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I russi in Val Seriana

In queste settimane mi capita spesso di provare un senso di vertigine e l’abisso su cui mi sento affacciato non consiste tanto nell’epidemia che sta travolgendo le nostre comunità quanto nella cronaca che ne accompagna il dilagare. E’ come se la Storia che si sta svolgendo fuori casa nostra, raccontata ogni giorno in ogni dove, abbia finito per riguardarci sempre meno. Sentirsi fuori dalla Storia in cui – noi per primi – siamo immersi: altro che vertigini.

Il 27 marzo, il sito del New York Times pubblica un lungo reportage con fotografie riportate anche dall'Espresso di domenica, sulla lezione che l’epidemia nella bergamasca può e deve rappresentare per il mondo intero. Lo sfondo nero di quelle pagine è un pugno nello stomaco: i giornalisti e i fotografi del NYT sono entrati negli ospedali, nelle case di cura e, insieme ai volontari della Croce Rossa, perfino nelle case degli ammalati. Le didascalie compaiono sulle foto in sovrimpressione: Alzano Lombardo, Pradalunga, Gazzaniga… Paesi a pochi chilometri da casa mia, dove io non posso entrare se non per “gravi e giustificati motivi”, finiti sulle pagine del principale quotidiano americano e, subito dopo, sugli smartphone e sui tablet del mondo intero. 

 

Negli stessi giorni, nella casa di riposo di Clusone, dove sono morti decine di nonni e nonne dell’Altopiano, sono arrivati i Russi: squadre di militari specializzati nella sanificazione di ambienti contaminati. Chi li ha visti dai balconi in realtà non può dire di averli visti davvero: integralmente nascosti dai dispositivi di protezione, né uno sguardo né un sorriso né un’espressione di stanchezza, nulla di umano agli occhi dei testimoni. Qualcuno li ha chiamati palombari. Sono venuti, sono entrati nei reparti, hanno fatto quello che dovevano, sono usciti e se ne sono andati. 

 

 

L’ultima volta che s’erano visti dalle nostre parti dei Russi in divisa era stata fra il 1944 e il ’45, costretti a combattere a fianco dei nazifascisti nelle operazioni antipartigiane: a migliaia disertarono, a centinaia vennero fucilati. Poi, in anni recenti, i nipoti e i pronipoti di quella generazione di prigionieri di guerra hanno cominciato a frequentare le piste da sci delle Orobie: voli charter sbarcati a Orio al Serio, transfert in pullman verso la Presolana, settimana bianca e via. Su quelle stesse piste che ancora il 7 marzo, a epidemia conclamata, erano affollate da migliaia di sciatori bergamaschi… Si vedono nelle foto, ammassati ai tornelli degli impianti di risalita: ah, quegli skipass, quanto sono costati.

Insomma, i Russi, i Russi e gli Americani. E noi.

 

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Negli ultimi giorni ho ricominciato a sentire le sirene delle ambulanze: brutto segno, le strade di collegamento fra i paesi tornano ad essere frequentate, la disciplina del mese appena trascorso si allenta. Il verbo tamponare ricorre spesso nelle conversazioni e sui social: prima significava urtare, per lo più, oppure alleviare, oggi esprime la richiesta di un territorio sfiancato, che pretende interventi di sanità pubblica che non siano solo ospedalieri. La polemica con le autorità regionali è uscita allo scoperto. I sindaci scrivono lettere, i commenti postati agli articoli dei network locali ne sono infuocati. La gente comincia a incazzarsi. Ma nello stesso tempo le donne che hanno in casa la macchina da cucire producono mascherine e camici di protezione senza sosta. E stamattina il nostro sindaco è passato a consegnarcene alcune.

 

Comincio a temere che dopo la fase dell’emergenza, se e quando ci sarà un dopo, la stagione prossima a venire possa essere caratterizzata dal rancore. Troppi lutti, troppi errori commessi, troppe domande senza risposta. Come quando la pioggia comincia a bagnare i selciati delle nostre stradine, che vedi i rivoli impossessarsi lentamente degli spazi fra i ciottoli, ecco, il tempo delle recriminazioni seguirà lo stesso percorso negli interstizi delle nostre vite. Spero di sbagliarmi, me lo auguro davvero.

Nel frattempo la cicoria è spuntata abbondante sui prati: qualcuno, incurante delle restrizioni, si avventura sui campi concimati d’inverno e poi distribuisce il raccolto. Nelle case poi, dopo ripetuti lavaggi, la si cuoce anche per i vicini che non l’hanno ricevuta. Fra qualche giorno dovrebbero cominciare a vedersi gli asparagi selvatici e fra qualche settimana, se avremo fortuna, inizieranno a spuntare sui greti dei torrenti e ai margini dei fossi le spugnole, autentica delizia primaverile delle nostre vallette più nascoste: ce le lasceranno cogliere? Saremo fortunati?

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