Il ’68 jugoslavo: l'anno tabù

Avevamo sognato tutto molto diverso con i nostri libri, dietro il muro del nostro giardino fra i mirti e gli oleandri.

Georg Büchner, Leonce e Lena

 

Tre anni dopo il ’68, il Maspok, il movimento della Primavera croata che chiede più autonomia, sei anni dopo la quarta Costituzione del dopoguerra considerata una delle cause del processo di rifeudalizzazione.

Dodici anni dopo, la morte di Tito − il paese si ferma, la folla scandisce: Noi siamo di Tito, Tito è nostro, Tito siamo noi. I volti ripresi dalle telecamere rivelano ansia e paura, il pianto è collettivo perché sono in molti a temere che, insieme a quello di Tito, si stia celebrando anche il funerale della Jugoslavia.

Diciassette anni dopo, un’ondata di scioperi, una crisi interminabile, e l’irresistibile ascesa di Slobodan Milošević, leader del «risorto nazionalismo serbo».

Ventidue anni dopo, le prime elezioni pluripartitiche del dopoguerra.

Nel giugno 1991 iniziano le guerre inter-jugoslave di fine Novecento. Appartengono ai «conflitti irrealistici», visti con gli occhi della sociologia politica hanno solo in parte «finalità calcolabili». Eppure, il farsi bellico sarà una carneficina infinita. Il presente rimesta e rivanga: vicende e traumi, mafie e criminalità politica, una «patologia sociale» alimentata dall’ideologia. E che non ama troppo la storiografia.

Un dopo, talmente carico di storia e di significati, di vite vissute e di vite ammazzate, di esistenze strozzate che continuano a nutrire ricostruzioni e narrazioni, diari e memoir, che ogni vicenda accaduta prima rischia di essere interpretata con l’emotività della jugonostalgia, di essere sovradeterminata da quanto accadrà poi, mentre un Giano Bifronte apre e chiude le porte del passato e del futuro del «caso jugoslavo».

 

Un pugno di riso e il caviale

Anche in Jugoslavia quello che unisce il cielo belgradese al resto del mondo è il Vietnam. Ma le difficili condizioni materiali degli studenti − stipati a migliaia in pensionati fatiscenti, isolati dai centri delle città, con mense dal vitto miserrimo − si intrecciano con gli ideali della protesta. Nell’anno scolastico 1967/68 sono 211000, la Jugoslavia è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica, per quota di iscritti all’università sulla popolazione complessiva. 

A Novi Beograd, nella parte periferica della città, dove la cittadella di circa 6000 giovani convive con pensionati e militari, già nel 1953 si era verificato uno sciopero selvaggio e spontaneo partito dagli studenti tormentati dalla fame. Barricati nei dormitori, colpivano la polizia con pezzi di carbone e di legna da ardere. Dopo un assedio di tre giorni, lo sciopero fu represso. Molti si sono trovati dietro le sbarre. Ma il vitto della mensa è stato migliorato.

Nella primavera del ’68 lo scoppio del movimento arriva improvviso, sorprende i padri comunisti e l’opinione pubblica socialisticamente spoliticizzata. Un comunicato di solidarietà con il popolo vietnamita in lotta era già stato inviato nei mesi precedenti e si erano sentiti slogan come «Via gli americani dalla Jugoslavia» e «Non vogliamo il grano americano», con evidente riferimento al sostegno economico ricevuto dall’Ovest. 

Il casus belli che dà il via al conflitto tra il Comitato universitario della Lega degli studenti e il Comitato della Lega degli studenti della facoltà di Filosofia è rappresentato dalla Polonia. Di fronte agli avvenimenti del marzo polacco, 161 intellettuali serbi, la redazione della rivista «Praxis», un gruppo di professori di Sarajevo e 1520 studenti della facoltà di filosofia di Belgrado esprimono la loro solidarietà con gli studenti polacchi e accusano gli organismi ufficiali di passività. Ma il dibattito tocca immediatamente le questioni interne e il 25 aprile e il 14 maggio si discute «delle disuguaglianze sociali nel socialismo» per stabilire i limiti di disparità «esagerate» mentre si sta formando una «nuova élite di ricchi». 

Da più parti le opinioni degli studenti sono definite «emotive». «Mi sono scritto solo quattro parole», scandisce lo studente Miloš Gvozdenović: «la prima è uguaglianza, la seconda è diversità, la terza è emozione, l’ultima è solidarietà». Il giorno dopo, i giornalisti presenti parleranno di «un dialogo tra emozione e scienza». Tra gli interventi che passeranno alla storia del movimento quello dello studente Bube Rakić: «[…] se non possiamo costruire un sistema che possa distribuire la nostra ricchezza sociale in modo più giusto, allora è meglio che rimaniamo al livello dell’egualitarismo. Meglio un pugno di riso per tutti che il caviale per pochi».

 

Diario della settimana calda

È uno spettacolo, La carovana dell’amicizia, spostato per motivi atmosferici al chiuso, il pretesto per l’inizio degli scontri alla periferia di Belgrado: da una parte il territorio degli studenti, dall’altra la polizia. La sala non è abbastanza capiente per poter contenere tutti quelli arrivati per lo spettacolo, ma gli slogan si fanno subito politici: Lavoro a tutti, Operai-studenti, Tito-partito. A notte fonda reparti della milicija violano l’autonomia della cittadella universitaria, danno la caccia allo studente e ne arrestano alcuni. 

Lunedì 3 giugno inizia la lunga marcia verso il centro. Il corteo sarà bloccato a un sottopassaggio dove la polizia si scatena: picchia i professori, la gente di passaggio, si accanisce soprattutto contro le ragazze chiamandole «puttane». È uno shock collettivo. La ripetizione − alla luce del giorno − di quanto altre volte era avvenuto con il favore delle tenebre suscita incredulità tra alcuni dirigenti comunisti e nell’opinione pubblica. Stralunati appaiono gli stessi studenti: non pensavano certo che lo Stato, che considerano anche loro, potesse accoglierli in questo modo. In un appello ai cittadini si attaccano i privilegi, si parla della disoccupazione, si chiede più democrazia − libertà di riunione e di manifestazione, il miglioramento delle condizioni di vita. Gli slogan, tantissimi e variegati, da Meno automobili, più scuole a Parla come vivi – firmato Lenin, sono accompagnati dai ritratti di Tito, Marx, Lenin, Che Guevara e da un distintivo con un segno rosso, gli studenti, circondato da un cerchio blu, la polizia. 

La «festa della salute, dell’allegria, del lasciarsi andare» ha il suo epicentro alla facoltà di Filosofia ribattezzata il 4 giugno Università rossa Karl Marx. È qui che si stampa un bollettino − «Noi non siamo l’opposizione, ma la negazione di tutto ciò che è menzogna» − e si sta riuniti in assemblea perenne. Il pomeriggio di martedì 4 giugno sale sul palco l’attore Stevo Žigon. Recita il discorso di Robespierre dal primo atto de La morte di Danton. Inizia con: «Aspettavamo soltanto per parlare il grido di indignazione che risuona da ogni parte» e termina con: «Nessun patto, nessuna tregua con gli uomini per i quali la repubblica fu una speculazione e la rivoluzione un mestiere!». Ogni parola del discorso di Robespierre è accompagnata da ovazioni: sarà uno dei momenti più carichi di pathos di un movimento alla ricerca di un leader. 

 

La giornata del 5 giugno è quella della solidarietà che arriva da parte dell’Associazione degli scrittori, gruppi di cittadini sostengono il movimento con le loro offerte. È la prima volta, nella società jugoslava del dopoguerra, che si ha un’attivazione di massa dei giovani insieme alla partecipazione di numerosissimi professori, molti dei quali si sentono contagiati «dall’entusiasmo e dall’audacia». 

Nella montagna di telegrammi e di lettere di sostegno da parte del mondo della cultura, di istituzioni e di singoli, spiccano i comunicati di condanna che arrivano, invece, dai collettivi di fabbrica. L’incontro mancato tra gli operai e gli studenti è uno dei punti più controversi della ricostruzione degli avvenimenti. La polizia, ma anche i dirigenti della Lega dei comunisti, vogliono impedire ai cortei di prendere la città. Costringono gli studenti ad autoisolarsi nel ghetto dell’università e mobilitano gli operai contro la «controrivoluzione», fin da subito si formano comitati di vigilanza fuori dalle fabbriche allo scopo di impedire un contatto diretto tra operai e studenti. Alcuni dei leader di allora sostengono oggi che il rapporto con i lavoratori è la questione intorno alla quale si sono avute le mistificazioni e le manipolazioni maggiori. Il primo giorno, raccontano, siamo riusciti a entrare in alcune fabbriche, già il secondo giorno il Comitato cittadino della Lega dei comunisti ha formato le ronde operaie. La rivista sindacale «Rad» (Lavoro) è l’unica a rompere il blocco dell’informazione e a pubblicare un testo più obiettivo sulle richieste del movimento. 

A metà settimana, isolati dalla repressione poliziesca e dalla disinformazione della stampa, gli studenti belgradesi decidono di rivolgersi a Tito, il cui ritratto sventolava sull’università occupata accanto a quelli di Marx, Lenin, Che Guevara. Gli scrivono per informarlo dei loro obiettivi: «Noi siamo per la totale autogestione in tutti gli strati della società […] Noi siamo contro il sempre maggior arricchimento dei singoli a scapito della classe lavoratrice. Noi siamo per la proprietà sociale e contro i tentativi di creare imprese azionarie capitalistiche. […] Il nostro è il programma delle forze più progressiste della nostra società – il programma della Lega dei comunisti della Jugoslavia e della costituzione. Noi chiediamo la sua coerente attuazione».

Tito risponderà per televisione: il suo discorso del 9 giugno, un momento carico di aspettative e di suspence, coinciderà con la fine dello sciopero studentesco. Alla «gioventù socialista» Tito si rivolge dallo schermo con toni pacati e rassicuranti, parla loro come un padre di famiglia. Dice di sapere che per il 90 per cento sono bravi ragazzi, promette inchieste per i responsabili della repressione, invita chi si sente ormai vecchio a lasciare posto ai giovani. 

Nel suo Ispljuvak pun krvi (Uno sputo pieno di sangue) − il cui sottotitolo è Diario di una sconfitta − Živojin Pavlović lo ricorda così. «Il 9 giugno Tito ha fatto una delle sue più brillanti mosse politiche: ha dato ragione agli studenti. Il risultato è stato eccellente: i ragazzi sono impazziti dall’entusiasmo, il profumo ingannevole della vittoria ha sconvolto gli intellettuali e gli studenti, e questi, completamente ipnotizzati, si sono precipitati a rispondere all’appello del presidente che li aveva invitati a interrompere lo sciopero e a continuare con gli esami». Nel ’68, a 35 anni, lo scrittore e regista Živojin Pavlović si improvvisò cronista: alla fine dell’anno scrisse di getto il diario della settimana di lotta all’Università di Belgrado, che verrà a lungo proibito «per non agitare l’opinione pubblica». Vent’anni dopo Živojin Pavlović pubblica il romanzo Lov na tigrove (Caccia alle tigri), ancora un diario. Il protagonista Aljoša Jotić, nato il 1° aprile 1950, era, nell’anno fatale, studente di etnologia all’Università di Belgrado. Distribuisce volantini, rivendica il diritto a una verità «soggettiva», attacca la «borghesia rossa». Poi, per sfuggire a un eccessivo interessamento della polizia nei suoi confronti, abbandona la città e si rifugia, sotto le anonime vesti di cameriere d’albergo, in cima a una montagna della Serbia orientale. «La mia vita – annota Aljoša – dal tempo della rivolta sta irresistibilmente degradando in durata». Il conflitto dell’ex studente, prima ancora che con l’autorità, è con il proprio padre che era stato un temibile agente dell’Udba (i servizi di sicurezza). Aljoša scappa dal padre, ma fugge soprattutto − e questo è un Leitmotiv del romanzo serbo contemporaneo − davanti alla storia. «In questi giorni – scrive dopo un incontro con un compagno d’armi del padre – la storia si è per la seconda volta scagliata contro di me, mentre io, sazio fino alla nausea, la fuggo da un intero decennio. La prima volta mi è accaduto nel ’68». 

Dopo il discorso di Tito si tiene un meeting a cui partecipano in diecimila, e gli studenti, convinti di aver vinto il «nemico», decidono di rimettersi a studiare. Martedì 11 giugno i giornali annunciano con entusiasmo «la normalizzazione della vita e del lavoro all’Università». Tito parlerà un’altra volta, a fine giugno, a un congresso del sindacato. Sarà l’occasione per un attacco agli «opposti estremismi»: da una parte i servizi di sicurezza, dall’altra i filosofi di «Praxis». L’illusione della vittoria è di brevissima durata. Già a luglio vengono sciolte le organizzazioni giovanili, iniziano le persecuzioni e gli arresti che negli anni successivi colpiranno la facoltà di Filosofia, mentre il Comitato universitario della Lega dei comunisti giudica «inaccettabili le idee sulla necessità di un legame più stretto tra l’intellighenzia e la classe operaia» e critica l’esistenza stessa di un movimento tanto quanto «la tendenza a legalizzare l’opposizione politica». I primi a essere accusati di volere un «ruolo dirigente dell’intellighenzia umanistica» saranno i filosofi riuniti intorno alla rivista «Praxis». L’attacco ai professori è anche l’episodio più noto della repressione contro quel che resta del breve Sessantotto jugoslavo. 

Sulla copertina dell’ultimo numero, uscito nel ’68, della rivista «Student» compare un grande punto nero. È il simbolo della fine del movimento e segna l’inizio delle interpretazioni e delle polemiche. Di ricostruzioni e di racconti di memorie che arrivano fino a oggi. 

 

Tra universalismi socialisti e particolarismi nazionalisti

Il movimento si diffonde nelle altre città capoluogo – Zagabria, Ljubljana, Sarajevo – e tocca anche numerosi centri minori. Solo nel caso di Ljubljana la motivazione delle proteste non è legata agli avvenimenti belgradesi, ma al fatto che, a fine maggio, si decide di coprire il deficit dei pensionati studenteschi con entrate di attività turistiche, dunque in estate i costi dell’affitto sarebbero aumentati e alcuni spazi si sarebbero dovuti liberare. Qui, però, gli studenti, le cui condizioni sono decisamente migliori, continuano a esprimere fiducia nei vertici del partito che li invitano alla calma con la minaccia di un possibile intervento dell’«esercito serbo». La base chiede meno centralizzazione e più «slovenità» – è accolta da fischi la proposta di collaborare con gli organismi degli altri studenti jugoslavi. 

A Zagabria si formano assembramenti spontanei appena arrivano le notizie dei pestaggi (come accade anche a Fiume, Spalato, Zara e Osijek) e le richieste non sono molto diverse da quelle belgradesi. I filosofi di «Praxis», Gajo Petrović e Milan Kangrga, partecipano agli incontri, si mantengono prudenti, preoccupati delle possibili manipolazioni e disinformazioni dei media ufficiali. Anche se parte dell’opinione pubblica e diverse personalità del mondo della cultura osservano con simpatia il movimento, il potere croato riesce a pacificare la situazione. Preoccupata della possibilità di posizioni critiche e richieste di democratizzazione, mentre sono già in corso contrasti e scontri con Belgrado, la Lega dei comunisti croata vuole soprattutto dimostrare di riuscire a controllare la situazione. 

Gli avvenimenti dell’Università di Belgrado agiscono da detonatore anche a Sarajevo, Niš, Kragujevac, ma il copione non si ripete, le proteste vengono facilmente isolate, intanto emergono con sempre maggiore evidenza i «particolarismi» delle sei repubbliche jugoslave. Basti pensare al ’68 ignorato di Priština, capoluogo del Kosovo: se ne riparlerà nell’81, quando la rivolta degli albanesi costringerà a ricordare la militarizzazione della provincia avvenuta dopo le manifestazioni di carattere secessionista degli studenti. Le manifestazioni del ’68 kosovaro iniziano il 28 novembre, data scelta non casualmente. In Jugoslavia il 29 novembre è la festa della Repubblica, il 28 novembre del 1912 è il giorno dell’indipendenza dell’Albania, chiamato anche Giorno della bandiera (rossa con l’aquila a due teste nera). Autorizzata fino al 1946 la bandiera verrà poi proibita, nel settembre del 1968 ridiventa legale, ma vicino all’aquila compare la stella dorata a cinque punte. Tra le parole d’ordine una richiesta di maggiore autonomia, Vogliamo la repubblica, Vogliamo la Costituzione – in quelle settimane erano in discussione gli emendamenti alla Costituzione del 1963 che riguardavano il futuro status del Kosovo –, accanto a slogan irridentisti Viva l’Albania, Viva Enver Hodža, Autodeterminazione e secessione. La repressione è immediata, i politici albanesi condannano senza troppa convinzione la protesta, la componente serba della popolazione (nel censimento del 1961 composta dal 67 per cento di albanesi e dal 27 per cento di serbi) non gradisce troppo gli accenni liberali di chi in quel momento è alla testa del partito serbo. La presenza dei carri armati nelle strade di Priština, a pochi mesi dall’invasione di Praga, conferma che la questione del «caso jugoslavo» sta diventando il nemico interno. 

 

Dunque: il movimento studentesco ha favorito una resa dei conti con le forze più dogmatiche e centralizzatrici o ha aiutato la Lega dei comunisti a rafforzare il suo ruolo? – a fine anno entrano nel partito, che dopo il 1950 continuava a invecchiare, 175000 giovani. Chiedendo più uguaglianza gli studenti si sono schierati, di fatto, a favore di una società statalista e contro la riforma economica del ’65 oppure la «nuova sinistra» ha favorito le spinte centrifughe della «destra nazionalista»? Sono questi gli interrogativi più frequenti che risentono, in parte, di un approccio ancora ideologico della ricostruzione dell’insieme del processo storico della seconda Jugoslavia. 

Un’analisi più articolata è quella di alcuni testimoni e protagonisti. Nata nel 1945, figlia di un alto funzionario dell’«epoca della rivoluzione», studiosa dell’induismo, docente di filosofia all’Università di Zagabria prima e Parigi poi, Rada Iveković è stata una delle fondatrici della sezione femminile della Società di sociologia intorno a cui, nel capoluogo croato, si è costituito il primo gruppo femminista. Nel suo Sporost-oporost (Lentamente, aspramente), dove raccoglie tanti brevi capitoli di taglio autobiografico, uno è dedicato al ’68: «E il Sessantotto? È successo più tardi, continua fino a oggi, sta soprattutto in quello che nelle nostre teste e nei comportamenti successivi attribuiamo a questo anno. È stata la prima volta in cui ho visto mio padre stupirsi ed esitare. Per la prima volta venivano messi in questione valori fino a quel momento intoccabili. […] La loro generazione si è allora chiesta: “Abbiamo combattuto per questo?”. E per la prima volta ci hanno guardato un attimo negli occhi. È stato un lampo, l’istante di un incontro di generazioni: loro che erano i legislatori, e per questo non dovevano dubitare, e noi che servivamo da pasta per la focaccia della Verità Assoluta, noi eravamo il tessuto, il materiale dello Stato, coetanei dello Stato. Si è aperta una crepa molto piccola in quel ’68 e allora non significativa. Ma non si è più potuto rattopparla. Il dubbio si è insinuato irrimediabilmente in noi. Verità e menzogna hanno assunto un altro senso. Quell’anno abbiamo smesso di essere religiosi, io e la mia generazione. Mentre la loro generazione ha cominciato a morire. L’ideologia è diventata vecchia. Monumenti vuoti tutt’intorno. L’anno ’68 arriva pian piano. È lento come la tartaruga».

 

Il filosofo Žarko Puhovski, allora uno dei redattori più giovani della rivista «Praxis», afferma: «La delegittimazione del regime – per mezzo del malcontento studentesco – è arrivata a piena espressione in un periodo in cui il regime stesso aveva iniziato (tacitamente, nel caso di molti leader politici forse in modo poco consapevole, e ciò che è più importante quasi vergognandosene), con la “riforma economica” del ’65, ad allontanarsi parzialmente dal sistema di valori che aveva propagandato per decenni. Il processo di delegittimazione è divenuto, nel ’68, esplicito. I vertici del regime hanno fiutato il pericolo per la propria posizione ancora prima che gli studenti stessi avessero compreso il potenziale della loro iniziativa – proprio per questo, anche in Jugoslavia, l’intervento poliziesco ha avuto un ruolo “pedagogico” controproducente […]. Anche se gli studenti hanno usato parole che non si differenziavano nelle linee essenziali da quelle ufficiali, in pratica gli studenti erano oratori non autorizzati – mai nella tradizione jugoslava del dopoguerra c’era stato un così massiccio apparire sulla scena di discorsi non autorizzati. […] il movimento del ’68 ha reso manifesta la crisi della modernizzazione socialista. Le conseguenze – grazie soprattutto alle questioni non risolte del passato – sono risultate in gran parte pre-moderne». 

 

Una delle opere più approfondite e documentate, che circolerà per anni come un samizdat, e sarà pubblicata integralmente solo nel 1990, è quella del sociologo belgradese Nebojša Popov Društveni sukobiizazov sociologiji. «Beogradski jun» 1968 (Scontri sociali – una sfida per la sociologia. Giugno belgradese 1968) che, insieme ad altri professori attivi durante la protesta, nel 1975 verrà sospeso dall’insegnamento (v. infra, testo 6). È sembrato uno «scontro immaginario», dice Popov, perché le due parti si sono richiamate agli stessi principî e valori, al programma della Lega dei comunisti e della Costituzione. Ma lo scontro tra «movimento e sistema» è stato reale. Parlare in termini di vittoria e di sconfitta – per un movimento che non voleva il potere – è un errore. «È realistico invece sostenere che il movimento studentesco non ha cambiato il mondo, anche se è accaduto qualcosa. Le tracce maggiori sono rimaste nella cultura […] sono state rinnovate le idee di libertà […] sono state create nuove forme di pluralismo ideale e politico (transpolitico e transnazionale) […]. Sono rimasti alcuni insegnamenti per le generazioni future e per le strategie dei nuovi movimenti sociali». Secondo il sociologo, però, il ’68 ha anche – in Jugoslavia e nel mondo – un’altra medaglia: la rivitalizzazione dell’apparato del potere politico e il prevalere di un modello di formazione autoritario che, ridimensionando i contenuti umanistici, «stimola la diffusione di una sottocultura controllata, come sostituto della controcultura giovanile, che coltiva valori privati ed edonistici, l’idea di un’adolescenza permanente, mentre cresce la disoccupazione e la mancanza di prospettive per la gioventù».

 

Un’altra figura intellettuale significativa, la sociologa belgradese Zagorka Golubović, anche lei attiva nella protesta e anche lei allontanata dall’insegnamento sette anni dopo – del suo testo L’uomo e il suo mondo, del 1973, il tribunale proibisce le 52 pagine in cui analizza proprio il ’68 –, sostiene che, più che dalla classe operaia, il movimento degli studenti è stato sconfitto dalla classe media e dalla sua ideologia consumistica. La sua ipotesi cerca di spiegare il complesso degli avvenimenti sociali, economici, culturali di una Jugoslavia in mezzo al guado tra modernità e arretratezza.

Nelle settimane successive al discorso di Tito si hanno i primi effetti della normalizzazione: è vietato usare il termine di «movimento studentesco», saranno censurate, proibite o sospese le riviste studentesche: «Delo», «Susret», «Student» a Belgrado, «Naši dani» a Sarajevo, «Razlog» e «Polet» a Zagabria. Gli studenti cercheranno un terreno più neutrale e iniziano a occuparsi della riforma universitaria, oppure scelgono la satira con La lettera aperta al mio compagno candidato-delegato pubblicata in «Student» come pesce del 1° aprile 1969. Il 3 giugno 1969, a un anno dalle manifestazioni, appare il «Documento delle 3000 parole», che si ispira al «Manifesto delle Duemila parole» degli intellettuali cecoslovacchi. Nel documento si ribadisce che gli studenti erano e sono per un «socialismo democratico», si analizzano i ritardi sociali, si chiede di poter eleggere e non solamente votare i propri rappresentanti. Si avverte, però, una fase di riflusso, tra gli studenti inizia a diffondersi un rifiuto della politica, considerata «pragmatica, inconseguente, immorale».

 

 

Vent’anni di bisbigli per un movimento  di sette giorni

La maggior parte delle fonti – materiale documentario e immagini – che avrebbe permesso di capire e ripercorrere gli avvenimenti dell’anno fatale è stata censurata e proibita a lungo, mentre le poche opere di riflessione e di commento sono state vietate dalle ordinanze dei tribunali e si trasmettono per anni con fotocopie che passano di mano in mano. La documentazione filmica è sequestrata, registi come Želimir Žilnik (autore del documentario I movimenti di giugno ’68) e Dušan Makavejev, che hanno osato riprendere gli avvenimenti, sono andati incontro a non poche difficoltà. Quasi fino al 1990 sono rimasti introvabili molti altri materiali che si riusciva a consultare attingendo alle biblioteche personali dei protagonisti. Il fatto che il ’68 sia rimasto così a lungo una delle «macchie bianche» della storia contemporanea jugoslava trova diverse possibili spiegazioni. Le opere citate cercano di fornire una lettura dei fatti e un’interpretazione. Soprattutto i «cattivi maestri» del ’68 jugoslavo, i professori di Zagabria e di Belgrado che successivamente verranno espulsi dall’università, cercano di analizzare l’insieme del processo storico. E sono figure critiche che rimangono – spesso fino a oggi! – all’opposizione. 

Così, quando la Jugoslavia senza Tito è attraversata dal 1980 in poi da un’«esplosione di verità» e temi tabù che erano sussurrati a voce bassa e a porte ben chiuse assumono in primis la forma della letteratura, il ’68 rimane uno dei tabù che resiste più a lungo. Si parlerà dello Srem, una delle battaglie finali della seconda guerra mondiale, una battaglia militarmente inutile ma dove viene falciata la gioventù belgradese, i figli di quella borghesia che i partigiani arrivati dalle montagne vogliono eliminare. E la dicotomia tra città e campagna, lo scontro tra i «guerriglieri» e gli «amministratori» attraversa la storia del paese fin dalle sue origini e si intreccia con le divisioni, tuttora attuali, tra «modernisti» e «tradizionalisti». Si parlerà di Bleiburg dove, sul confine tra Slovenia e Austria, alla fine della guerra, per ordine di Tito furono massacrati i militari collaborazionisti, ma anche i civili in fuga. Del Goli Otok, l’Isola Nuda o Calva, che si trova nel canale di Velebit, all’uscita del golfo del Quarnero, il gulag di Tito, l’inferno per quanti, accusati dopo la rottura con Stalin del 1948 di filocominformismo, furono deportati in mezzo al mare per essere rieducati. In uno di quei rovesciamenti perversi di cui la (ex) Jugoslavia ha fornito rappresentazioni tragiche fin quasi ai giorni nostri, saranno proprio i comunisti idealisti e gli intellettuali a dover essere rieducati dal popolo. 

 

Finalmente nel 2012 esce uno studio che permette di collocare la settimana di lotta degli studenti belgradesi nel contesto jugoslavo e internazionale. Jugoslavija i svijet 1968 (Jugoslavia e il mondo 1968) dello storico croato Hrvoje Klasić, docente all’Università di Sisak, è una ricerca capillare e approfondita, scritta con ritmo giornalistico, senza quel velo ideologico che a volte impedisce ancora una lettura storicamente convincente delle vicende jugoslave. A partire dalle numerose fonti ora disponibili (stenogrammi delle sedute dei diversi organismi politici, archivi locali e internazionali ecc.), Klasić entra nel dettaglio, ma lascia poco spazio alla teoria della «parentesi», non riduce la storia di quell’anno solo a un episodio di rivolta giovanile e, soprattutto, il ’68 entra nel tempo storico, diventa una data con un prima e un poi. Dalla sua disamina appare evidente il crescere dell’insofferenza tra le diverse componenti nazionali, soprattutto, ma non solo, tra serbi e croati, e quanto l’integrazione tra le diverse anime della federazione fosse contraddittoria. Da un sondaggio condotto, nel 1966, all’Università di Belgrado, emerge che il 40 per cento dei giovani intervistati non vuole avere a che fare con i croati, il 48 per cento non vorrebbe che vivessero in Serbia e il 55 per cento è contrario ai matrimoni misti. Durante le partite di calcio si ripete il copione: i tifosi croati scandiscono «Zingari, zingari», quelli serbi «Ustascia, ustascia». E sarà proprio una partita l’occasione di «eccessi nazionalistici» che annunciano le guerre degli anni novanta del Novecento. 

Dal 1961 al 1965 si compie il processo sfociato nella «riforma economica» che, teoricamente, si proponeva l’ambizioso tentativo di affidare ai produttori associati il controllo sull’intera riproduzione allargata e, in pratica, prevedeva la svalutazione del dinaro, una parziale liberalizzazione dei prezzi e l’introduzione dell’autogestione in settori nuovi come l’amministrazione statale. In un sistema a metà strada tra centralismo e decentramento la riforma produce uno sconquasso, mentre si acuiscono i contrasti tra centri e periferie. Una frenesia da investimento produce disoccupazione e inflazione – nel ’67 crolla la produzione industriale, aumenta la disoccupazione, sono 400000 i lavoratori «temporaneamente» emigrati all’estero –, e provoca l’aumento dei consumi e dei salari. Fino ad allora la legittimità dei quadri dirigenti nell’economia era stata conquistata sul campo, il curriculum era l’aver partecipato alle battaglie della Sutjeska e della Neretva. Ora si poneva l’esigenza di una specializzazione, ma il 50 per cento dei direttori aveva il diploma della scuola dell’obbligo. 

 

Negli anni sessanta «la variante jugoslava dei cento fiori» produce iniziative e dibattiti, trasformazioni e innovazioni non solo nella sfera economica. Nel Plenum del 1° luglio 1966 a Brioni si decide di promuovere anche una riforma sociale e di riorganizzare il partito. È condannata l’attività dei servizi di sicurezza, cade la testa dell’uomo simbolo della repressione, il fino allora potentissimo ministro degli Interni Aleksandar Ranković. Si parla di decentramento anche per le funzioni della Federazione: nel ’67 si iniziano a discutere gli emendamenti alla Costituzione che porteranno, dopo un lungo iter e prove di forza, alla quarta Costituzione del 1974, che rivela fin da subito quanto l’equilibrio dei poteri sia precario. I cambiamenti sociali si riflettono anche nella struttura della Lega dei comunisti. Nel ’66 la metà degli iscritti sono impiegati, il 33,9 per cento operai, il 7,4 per cento sono contadini, i giovani sono solo il 12,6 per cento. E se durante tutto il ’68 la discussione dei vertici è occupata da temi economici e politici, la Dichiarazione sulla denominazione e sulla posizione della lingua letteraria croata, del 1967, indica l’ampiezza della critica all’idea di fratellanza e unità e ben esprime le tendenze separatiste, non solo in ambito culturale, croate. La questione della lingua è specchio di identità, dunque la denominazione di serbocroato-croatoserbo è vissuta come un’intollerabile commistione. 

Anche il processo che porterà alla costruzione di un organismo di presidenza jugoslavo non rafforza ma indebolisce l’insieme della federazione. Formata per ridimensionare il potere di Tito, accresce invece il suo ruolo. Fino alla sua morte Tito rimarrà, con le sue notevoli abilità manipolatorie, il giudice super partes a cui le diverse componenti si rivolgono. L’invasione di Praga permette a Tito di agitare un pericolo simile anche per la Jugoslavia – a oggi non esiste alcuna prova documentaria di una tale eventualità. Sul piano internazionale questo rende plausibili le richieste di aiuto all’Ovest, sul piano interno produce il rafforzamento della difesa territoriale autogestita da cui, all’inizio degli anni novanta, si dispiega il primo nucleo armato delle Repubbliche secessioniste slovene e croate. 

 

Eppure, negli «allegri anni sessanta», il dibattito è davvero vivacissimo e si aprono spazi inediti per le voci di opposizione. Alla critica ufficiale alla burocrazia – leitmotiv dal ’48 in poi della critica al modello sovietico – si aggiungono riflessioni che ripartono dall’analisi de La nuova classe di Milovan Đilas. Tra le particolarità della scena culturale jugoslava, la presenza di una rivista come «Praxis» (1963-1974) e della scuola estiva di Korčula (1963-1974), che riuniscono intellettuali dell’Est e dell’Ovest. Di questo scambio si nutre la «nuova sinistra» jugoslava, influenzata dai simposi che conducono Bloch e Morin, Fromm e Habermas, Goldmann e Marcuse, da quell’«autocritica del socialismo» che portano da Varsavia-Praga-Budapest, Kołakovski, Kosík, Lukács. 

Nell’estate del ’68 – sono anche i 150 anni della nascita di Marx – il tema della scuola estiva è Marx e la rivoluzione, a Korčula arrivano studenti e professori jugoslavi e soprattutto stranieri. Sarà Marcuse a infiammare gli animi, convinto che il risveglio della coscienza rivoluzionaria appartiene ora all’intellighenzia e al movimento studentesco. Chi teme la reazione degli apparati, disposti a reprimere il risveglio a ogni costo, è il filosofo Danko Grlić, imprigionato due volte al Goli Otok. Il 21 agosto, invasione di Praga, i lavori sono interrotti, partono telegrammi di protesta. 

 

Il gruppo di intellettuali che si raccoglie intorno alla rivista «Praxis» continuerà a criticare l’idea di un’«economia di mercato socialista», ritenendo possibile solo una critica «socialista» all’economia politica borghese. Nell’articolo Fenomenologia del comportamento della classe media jugoslava – pubblicato su «Praxis» nel ’71 – il filosofo Milan Kangrga scrive che la classe media «è reciprocamente intrecciata e strettamente legata con l’apparato amministrativo, e parzialmente anche con l’élite politica». Secondo questa analisi, tutti coloro a cui la riforma ha permesso un maggior benessere hanno paura della sinistra come se fosse uno spaventapasseri. «Per questo – dice Kangrga – dal punto di vista della classe media essere di sinistra viene considerato come qualcosa di negativo, perché per ogni onesto cittadino è una vergogna essere “un sinistro”, e questa è la pura verità!». 

Lo spostamento dalla quantità alla qualità – in economia – porta a una ridefinizione dell’intera scala dei valori socialisti, a un revisionismo ideale che molto deve alla Dialettica del concreto del filosofo ceco Karel Kosík. «La rivoluzione e la libertà – scrive il filosofo belgradese Ljubomir Tadié nel ’67 – sono intimamente vicine: la rivoluzione significa chiamare la libertà alla luce del giorno; la libertà contiene l’indispensabile pathos e ornamento della rivoluzione, il tremolio della sua anima, il battito del suo cuore. Ambedue sono strettamente legate alla tendenza della gioventù, dato che ai giovani, in quanto tali, appartiene il cambiamento delle condizioni empiriche dell’esistenza come anche l’immanente aspirare al nuovo, al non ancora raggiunto». E proprio in quell’anno, scrive Tony Judt, «Si aveva l’impressione che l’Europa fosse strapiena di giovani». 

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