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Il perfetto fascista

Ci sono vite che oltrepassano la fantasia del più scatenato dei narratori: è il caso di quella di Attilio Teruzzi (1882-1951), Il perfetto fascista (Einaudi) che dà il titolo alla bellissima biografia che gli dedica Victoria de Grazia, la storica americana che è tra le più illustri studiose del fenomeno fascista. Il sottotitolo, “una storia d’amore, potere e moralità nell’Italia di Mussolini”, fa intuire che l’intreccio tra pubblico e privato è la chiave per comprendere l’ascesa e il declino di un uomo di modeste origini sociali, che arrivò a essere ministro nel Ventennio, a sposare una miliardaria americana di origine ebraica, per poi diventare padre di una bambina avuta da un’altra donna ebrea al tempo delle leggi razziali. 

La de Grazia è una storica che ha il fiuto e l’esperienza per setacciare archivi, leggere nella giusta luce carteggi privati, non disdegnando di affidarsi a fonti orali dove manca ogni altra documentazione. Riesce così a disegnare con esattezza e ricchezza di particolari – quante storie sono contenute in questo libro – la traiettoria di un uomo qualunque che emerge dall’anonimato e naviga nella corrente della storia fino a diventare una figura che è facile trovare nei cinegiornali dell’Istituto Luce a fianco di Mussolini e dei principali gerarchi, con l’inconfondibile barba nera, l’aspetto marziale e perennemente in divisa (una chiave per penetrarne la personalità). Un personaggio di quel carnevale macabro che fu, fin dall’inizio, il fascismo, in possesso di una “bella faccia fascista”, per citare Galeazzo Ciano. Una stella di seconda grandezza, se paragonata a Italo Balbo e Roberto Farinacci, ma con una biografia ancora più utile, per certi versi, per comprendere cosa sia stato il fascismo, la sua vita morale, e perché quell’eredità è proseguita fino ai nostri giorni. 

 

Il libro è diviso in quattro parti: Ardire, Ghermire, Sconfinare, Precipitare, titoli che richiamano quell’impasto di dannunzianesimo e melodramma tra Verdi e Puccini che fu il sostrato del patriottismo dell’Italia Liberty, una nazione che doveva inventare i propri riti, diventare moderna e creare un’idea di sé al di là della mitologia risorgimentale.

Chi è stato dunque Attilio Teruzzi? Milanese di Porta Genova, con genitori di origine brianzola che si trasferiscono in città sperando che così i figli possano accedere alla piccola borghesia. Una sorella diventa maestra, Teruzzi, studente mediocre, si arruola nell’esercito che è l’unico canale a disposizione per compiere una scalata sociale. Diviene militare nel 1898, poco dopo la sconfitta di Adua (1896), onta dell’Italietta con ambizioni coloniali, e ne sale le gerarchie fino a essere nominato furiere, sottufficiale con compiti amministrativi. Frequenta poi l’Accademia di Modena per diventare ufficiale. In questa veste partecipa alla guerra di Libia (1911-12) e poi a quella del ‘15-‘18. Assieme a Raffaele Mattioli è aiutante di campo del generale Vaccari. Assiste ai massacri della guerra di trincea, ma nel 1917 è trasferito a Derna in Libia dove fa vita di guarnigione fino al 1920, quando viene congedato.

 

Torna a Milano in pieno “biennio rosso”; gli ex ufficiali invocano la “vittoria mutilata” ma sono spesso umiliati come rappresentanti di un ordine sociale che ora si vorrebbe mutare. Per prudenza rinunciano a indossare la divisa e trascorrono il tempo passeggiando per la Galleria Vittorio Emanuele, con lunghe soste nei suoi caffè (il Savini, il Grand’Italia). Ernst Hemingway da poco più di un anno è tornato a casa, ma dagli Stati Uniti arriva a Milano, accompagnata dalla madre, Liliane Weinman, una ragazza robusta, prosperosa, figlia di emigrati dalla Galizia austroungarica e diventati in breve tempo milionari, e che ora intende farsi largo nel mondo della lirica. La Scala di Toscanini è il posto giusto per farlo ed è proprio in Galleria che avviene il fatale incontro tra Liliane e Teruzzi. Da parte del giovane ufficiale in congedo è amore a prima vista ma Liliane è una giovane ambiziosa che non vuole rinunciare così in fretta ai suoi progetti. Alla fine dell’anno, è il 1920, Teruzzi si iscrive al Partito Nazionale Fascista, in un momento in cui Mussolini mette in atto una “controrivoluzione” con l’appoggio, via via sempre più deciso, di agrari e industriali. L’ex ufficiale porta la disciplina dell’esercito nelle squadracce fasciste.

 

L’assalto a Palazzo Marino, con la neutralità delle forze dell’ordine, siamo nell’agosto 1922, è un antipasto della Marcia su Roma (28 ottobre 1922). Teruzzi, sempre più apprezzato da Mussolini, è addetto alla logistica. Mentre il fascismo da movimento antiborghese va istituzionalizzandosi, il duce ha bisogno di uomini d’ordine per indirizzare le spinte eversive di gerarchi come Farinacci e Balbo. Teruzzi è fedele, è un bravo organizzatore, non fa ombra a nessuno, è truce più nelle parole che nei fatti, ed è quindi adatto a fare carriera. È nominato deputato nel 1924, sottosegretario agli Interni l’anno successivo, quando il fascismo diviene regime. Nel frattempo anche Liliane, sotto la guida del maestro Tullo Serafin, si fa strada nel mondo della lirica. Anche se non smette di frequentare altre donne – l’espressione giusta per definirlo, anche se volgare, è “puttaniere” – Attilio incontra di nuovo Liliane alla Scala, in occasione della prima (1924) del Nerone di Arrigo Boito. Ora è un uomo di potere e la cosa non manca di impressionare la giovane americana (sempre accompagnata dalla madre) che ha dalla sua un patrimonio che fa gola a molti e la disinvoltura di chi è cresciuta in un paese nuovo in un momento di grandi trasformazioni. Teruzzi, insieme al fascismo, sopravvive al delitto Matteotti di cui è un fiancheggiatore e riesce a vincere le ultime resistenze di Liliane che, per sposarlo, rinuncia alla carriera.

 

Il matrimonio avviene a Roma nel 1926 ed è un affare di Stato: diversi ministri sono testimoni per lui, il maestro Serafin lo è per Liliane. È una sorta di inizio ufficiale dell’era fascista a cui segue un viaggio di nozze da royal couple.

L’homo novus Teruzzi guadagna punti con Mussolini, che lo stima ma ne vede anche i limiti (la mentalità del furiere), cionostante lo nomina (1926) governatore della Cirenaica. Si trasferisce quindi con Liliane a Bengasi, seconda città della Libia, ma che, grave handicap commerciale, non ha un porto e all’orizzonte tribù beduine ribelli. Per Teruzzi è la prima vera occasione di comando: trasforma il volto della città, facendo coesistere l’urbanistica europea con la città araba e, a differenza del Ministro delle colonie Luigi Federzoni e del suo braccio armato Rodolfo Graziani, pratica forme di convivenza con le popolazioni locali.

 

 

La precedente esperienza africana, la mentalità militare, rendono Teruzzi un buon amministratore, mentre Liliane crea attorno a sé una piccola corte. Alla fine del 1928 Teruzzi torna in Italia richiamato da Mussolini col compito di riorganizzare e inquadrare come corpo ausiliario la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale: deve cioè riportare in un alveo istituzionale le ‘squadracce’ dei primi anni del fascismo. È una mossa intelligente da parte di Mussolini: Teruzzi sembra l’uomo giusto al posto giusto, anche se abbandona l’Africa a malincuore, avendo preso sul serio l’opera di civilizzazione che l’Italia avrebbe potuto compiere in quella colonia.

 

Poche settimane dopo la firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) tra l’Italia e il Vaticano che chiudono la “questione romana” e riportano la Chiesa al centro della nostra vita sociale, Liliane, in quel momento a New York, riceve una lettera dal marito: “L’amante del signor Ferulli non può essere la moglie di Attilio Teruzzi”. Una missiva anonima lo aveva informato della tresca prima del matrimonio tra Liliane e il suo agente lirico. Non era quindi arrivata illibata all’altare: un fatto inaccettabile per la morale del tempo. Liliane ritorna precipitosamente in Italia ma Teruzzi non la vorrà mai più incontrare. Il nostro codice civile non prevedeva il divorzio ma era possibile una separazione, richiesta da Teruzzi che avrebbe voluto che la moglie tornasse negli Stati Uniti per “troncare e sopire” una situazione per lui imbarazzante, specie nell’atmosfera postconcordataria. Liliane vuole soprattutto giustizia e riscattare il proprio onore che sente ingiustamente calpestato dalla ragion di Stato più che dai propri comportamenti. Nella causa di separazione si affida all’esperienza di Vittorio Scialoja, avvocato transitato dall’epoca liberale al fascismo e che ha buoni rapporti con tutti.

 

La causa prosegue a lungo senza vincitori ma in qualche modo grava sulla carriera di Teruzzi che nel frattempo ha messo su casa a Roma e affittato una villa a Castiglioncello. Ora appartiene all’élite del fascismo: sempre vestito impeccabilmente, è presente nelle principali occasioni mondane del regime. È solo un tribunale ecclesiastico a poter sancire il divorzio tra i due. Ad esso Teruzzi si affida e chiede all’amico Farinacci di difenderlo. Più astuta Liliane sceglie come avvocato l’esperto Filippo Meda, già tra i fondatori del Partito popolare, ora esiliato dalla vita politica ma con ottimi agganci con la curia milanese (il cardinale Schuster, vescovo di Milano, non gradisce le interferenze di quella romana). Il processo, infatti, si svolge presso il locale tribunale ecclesiastico e la sua valenza politica è sottotraccia, così come la questione della reciproca indipendenza di poteri tra Stato e Chiesa. Inoltre Farinacci, attraverso Giovanni Preziosi, introduce elementi antisemiti nel procedimento.

 

Il verdetto, tuttavia, è favorevole a Liliane, mentre Teruzzi è in quel momento impegnato nel comando delle Milizie che danno buona prova di sé nella guerra d’Etiopia. Segue l’esperienza nella guerra di Spagna che dura poco ma, prima di tornare in Africa, Teruzzi conosce nel demi-monde romano Yvette Blanc. Non si conosce molto di lei: nata nel 1909 ad Alessandria d’Egitto da una famiglia ebrea di origine rumena, cresce a Torino, per poi sbarcare a Roma in cerca di fortuna nel mondo del cinema. Frequenta Anna Magnani e le aspiranti dive del cinema “dei telefoni bianchi” ed è così che Teruzzi, che da poco ha perso la madre e vorrebbe finalmente metter su famiglia, si imbatte in lei. Dopo non molto Yvette resta incinta e nel 1938 nasce Maria Celeste, soprannominata Mariceli, che deve prendere il cognome della madre, essendo Teruzzi ancora legalmente sposato. Nel mese di settembre sono annunciate le leggi razziali e per Teruzzi diviene sempre più urgente dare il proprio cognome alla figlia. Impugna la sentenza del tribunale ecclesiastico e si affida alla Sacra Rota che ha il potere di annullare i matrimoni religiosi. Nel frattempo Liliane lascia l’Italia e torna a New York. La carriera di Teruzzi raggiunge il suo apice quando nel 1939 è nominato ministro dell’Africa Orientale Italiana. Sempre attento agli aspetti di propaganda, organizza delle ‘marce’ per i territori da lui amministrati che sono ampiamente reclamizzate dai media dell’epoca, mentre su ‘Domus’ è pubblicata la villa di Castiglioncello, dove sono organizzate feste degne del Grande Gatsby.

 

Come è noto l’Italia entra nella Seconda Guerra mondiale, dopo molte esitazioni, nel giugno 1940. Non è solo questione di impreparazione militare ma di un senso di inferiorità che affligge molti, Mussolini compreso, rispetto all’alleato tedesco. Teruzzi, che ragiona da un punto di vista coloniale, è favorevole alla guerra, ritenendo che i nazisti possano aiutare a occupare i dominions inglesi confinanti. Non andò così: gli Italiani perdono rapidamente Etiopia ed Eritrea dove Hailé Selassié riprende il trono con l’aiuto degli Inglesi, mentre il fronte nordafricano si protrae fino alla battaglia di El Alamein (ottobre-novembre 1942). Pur non avendo perso le colonie Teruzzi rimane ministro di un Impero che non c’è più fino al 25 luglio 1943, secondo la classica prassi nazionale per cui basta dare un nome alle cose per proclamarne l’esistenza. Anche sul fronte domestico le cose non vanno benissimo: riesce finalmente ad avere la tutela della figlia quando questa compie 3 anni, nel frattempo fa internare Yvette a Lipari che qui rimane confinata fino alla caduta del fascismo.

 

Teruzzi, pur non avendo mai davvero esercitato un grande potere negli anni del Regime, ne è diventato uno dei simboli più vistosi. Non riesce quindi a sottrarsi all’arresto dopo il 25 luglio quando è imprigionato a Regina Coeli. Yvette, liberata, lo va a trovare. Teruzzi esce dal carcere dopo l’8 settembre e raggiunge la zona di Salò con Yvette e la figlia, da dove non si muove, se non per una rapida visita a Roma, dove recupera parte dei suoi beni che sono stati dissequestrati e che considera un legittimo bottino di guerra. Non ha incarichi nel periodo della Repubblica Sociale, ma, a differenza di altri gerarchi, non architetta piani di fuga in vista della dissoluzione del Regime. Sa di essere una figura troppo in vista e lega così il suo destino a Mussolini. L’istinto del soldato lo sottrae a piazzale Loreto anche se un cadavere viene scambiato per lui. In realtà non segue la colonna di Mussolini in fuga verso la Svizzera, ma preferisce scappare con un camion, ma è bloccato all’altezza di Saronno da una formazione partigiana che, dopo aver pensato di fucilarlo sul posto, lo fa tradurre a San Vittore.

 

In questa circostanza, come in altre precedenti, Teruzzi è aiutato da un certo sangue freddo e da una sicumera che non perde anche nei momenti più avversi. Deve quindi affrontare, nell’estate 1945, uno dei primi processi intentati contro i gerarchi L’ambiente è surriscaldato e, in prima istanza, è condannato a 31 anni di carcere. Pur essendoci dei reali capi di imputazione che accumulò negli oltre vent’anni di adesione al fascismo, accanirsi sulle sue colpe, reali e provate, vuol dire, come scrive l’autrice, “perdere di vista il sistema che lo spalleggiava”. Gli Italiani avrebbero dovuto processare se stessi, cosa che hanno sempre evitato di fare, e, come prevedibile, il vento cambiò rapidamente. Teruzzi venne condannato, certo, e passò gli ultimi anni di vita nel carcere di Procida. Yvette prese in gestione una pensione sull’isola, allora ben lontana da ogni sfruttamento turistico, andandolo a trovare regolarmente. Una fotografia scattata in carcere lo mostra che indossa una sorte di veste da camera, ultimo travestimento di una maschera italiana che la storia ci rimette sotto gli occhi generazione dopo generazione (leggendo il libro vengono continuamente in mente paragoni con i nostri leader politici contemporanei). Teruzzi riuscì a non morire in carcere: beneficiando di una serie di amnistie uscì dal penitenziario il 29 marzo 1950, ma la morte lo colse a Procida poco più di tre settimane dopo. 

La sua è la storia di un italiano per certi versi come molti ed è stata bravissima la de Grazia a togliere la polvere da questo personaggio, così mediocre e perciò così caratteristico, e aggiungere un tassello alla nostra tormentata autobiografia nazionale.

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