“Il canto delle balene” di Ferdinando Camon

Un fenomeno editoriale tipico di questi anni è la massiccia riproposizione sul mercato librario di autori italiani novecenteschi in cerca di un’ulteriore occasione di sdoganamento presso le nuove generazioni di lettori. In questo panorama, nel quale convivono recuperi sacrosanti e rilanci meno convincenti, degno di attenzione è il caso di Ferdinando Camon (Urbana, 1935), scrittore veneto che nel corso della sua lunga carriera ha sempre pubblicato con editori importanti, ricevendo numerosi riconoscimenti e attenzione da parte della critica. Nonostante gli sforzi isolati di alcuni editori, sembra che in anni recenti l’eredità di Camon non sia stata raccolta e che l’attenzione nei confronti di questo autore, che pure nel 2016 è stato insignito di un premio Campiello alla Carriera, sia diminuita. Per provare a spiegare almeno in parte questo fenomeno non ci si può esimere dal mettere sul piatto alcune questioni riguardanti l’evoluzione della cultura e della società italiana negli ultimi cinquant’anni. Per tracciare una prima costellazione di narratori e interlocutori affini alla narrativa di Camon basta scorrere l’indice del volume Il mestiere di scrittore, pubblicato nel 1973 e riproposto dalle Edizioni di Storia e Letteratura nel 2019. Questa silloge, che segue un’operazione analoga sul versante poetico (Il mestiere di poeta, Lerici 1965), raccoglie interviste di Camon stesso a Moravia, Pratolini, Bassani, Cassola, Pasolini, Volponi, Ottieri, Roversi e Calvino. 

 

La rilettura di questi botta e risposta offre – oltre ad alcuni formidabili sketches verbali degli autori intervistati – uno spaccato significativo delle preoccupazioni che portavano alcuni dei nostri maggiori narratori ad affrontare nelle loro opere tematiche scottanti dal punto di vista politico, storico e sociologico. È noto come molte di queste preoccupazioni non fossero condivise già a quell’altezza o venissero comunque declinate a partire da premesse del tutto differenti da alcuni esponenti della Neoavanguardia. Non è questa la sede per riprendere i termini dell’agone tra queste opposte visioni di letteratura, tuttavia mi sembra che il discredito in cui è caduta la figura del narratore engagé – anche se alcuni degli autori intervistati da Camon sarebbero giustamente rabbrividiti a sentirsi così etichettati – sia ormai irreversibile. Questo fenomeno è il risultato di una serie di trasformazioni che dalla fine degli anni’70 avrebbero segnato l’Italia dei decenni a venire: il progressivo spegnersi della contestazione, la crisi dell’impegno politico e il ritorno al privato, la fine dell’operaismo e l’inizio del craxismo, la caduta delle ideologie forti e l’affermarsi del pensiero debole (cfr. G. Turchetta, intr. a Critica, letteratura e società [2003], Roma, Carocci, 2017). È anche alla luce di questi fatti che si può spiegare il recente calo di popolarità di Camon: una fotografia del suo volto arcigno potrebbe infatti ben illustrare un’ideale voce enciclopedica dedicata allo scrittore impegnato. Superati da un pezzo gli ottant’anni, ancora oggi lo scrittore veneto continua a riflettere sulla contemporaneità con voce ferma, mostrando una capacità di sintesi tipica dei migliori intellettuali della sua generazione e ripudiando la facile retorica della nostalgia, qualità che oggi non possono lasciare indifferenti: una testimonianza di questo instancabile lavorio è recata dai corsivi recentemente raccolti da Guanda con il titolo Scrivere è più di vivere.

 

Uno dei pregi maggiori di questo autore è la chiarità di visione che infonde in ogni suo progetto, dal rispondere all’intervista più banale, al commentare un fatto di cronaca, fino allo scrivere un romanzo. 

A luglio di quest’anno è stato riproposto nella collana «Novecento.0» dell’editore Hacca, diretta da Giuseppe Lupo, Il canto delle balene, pubblicato per la prima volta nel 1989 da Garzanti, principale editore di Camon, in parte colpevole di un suo mancato rilancio negli ultimi anni. Questo racconto lungo incarna una stagione differente rispetto al giustamente celebrato ‘ciclo degli ultimi’, emblema della sua produzione narrativa degli anni ’70: a quest’altezza Camon è ancora l’antropologo di un mondo scomparso, per riprendere una formula che egli stesso usò per onorare la scomparsa di un suo grande conterraneo come Luigi Meneghello. Se il trittico composto da Il quinto stato (1970), La vita eterna (1972) e Un altare per la madre (Premio Strega nel ‘78) racconta con sorprendente personalità stilistica le miserie e le superstizioni di quel sottoproletariato veneto paganamente cattolico da cui Camon proviene, Il canto delle balene è un racconto pienamente anni ’80 nel suo esplorare e pungolare le nevrosi del mondo borghese. Geno Pampaloni la definì un’«operina minore, ma ben riuscita», che declina in modo scanzonato il tema della psicanalisi, al quale è dedicato il più organico La malattia chiamata uomo del 1981. 

 

Il canto delle balene è preceduto da una giustificazione che anticipa in sinossi ciò che verrà raccontato, come ad avvisare il lettore che il segreto intimo di questo libro, se esiste, non va ricercato nella sua trama. Il narratore in prima persona è un uomo borghese di mezza età, infelicemente sposato e padre di due figli. Fin dalla prima pagina è evidenziata la problematicità dei rapporti che quest’uomo intrattiene con i membri della sua famiglia, verso i quali nutre sentimenti di distacco e di estraneità. Questo fondamentale sballamento affettivo è esemplificato nell’onomastica dei personaggi del racconto, quasi sempre etichettati con soprannomi che ostacolano il pieno riconoscimento reciproco: “Tino”, il padre, si chiama in realtà Costante; “Mavina”, la madre, abbrevia la stringa anagrafica Maria Vittoria Narni; il figlio maggiore è indifferentemente chiamato “Franz” o “Frank”; la figlia minore, Monica, è soprannominata “Titti”. «Il nome dovrebbe servire a “prendere” una persona» (p. 15) lamenta il narratore e nella sua famiglia nessuno pare “prendersi” con nessuno. 

 

 

Questo precario equilibrio si spezza quando Costante è costretto dalla moglie a partecipare insieme ai figli a una seduta presso l’analista che lei frequenta ormai da anni a spese del marito, il quale prova una ritrosia istintiva quanto profetica verso la prospettiva di un suo coinvolgimento in prima persona nella terapia. «Io sono un uomo normale, un lavoratore» (p. 18), si scherma Costante, la cui circospezione si tramuta in aperto scetticismo quando viene introdotta nel racconto la figura caricaturale dell’analista (freudiano), un grasso uomo austriaco trapiantato negli Stati Uniti, che sottopone strani test ai membri della famiglia e armeggia con un’inquietante stia durante tutto il colloquio. In un’atmosfera affettata e di crescente tensione il punto di non-ritorno si ha quando Costante realizza che Mavina ha sempre condiviso con l’analista i segreti più inconfessabili della loro vita coniugale, fatto per lui inconcepibile: «Sono nervoso, poi angosciato, poi arrabbiato, quando capisco, di colpo, che mia moglie non è più mia moglie. Lo è stata, nella saggezza e nella pazzia. Non lo è più, con l’analisi» (pp. 29-30). La confusione onomastica svela ora una profonda confusione di ruoli. 

 

Costante si allontana, ora anche fisicamente, dalla sua famiglia quando si rende conto di non formare più una coppia insieme alla moglie, che immagina ormai vincolata senza rimedio, anche se solo in modo virtuale, all’analista. Per bocca del suo narratore Camon stilizza con efficacia la piccineria di certi maschi borghesi, caratterizzata da una tendenza autoassolutoria che li porta a deresponsabilizzarsi in modo sistematico e a ricercare la soluzione ai propri problemi nel culto delle occasioni, non importa se perse o venture: «In realtà, l’uomo non sceglie mai: a un certo momento si trova una moglie e una famiglia attorno e non sa da dove siano venute» (p. 44). 

L’occasione con cui Costante crede di poter restaurare l’equilibrio perduto si manifesta con chiarezza irriflessa: recarsi presso la villa di Marina, l’inseparabile amica di gioventù di sua moglie – solo una consonante infatti le distingue – e suo doppio migliorato, almeno dal punto di vista fisico. Dal citofono della sua abitazione Marina non riconosce Costante: la porta si aprirà solamente per “Tino”. Nello sguardo del narratore Marina è una donna alonata dalla nostalgia per una gioventù ormai lontana. Costante-Tino spera, ricongiungendosi a lei, sia di realizzare le promesse di felicità che il suo matrimonio non ha saputo mantenere, sia soprattutto di portare a compimento la sua “vendetta simmetrica”, bilanciando il torto che è convinto di aver subito e rompendo a sua volta l’equilibrio di un’altra coppia. Come da copione, la prima cosa che viene in mente a un uomo siffatto per sfuggire al cappio coniugale è farsi un amante. 

 

Con sapienza mimetica Camon costruisce un narratore la cui mentalità è viziata da un maschilismo che oggi definiremmo tossico: Costante ha una visione materiale e riduzionistica della figura femminile, che viene angelicata o sputtanata a seconda delle evenienze e che viene in ogni caso continuamente reificata. È urticante il modo con cui Costante racconta come da giovane si imbucasse insieme ad altri maschi alle lezioni della facoltà di Lettere, definita un «supermercato di donne» (p. 45), per osservare e opzionare la futura moglie. Questi ragionamenti arretrati servono a Camon per descrivere l’orizzonte asfittico e additare la prosopopea di una società diseguale, paludata e priva di vitalità, dove i ragazzi sono chiamati a essere solamente “uomini normali, dei lavoratori” e le ragazze delle mogli-madri in fase di addestramento, sulle quali grava lo sguardo controllante di preti e professori e la cui massima aspettativa di realizzazione personale è rappresentata dalla scelta delle piastrelle per la casa acquistata dai mariti. 

Il protagonista comprende che anche Marina è imprigionata fra i calcinacci di un matrimonio crollato: la discussione che prepara l’inevitabile adulterio riparatore, peraltro anticipato nella giustificazione iniziale, è scandita da brindisi alcolici e condita da un reciproco scambio di aneddoti il cui tono oscilla tra la rammemorazione nostalgica e la condivisione di parabole enigmatiche, come ad esempio quella che fornisce il titolo al racconto, che esemplificano il tema dell’incomunicabilità. L’inafferrabilità di queste parentesi ritorna nell’immagine in cifra del lampadario giapponese, inserita nell’ultimo capitolo. La giustificazione compilata ex-post che precede il racconto conferma ancora una volta la mancata maturazione del narratore e la sua tendenza all’autoassoluzione tramite l’argomento paradossale dell’“adulterio fedele”: «Tuttavia non mi sento, e non mi sentirò mai, un adultero: anche mentre amavo una che non era mia moglie, sentivo di restare, come vuole la mia natura, “fedele”. Ci sono tradimenti coniugali che sono l’estrema prova di fedeltà» (pp. 9-10). 

 

Il canto delle balene è un racconto dalle simmetrie perfette – ricercate con disperazione anche quando impossibili – ma che lascia spazio a episodi in cui l’allusività sfocia nell’enigma: forse è questa la “giustezza” di misure e intendimenti che secondo Leonardo Sciascia affratellava il libro a un conte philosophique. Proprio la misura è una delle qualità più evidenti in generale nello stile di Camon, corroborata in questo libello dall’uso massiccio del dialogato. Probabilmente Il canto delle balene non è il titolo giusto per avvicinare per la prima volta questo autore, in quanto non rende totalmente giustizia all’ampiezza del suo arsenale stilistico e alla sua capacità di montaggio, meglio utilizzate altrove, sebbene questo racconto sfuggente eluda il rischio di didascalismo che corrono altre sue opere, pur riuscite, come Storia di Sirio. Parabola per la nuova generazione (1984). Il canto delle balene resta poco più di un’incursione, non così originale per quanto condotta con piglio sicuro ed esattezza chirurgica, nei vastissimi territori della rappresentazione della borghesia. È anche vero che per riscoprire una penna da qualche parte bisogna iniziare e non sempre lo si può fare nelle condizioni ideali: pur di scoprire la voce chiara e la rigorosa postura etica di Ferdinando Camon basta cominciare. Da quale titolo non importa poi granché. 

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