I libri di Vincent

Gli scrittori di Van Gogh

Libri letti

 

Vincent Van Gogh (1853-1890) aveva un rapporto quasi fisico con la lettura e con i libri, di cui aveva bisogno quanto il pezzo di pane. Il consiglio di Nietzsche di “masticare Madame Bovary” non gli sarebbe probabilmente dispiaciuto. In I libri di Vincent. Van Gogh e gli scrittori che lo hanno ispirato (Johan & Levi 2020, pp. 232) Mariella Guzzoni intende “tracciare un percorso visivo-concettuale e umano interno ai ‘preferiti’, in un continuo dialogo tra il suo lavoro d’artista e gli autori e gli illustratori chiave che lo hanno ispirato” (p. 16). Ripercorre così l’arco intero della vita e della produzione di Van Gogh, segnate dalle tre figure del mercante d’arte, del predicatore laico e del pittore. 

 

Tre Van Gogh che hanno come costante la lettura e per cui non esistono mezze misure: tutto è passione, che si tratti di fede religiosa, pittura o piacere della lettura: “Sono un uomo di passioni, capace e soggetto a fare cose più o meno insensate delle quali arrivo più o meno a pentirmi” (p. 30). “L’amore per i libri è sacro come quello per Rembrandt, anzi penso che si completino a vicenda” (giugno 1880, p. 9). Gli capita persino di appassionarsi a degli artisti attraverso i libri prima di vederne le opere, come nel caso di Jean-François Millet, di cui legge una biografia che gli provoca o gli allevia (o le due assieme come un pharmakon) l’insonnia: “Mi coinvolge a tal punto che mi sveglio la notte, accendo la lampada e riprendo a leggere” (p. 72).

 

Che cosa legge Van Gogh? La letteratura vittoriana (Charles Dickens, George Eliot, Thomas Carlyle), i naturalisti francesi (Émile Zola, Edmond De Goncourt, Guy de Maupassant), Victor Hugo, Jules Michelet, Pierre Loti. A Charles Baudelaire preferisce Walt Whitman. Nella sua wish list figura Omero che non farà in tempo a leggere. A interessarlo, temi quali “l’ingiustizia, la vicinanza ai poveri, l’umiltà, il duro lavoro; la celebrazione della terra e della natura; l’indagine dell’animo umano” (p. 12).

La lettura è una costante della sua famiglia, dove si legge ancora ad alta voce, che si tratti della Bibbia, della poesia, delle fiabe o dei romanzi morali. La mamma si preoccupa che Vincent, ormai adulto, legga Victor Hugo, come scrive al fratello Theo: “Ci ha inviato un libro di Victor Hugo, ma prende le parti dei criminali e non chiama il male con il suo vero nome: a cosa somiglierebbe il mondo se chiamassimo bene il male?” (luglio 1880, p. 148). È la stessa famiglia che dieci anni dopo, quando Vincent starà male, eviterà di spedirgli un troppo perturbante Spettri di Ibsen (che il drammaturgo norvegese scrisse in Italia) preferendogli Casa di bambola.

 

Col fratello Theo Vincent discute spesso di libri nella loro corrispondenza, che si estende su diciotto anni (delle 903 lettere rimasteci, 658 sono indirizzate a Theo). Citano centinaia di titoli, prova dell’appetito vorace per i libri ma anche dell’alta posta in gioco: i passaggi trascritti da Vincent non sono semplici promemoria per infervorare la sua immaginazione ma modelli di vita per una condotta morale.

La passione s’intensifica quando Van Gogh comincia a lavorare alla Goupil & Co, galleria d’arte e casa editrice che lo porterà a Londra e a Parigi (1869-1876). In questo periodo la sua conoscenza delle opere d’arte passa per i cataloghi pubblicati dalla stessa Goupil & Co ma anche per i libri, “letture delle descrizioni, fitte di dettagli, che divora nelle monografie, biografie d’artisti, o guide dei musei (per lo più non illustrate)” (p. 8).

 

 

Nel periodo di fervore religioso (1876-1879), Van Gogh si mette in testa di evangelizzare la popolazione che vive nell’indigenza nella zona mineraria del Borinage in Belgio, recandosi “al corso gratuito della grande università della miseria” (agosto 1880, p. 33). Compulsa la Bibbia ma anche un testo devozionale quale L’Imitation de Jésus-Christ di Thomas à Kempis mentre sogna di farsi “seminatore di parola” (p. 22), non trascurando altre letture, dai romanzi di Victor Hugo alla Histoire de la Révolution française di Jules Michelet.

 

In Olanda (1881-1886) raccoglie una collezione di stampe in bianco e nero segnate da un forte realismo sociale. Settimanali come il londinese “Graphic” pubblicano immagini così crude ed espressive che non illustrano un testo ma, al contrario, finiscono per influenzarlo. Van Gogh acquista ventuno volumi del “Graphic” contenenti dieci annate (1870-1880), “una specie di Bibbia per artisti” da “leggere e rileggere per entrare nello spirito giusto” (20 gennaio 1883, p. 50). Tra i degenti dell’ospizio dell’Aia trova dei volti da ritrarre e su cui sperimentare la litografia. Non trascura la letteratura contemporanea, soprattutto i francesi come il ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, affiancandolo a Dickens, letto in inglese e in francese, con un occhio sempre vigile alle illustrazioni delle diverse edizioni e alle prefazioni.

“Se un dipinto di contadini sa di lardo, di fumo, di odore di patate – bene – non è malsano […] un quadro di contadini non deve diventare profumato” (p. 78) scrive a proposito di I mangiatori di patate (1885).

A Parigi dipinge oltre duecento quadri in soli due anni (1886-1888). È l’epoca della diffusione dell’arte dell’Estremo Oriente e del trasferimento in Provenza (1888-1890) che diventa il suo Giappone; qui legge Tartarino di Tarascona, che gl’inspira alcune opere.

 

Libri dipinti

 

Guzzoni non si limita a ricostruire la biblioteca di Van Gogh, perché nella sua bruciante carriera di pittore – che copre, come noto, un solo decennio –, l’autrice riscontra non meno di venticinque raffigurazioni di libri. Il primo è Natura morta con Bibbia del 1886, dove è riconoscibile anche una copia di La Joie de vivre di Zola; in altri realizzati a Parigi è visibile la collana – come i livres de poche gialli dell’editore Gervais Charpentier –, la copertina e a volte persino il titolo. Tra gli ultimi c’è Natura morta con cipolle (1889), dipinto dopo essere stato dimesso dall’ospedale con l’orecchio reciso; sul tavolo non campeggia un romanzo ma una guida di medicina allora popolare, dove il pittore cerca rimedi alla sua insonnia. Letture più classiche leniscono tuttavia il suo animo quando è ricoverato a Saint-Rémy – “se non studio, se non cerco più, allora sono perduto” (p. 184) –, dove la voce di Shakespeare gli suona familiare nonostante la lontananza storica.

 

Dentro i suoi dipinti, oltre all’oggetto-libro, Van Gogh coglie delle figure maschili e femminili nell’atto della lettura, ispirato da un’incisione di Rembrandt. Se, negli autoritratti, di libri non c’è traccia e dobbiamo accontentarci delle stampe giapponesi, in altri dipinti rappresenta pratiche moderne di lettura – diffusa, silenziosa, solitaria – come quella del giornale in un giardino di Arles. È qui che Van Gogh sogna d’istituire l’atelier du Midi e dove invece, come noto, va incontro a una crisi di nervi e a uno scazzo cosmico con Gauguin che il comune amore per Delacroix non sarà sufficiente ad appianare.

Poco conosciuto ed esposto è infine il dipinto di una figura femminile assorta nella lettura all’interno di un cabinet de lecture (Lettrice di romanzi, 1888): “Non è una moglie che ascolta o una madre che legge a un figlio; non è in una casa borghese a leggere per passare il tempo; è una donna tout court” (p. 160) – una lettrice moderna insomma. “Il quadro racconta ciò che non si può raccontare: l’esperienza della lettura” (p. 165). Non siamo lontani dalle figure umane individuate da Michael Fried, dalla pittura francese della metà del XVII secolo alla fotografia contemporanea, in quanto modelli di concentrazione (absorption).

 

Libri conservati

 

Mi hanno sempre incuriosito le biblioteche degli artisti, in qualsiasi forma si presentino, riunite in un unico luogo fisico o disperse in varie sedi amministrate da archivi pubblici, fondazioni, eredi (a volte coinvolti in faide familiari, casi clinici di disturbo paranoide che finiscono per nuocere alla diffusione dell’opera dell’artista che vorrebbero tutelare da un ambiente famelico). In alcune biblioteche sono conservate le edizioni originali consultate e glossate dall’artista, in altre non resta che la lista a partire dalla quale si procede con fare certosino per reperire le edizioni originali. Un’operazione critica e non compilatoria, che permette di gettare un nuovo sguardo sulle opere. È il caso di Van Gogh, poco preoccupato del destino dei libri che leggeva, al punto che ce ne restano solo tre. 

 

Nessun secolo più del XIX si presta a questo approccio, grazie alla diffusione delle edizioni di massa e alla costituzione della biblioteca come fonte di conoscenza e di prestigio sociale. Penso a Edgar Degas, Paul Cézanne, Eugène Fromentin, Gustave Moreau, Eugène Delacroix, Claude Monet a Giverny (le cui letture coincidono in parte con quelle di Van Gogh: Hugo, Flaubert, Baudelaire, Zola, Goncourt, Huysmans, Redon, Maupassant, Mallarmé, Dostoevskij, Proust). Numerosi ormai i casi nel XX secolo, soprattutto nella prima metà: Marcel Duchamp, Albert Gleizes, Vasilij Kandinsky, Victor Brauner, André Breton, André Masson, Jean Dubuffet, il fondatore del lettrismo Isidore Isou, Francis Bacon, Georgia O’Keeffe fino a Martha Rosler col suo progetto di biblioteca digitale del 2006 (riprendo qui alcuni esempi citati da Ségolène Le Men in Les bibliothèques d’artistes: une ressource pour l’histoire de l’art, in “Perspective. Actualité en histoire de l’art”, 2, 2016, pp. 111-132). Senza dimenticare i cento libri preferiti di David Bowie da poco raccolti in volume (John Connell, Il Book Club di David Bowie, Blackie Edizioni, 2020.

 

 

Libri cartacei

 

I libri di Vincent – già pubblicato in inglese (Vincent’s Books: Van Gogh and the Writers Who Inspired Him, Thames & Hudson 2020) e francese – è riccamente illustrato con dipinti e disegni, libri e lettere, accanto a estratti della corrispondenza in un riuscito montaggio icono-testuale. Frutto di una ricerca rigorosa svolta in gran parte al Van Gogh Museum di Amsterdam, il tema aveva già occupato l’autrice in Van Gogh. L’infinito specchio. Il problema dell’autoritratto e della firma in Vincent (Mimesis 2014) e in due mostre alla biblioteca Sormani di Milano (2015-2017).

 

Lo stile narrativo del saggio resta fedele alla parola e all’opera dell’artista, senza sovrapporre la storia della vita di Van Gogh uomo a quella dell’opera, secondo il trito cliché dell’artista-martire: “La sua malattia non fu mai una risorsa creativa, come ha cristallizzato il mito Van Gogh; al contrario, sappiamo che le crisi gli impedivano di lavorare, leggere o scrivere, lasciandolo in uno stato di inattività” (p. 172).

In senso più ampio, I libri di Vincent rispecchia bene l’interesse recente degli storici dell’arte per le biblioteche d’artista. Un modo di entrare nella fabbrica delle loro opere se non al cuore del suo processo creativo. Le biblioteche si aggiungono agli atelier e alle case d’artista, agli scritti e alla corrispondenza che permettono di studiare la formazione, l’evoluzione interiore, il pensiero e la personalità artistici ma anche la storia del gusto, delle pratiche di lettura, dell’iconotesto, dell’illustrazione, del libro e dell’editoria.

I libri di Vincent è infatti anche un saggio sulla rappresentazione dell’atto di lettura, capitolo di un’ampia storia dei suoi supporti, dalla forma-rotolo (volumen) alla forma-libro (codex) al libro stampato all’ipertesto al libro digitale (ricordo giusto: Guglielmo Cavallo, Roger Chartier, Storia della lettura nel mondo occidentale, Laterza 1995 e Alberto Manguel, Una storia della lettura, Feltrinelli 2009).

 

Difficile sottovalutare la contingenza storica in cui viene pubblicato: è in quanto e-readers – entusiasti o, come me, recalcitranti, sebbene non mi sfugga che questa recensione esce su una piattaforma digitale – che apprendiamo della passione sfrenata di Van Gogh per i libri. E che li ammiriamo nella loro fisicità: rilegatura, copertina, frontespizio, indice, pagine interne, illustrazioni, taglio esterno e dorso, tutta un’anatomia di cellulosa che quasi si sente l’odore. Si studiano – e digitalizzano – le biblioteche degli artisti in un periodo come il nostro che riconfigura la funzione-libro. Postprint era, era della lettura su schermo o dei caratteri stampati che diventano bit, Google Book Search: da una decina d’anni gli studi su questi temi si moltiplicano (penso a Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Laterza 2010; Robert Darnton, Il futuro del libro, Adelphi 2011; Andrew Piper, Book Was There. Reading in Electronic Times, University of Chicago Press 2012). Mentre nelle scienze umane e sociali la cosiddetta archive fever trova nuova linfa nelle digital humanities e altri approcci quantitativi capaci di gestire ampie quantità di big data

 

Oggi misuriamo insomma quanto siamo lontani da quell’estate 1931 a Berlino quando Walter Benjamin trasloca e spacchetta i cartoni con la sua collezione di libri come ricorda in Tolgo la mia biblioteca dalle casse (riproposto nel 2017 da Electa). O da quella tensione creativa e morale che Van Gogh trova nelle pagine dei libri – sentire le cose in sé era per lui più importante che sentire immagini. In uno dei passi citati da Guzzoni, alla sorellina Willemien che vuole diventare scrittrice, Van Gogh, da poliglotta che legge in quattro lingue, le consiglia qualche buon libro; le suggerisce anche di imparare a ballare. Leggere e ballare, smodatamente.

 

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