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Le sirene della Val Seriana

La Val Seriana è oggi, probabilmente, il territorio più colpito al mondo dal Covid 19.

Io ci vivo da quasi quarant’anni e dall’inizio di marzo ho dovuto accettare di viverci nella reclusione più totale. Ogni mattina i notiziari locali e le chat ci aggiornano su amici e conoscenti: i contagiati, i ricoverati, i morti. 

Sopravvivere in completo isolamento è possibile: i nostri sono paesi piccoli e si sono organizzati, i negozi di alimentari fanno consegne a domicilio, la raccolta differenziata non perde un colpo, i medici superstiti al contagio rispondono al telefono appena possono, i volontari passano dalle farmacie e portano le medicine a chi ne ha bisogno. Le mascherine, qui, non sono mai state in vendita e anche i medici di famiglia ne sono sprovvisti. Ma questa è una vecchia storia italiana: mai equipaggiati bene i nostri soldati in prima linea, noi.

 

Fino a pochi giorni fa sentivamo in continuazione le sirene delle ambulanze, era il nostro tappeto sonoro e noi ci stavamo sopra, anzi, ne eravamo avvolti. Ora non è più così, ma nessuno si illude. Sappiamo bene che ormai le strade sono deserte e che le ambulanze non hanno più bisogno di segnalare il proprio passaggio. 

Il paradosso è che adesso quasi mi mancano quelle sirene: ci avvertivano dell’emergenza, rappresentavano il senso di qualcosa di eccezionale che stava accadendo, ci angosciavano ma ci tenevano svegli. Da quando quel suono s’è fatto meno frequente siamo tutti costretti ad accettare il fatto che quella cosa sia diventata normale; ci tocca insomma passare dalla percezione sonora concreta all’immaginazione. Sappiamo che le ambulanze continuano a sfrecciare ma non le sentiamo. E così, temo, è anche peggio.

 

Poi ci sono le campane, che hanno smesso di invitare a funzioni religiose ormai vietate, ma suonano lo stesso più volte al giorno perché tutti sappiano che qualcuno non c’è più. Nel complesso bisogna dire che ci siamo abituati a convivere col silenzio, talmente profondo da ingenerare quasi un fastidio quando all’improvviso scoppiano le voci agitate dei bambini, che qualche vicino ha lasciato uscire nei cortili per giocare un po’. L’ultima volta che sono sceso all’edicola sotto casa, ancora girava in paese la vecchia signora che parla da sola ad alta voce: qualcuno le stava raccomandando di stare in casa, di coprirsi la bocca in qualche modo, dato che quando sproloquia sputacchia un po’ dappertutto, ma lei per ripicca si era messa a sbraitare rabbiosamente. Adesso non la sentiamo più.

Hanno chiuso i due parrucchieri e le due estetiste, non c’erano altri negozi da chiudere. A parte i bar, che hanno resistito più a lungo, e da qualche giorno mi chiedo come se la stiano passando gli habitués: ne conosco diversi che erano già al secondo bicchiere di vino quando passavo per il mio caffè mattutino. Credo che per loro sia molto dura, dovranno fare scorta a casa e chissà quante discussioni in famiglia, ma soprattutto subiranno la mancanza delle chiacchiere quotidiane con i compagni di bevute e con le bariste rassegnate ad ascoltarli, ne potrebbero uscire scompensati.

 

Valle Seriana, strade deserte.


Poi ci sono gli incorreggibili, i runner: qui in effetti un sacco di gente corre molto da parecchi anni e fa una fatica maledetta ad accettare le restrizioni. Io non faccio male a nessuno, ripetono, spaventati dal rischio dell’astinenza e succede ogni tanto di sentire a distanza, sulle strade deserte, discussioni accese.

La dimensione nucleare delle famiglie si è accentuata, finite le visite a nonni e nipoti, i contatti abituali con fratelli, cugini, zie o cognati si sono interrotti, al massimo c’è qualcuno che passa sotto le finestre per un saluto. Il problema naturalmente è più sentito dagli anziani, ma non si fa che ripetere che si tratta della loro salute, che occorre prudenza, che è meglio così per tutti. Qualche vecchio, immagino, si chiederà com’è possibile che per stare meglio si debba sopportare di stare soli come cani. A me per fortuna non tocca spiegarlo a nessuno.

 

In generale, quello che un po’ tutti si chiedono è perché proprio qui, perché così tanti contagi e tanta mortalità proprio qui. L’età media avanzata non spiega niente, essendo comune a tutta l’Italia; l’antropologia connessa all’economia però qualche risposta ce la può dare. La gente si sposta molto per lavorare e, soprattutto, non concepisce la propria vita se non attorno alle scadenze lavorative. Un sacco di piccole aziende fino a l’altro ieri erano ancora aperte e questo accomuna il nostro territorio a quello confinante bresciano: è qui, fra queste valli e fondivalle, che l’infezione ha prodotto il maggior numero di contagi e decessi. E ormai ce l’hanno spiegato in tutte le salse che il virus è una creaturina affamata che ha bisogno di riprodursi incessantemente per sopravvivere. E più la gente si muove, come da noi fanno da sempre operai e imprenditori, manovali e artigiani e studenti e pendolari di ogni sorta, più occasioni di nutrimento lui, il virus, si procura.

Non è un caso che nelle ultime settimane si è alzato il livello della polemica fra le associazioni degli industriali e le organizzazioni sindacali.

 

Scusate, vengo continuamente interrotto da messaggi urgenti, mi chiedono di segnalare la situazione del nostro piccolo ospedale di Piario: sono arrivati i medici dell’esercito ma non sono all’altezza e “proprio non sono capaci di sostituire il personale contagiato”. In alcuni reparti è rimasto ormai un solo medico esperto a gestire decine di pazienti. Mi chiedono di attivare “le mie conoscenze”, proverò a scrivere a qualcuno. Avrei voluto chiudere con alcune storie individuali di questi medici stremati. Sarà per un’altra volta.

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Bergamo, Piazza Vecchia, terza domenica di marzo 2020.

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