna sola alla finestra, che nessuno vedeva: “surdi strati, cantuneri, / scarda unni ventu e petra // ogni ummira di vuci, / a ntirrarisinni va” (sorde strade, contrade, scaglie di vento e pietra dove ogni ombra di voce va a interrarsi). 

 

Ph Luca Del Pia.

 

(Assassina replicherà a Bologna dal 28 gennaio al 5 febbraio, poi a Cagliari, a Cesena, al teatro dell’Elfo di Milano dal 9 al 19 marzo, a Palermo dal 29 marzo al 2 aprile).

 

Una domenica a teatro

 

L’ho visto di domenica pomeriggio, Assassina, nel teatro delle Passioni di Modena, spazio di ricerche di Emilia Romagna Teatro, un ambiente dell’ex deposito autobus di Modena che ora andrà in ristrutturazione. Saranno edificati nuovi spazi teatrali. Qualcosa, in una zona più ampia di quella che è ora è la sala, sarà abbattuto e ricostruito. L’attuale teatro rimarrà con un uso diverso (peccato, è uno spazio, nella sua ruvidezza, carico ormai di memorie). Rimarrà in piedi l’attuale sede di Drama Teatri, dalla parte opposta delle Passioni, con l’entrata su un altro viale. Tre stanze e un cortiletto. Un luogo tornato a vivere negli ultimi anni, dove domenica 15 ho concluso un’eccezionale giornata teatrale. Capita delle volte, veramente, che non si vorrebbe neanche raccontare quello che si è visto: basta aver partecipato.

 

 

È raro un pomeriggio in cui i fili, alla fine, risultano così chiari. Dopo questo viaggio tra Scaldati e Vetrano-Randisi, tra la Sicilia e l’Emilia-Romagna (i due attori-autori con la loro compagnia Diablogues sono approdati a Imola, dopo aver anche militato nel teatro di Leo de Berardinis, e ritornano sempre alla loro Sicilia), il fantasma di quel grande uomo di teatro che è stato Leo, profeta dell’attore-autore, dell’attore che non “mette in scena” ma che è, diventa, vive stati di presenza e di creazione assoluta, ricompare. Anche qui come ombra, da un’altra meraviglia, chiamata dal suo autore, il regista Massimiliano Civica, modestamente “conferenza-spettacolo”. 

 

Eduardo. Leo. Civica. La tradizione del nuovo

 

Si intitola Parole imbrogliate e narra Eduardo De Filippo per aneddoti e divagazioni, che portano in scena, tra molti altri, anche Andrea Camilleri, Robert Mitchum, Peppino e Titina de Filippo, Carmelo Bene e la famiglia del regista stesso (qui ottimo, con sprezzatura, attore, nonostante la dichiarazione di non fare e di non saper fare ciò che con grande, sorniona arte sta facendo: incarnare per narrazioni immagini, per portarci in altri mondi attraverso dolci, apparentemente svagate trasformazioni). Racconta l’uomo Eduardo, l’artista rigoroso, intollerante, perfino “crudele”, il capocomico certe volte odioso, quello che per l’etica del palcoscenico, il rigore che solo può produrre bellezza, non rinunciava a scontrarsi con giovani e meno giovani attori esibizionisti o con lo stesso fratello Peppino. Rievoca le battaglie per un teatro “umoristico” (degli umori, delle incrinature, delle malattie individuali e sociali…), quello stesso che riuscì a far identificare un popolo intero, quello partenopeo, in lui, nella sua Napoli milionaria. Un uomo in dialogo continuo con le ombre e con i fantasmi, come racconta Civica, evocando un bellissimo momento in cui Eduardo parla con una sedia vuota e risponde la registrazione della voce della sorella Titina, la prima Filumena Marturano. 

 

Potrebbe andare avanti per ore con questo splendido ragionare, raccontare, far vedere, divagare. E a un certo punto appare Leo. Non ricorda che l’attore foggiano raggiunse uno dei culmini della sua arte (secondo me, insieme a Novecento e Mille e al Ritorno di Scaramouche) proprio con Ha da passà ‘a nuttata, un viaggio non in un’opera, ma nel mondo di Eduardo. Rammenta, in polemica con le etichette che si appicciano al teatro, con le linee divisorie che si tracciano come barriere tra tradizione e sperimentazione, deridendo l’assurda definizione, che tutti usiamo forse per mancanza di parole e idee precise, di teatro contemporaneo (quale cosa che si fa nel presente non è sempre contemporanea?); ricorda come Leo definiva questo stare nell’atto dell’attore, portandosi dietro una sapienza antica: tradizione del nuovo. Il nuovo, necessario per propagare la vita, che ha spalle larghe e antiche, che si nutre del passato e lotta continuamente con esso, che si trasmette per discontinuità e contiguità attraverso le generazioni di un’arte di carne come il teatro. Come Vetrano e Randisi (che a lungo hanno lavorato con Leo). 

 

 

Era partito da una definizione bruciante di Eduardo data da Ettore Petrolini, la prima volta che l’aveva vista a Napoli: “Chillo è isso!”. Liberamente tradotto: lui è la cosa, l’essenza. Come l’omino e la vecchietta di Scaldati, di Vetrano e Randisi, dei Fratelli Mancuso. Come il mondo rutilante di citazioni, di aneddoti, di scene, di pensieri evocati nel ritratto di Eduardo dipinto da Civica. Come il teatro, quando rapisce, quando sembra non aver bisogno di interpretazioni; quando, semplicemente, sul momento, ti trasporta. Ti esaurisce. E poi, sotto la luce della lampada di casa, simile a un riflettore, ti rievoca, come una sarabanda, immagini, voci, corpi, fili, fili infiniti da intrecciare, da aggrovigliare, da sgruppare, da perdersi per cercare di uscire e rimanere dentro, nel labirinto, con le luci, con le ombre, con quei compagni pulsanti che sono i fantasmi. 

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