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La città profonda

Alessandro il Grande a 24 anni traccia con la farina i limiti di quella che sarà Alessandria d’Egitto. Usare la farina per tracciare il limite fra spazio degli uomini e il resto del mondo, fra la Civiltà e il Selvatico, è una metafora perfetta per definire il passaggio dalle prime forme di città a quelle che conosciamo ora. Proviamo a guardare la città dal punto di vista del tempo profondo, partendo dall’inizio della nostra storia di homo sapiens, almeno trecentomila anni fa. In questa prospettiva diventa chiaro che la prima forma di città è il gruppo. Prima di essere uno spazio, la città è formata da un gruppo di umani che si riconoscono in un insieme. Noi Sapiens e prima di noi quelli che ci hanno preceduto, siamo animali sociali, il nucleo generatore delle città si trova nei gruppi che si muovevano nelle foreste, nelle savane dell’Africa e poi nelle infinite migrazioni che ci hanno portato verso altre terre, potremmo immaginarle come vere città mobili che decidevano di sostare e riprendere il cammino. Per migliaia di anni le città hanno avuto questa forma e così ci sono state consegnate quando siamo arrivati, insieme alla cultura che ci permetteva di costruire strumenti e conoscere l’ambiente intorno a noi. Siamo una specie curiosa e mentre gli antenati si limitavano a spostarsi nel sia pur immenso continente africano, noi Sapiens abbiamo portato le nostre città mobili fuori da quelle terre, nel resto del mondo. 

 

Ancora prima di diventare umani, due milioni di anni fa, abbiamo imparato a usare quello che sarebbe stato il nostro miglior sistema di decisione spaziale, in grado di difendere e nutrire meglio il gruppo: il fuoco. Da quando controllo il fuoco controllo lo spazio, posso decidere quale luogo usare per fermarmi, prima è il luogo a scegliere, deve avere già le caratteristiche che sono utili al gruppo, dopo sono io che scelgo, il fuoco crea il confine oltre il quale gli altri carnivori non passano, è uno strumento di difesa molto efficace con proprietà diverse dagli altri sistemi che ho già imparato a usare: sassi scheggiati, lance, bastoni. E intorno al fuoco il gruppo racconta e danza. Alla mattina le danze hanno lasciato un cerchio intorno al fuoco, hanno tracciato un segno nello spazio e nella mia memoria. È il primo segno fisico che marca il limite fra il nostro spazio protetto e il resto del mondo. La danza segna la terra e fa nascere il disegno che diverrà solco, confine, mura. Sono comparse tre fra più importanti caratteristiche di quella che, più di due milioni di anni più tardi chiameremo città: il fuoco come centro, il gruppo, il confine. 

 

La forma di città che conosciamo ha a che fare con lo spazio e le prime città che hanno a che fare con lo spazio si creano quando gruppi diversi in movimento si incontrano in un luogo. Nascono all’incrocio di vie di transito, oggi le chiameremmo città carovaniere. “Sono luoghi di scambi commerciali e di confronto culturale, religioso, rituale e altro. Comunità mutevoli secondo i bisogni, le stagioni, le rotte, gli interessi, comunità più o meno temporanee, più o meno stabili, mutevoli come respiri nel numero e nella densità degli abitanti. È stato il cibo il primitivo collante di queste città-comunità, se è vero che i nostri geni si sono evoluti nel continuo confronto con l’ambiente come cacciatori raccoglitori. Il cibo è sempre stato il fine, la promessa e il premio di ogni spostamento e migrazione collettiva. Lì, nudi e individualmente inermi di fronte alla complessità della natura, trovavamo solo nel corpo collettivo delle comunità l’efficacia di ogni nutrimento e di ogni sua ricerca.” (Maurizio Sentieri)

 

Poi è cambiato qualcosa. Nella prospettiva della storia profonda è solo nell’ultimo periodo, iniziato circa 12.000 anni fa, che abbiamo deciso o siamo stati costretti a fermarci in un solo piccolo spazio, quello che ci serviva a coltivare le piante che mangiavamo. Da una vita in costante movimento siamo passati a una vita sedentaria, la stessa che stiamo vivendo ora, totalmente immersi nella cultura nata da quel passaggio. Il cibo è stato uno dei motori principali del cambiamento, prima lo cercavamo spostandoci per inseguire gli animali o per cercare piante utili, da quando ci nutriamo coltivando piante, abbiamo adottato il loro stesso modo di essere: passare la vita fermi in uno stesso luogo. Per conservare il cibo abbiamo costruito le nostre prime costruzioni fisse, i granai, e sul quel modello, che aveva la conservazione come generatore, abbiamo inventato la casa come la conosciamo. Sul modello del campo recintato sono nate le città murate, spazi confinati dedicati agli umani ritagliati sulla terra. L’architettura è nata dall’agricoltura, la città fissa nasce dalle esigenze della coltivazione. Le piante hanno messo radici alle città degli uomini.

 

 

Il gesto generatore della nuova cultura sedentaria è la delimitazione della terra, l’invenzione del confine. Muri, confini, separazione, chiusura. Delimitare un pezzo di terra e proclamare: Questa terra è mia. La proprietà, l’accumulo. Oggi, come allora, è ancora sui muri che ci si scontra. È possibile che sia cambiato tutto a partire da quel gesto? Da quando qualcuno ha recintato il campo che aveva seminato? Dal gesto di appropriazione della terra, dalla delimitazione del campo fino a Cortez, alle colonie, alla globalizzazione, è solo una questione di scala. Non è neanche l’uomo bianco che prevarica sull’indigeno. È la cultura nata dall’agricoltura che vuole nuove terre da sfruttare. In Africa i Bantu, agricoltori, fecero esattamente lo stesso con le tribù che li circondavano fino a farle scomparire pressoché totalmente. È un gesto che ha cambiato totalmente la nostra percezione dello spazio, da allora c’è un dentro e un fuori, dentro il confine sono al sicuro, fuori c’è lo sconosciuto. Tracciare un confine nella terra è un gesto di separazione, è l’espressione fisica dell’idea della separazione dell’uomo dalla natura, cosa mai successa prima di allora e che ha conseguenze enormi. L’alternanza tra interno ed esterno, l’esistenza di confini e di uno spazio al di fuori dei confini, la contrapposizione tra il territorio abitato, considerato sacro e reale e lo spazio circostante sconosciuto e indeterminato, è una caratteristica comune a tutte le società nate dalla cultura sedentaria, il nuovo mondo addomesticato si genera da questa frattura e il muro è il suo simbolo e continua a esserlo anche oggi. 

 

Innumerevoli sono le forme che hanno preso le città nel mondo, anche se siamo abituati a prestare troppa attenzione alla nostra tradizione eurocentrica come fosse l’unica. In questa tradizione, altrettanto innumerevoli sono stati i cambiamenti e i tentativi di regolarizzarle, dalla tradizione romana a quella utopica rinascimentale fino allo sviluppo che le ha viste debordare dai loro limiti ed espandersi senza controllo nelle metropoli contemporanee. La sostanziale continuità mantenuta nel tempo sia dalla casa che dalla città si dissolve di fronte alle necessità dell’industria che radicalizza le trasformazioni nate con l’agricoltura. La progettazione e trasformazione della città del Novecento, la stessa urbanistica moderna, è concepita come un servizio alle esigenze dell’industria. Secondo il Benevolo, uno dei maggiori storici dell’architettura, l’urbanistica moderna non nasce negli studi degli architetti, ma in quelli dei medici e degli igienisti. Igiene, salute, risparmio energetico, sono le stesse motivazioni che ritroviamo oggi nell’ideologia sostenibile promossa dal sistema industriale. I devastanti risultati di quella trasformazione sono sotto gli occhi di tutti. Ora, se seguiremo lo stesso metodo avremo i medesimi risultati. Attenzione ai tecnici che agiscono in nome di un’idea di salute standardizzata, attenzione a chi vuole salvare il mondo in nome della sostenibilità industrializzata. 

 

C’è un filo diretto che parte dalla costruzione delle fognature e dei nuovi servizi pubblici nell’Ottocento e arriva non solo alla necessità di estendere gradualmente il controllo alla totalità dello spazio, ma al vertiginoso aumento di scala dell’inquinamento prodotto da noi umani. Lo strumento principe dell’urbanistica moderna, la griglia, nasce dalla scelta fatta a favore dello smaltimento dei rifiuti per via fognaria. Il modo tradizionale di riuso, in cui ogni rifiuto tornava in circolo sotto altre forme, viene cancellato e sostituito dall’idea di qualcosa di cui ci si deve liberare, da nascondere e affidare al servizio collettivo. È la stessa ideologia che ci spinge a cambiare un prodotto al posto di ripararlo, in adesione totale e spesso inconsapevole alle esigenze dell’industria. L’identificazione dell’igiene con l’uso della fognatura è il presupposto per la giustificazione della prima delle innumerevoli reti di servizi e griglie che si andranno a sovrapporre nel tempo alle città.

 

Per modernizzarsi, per stare al passo con le necessità “inevitabili” del progresso industriale, l’idea di città si trasforma fino a coincidere con quella di una griglia organizzata per il traffico di merci, servizi, informazioni. Ognuno sarà connesso alle reti pubbliche, il suo potere e la sua libertà si misureranno dal numero e dalla qualità delle connessioni che possiede. Il sogno contemporaneo dell’uomo costantemente connesso è solo il risultato del processo generato dalle necessità dell’industria di metà Ottocento. Smartphone, connessione in rete, e tutti gli strumenti che usiamo quotidianamente, lo stesso concetto di smart city, sono solo il meschino risultato della trasformazione da uomini in consumatori messo a punto nell’Ottocento dall’industria, a sua volta conseguenza diretta della trasformazione agricola del Neolitico. Tutti concetti vetusti e obsoleti. Ma qual è l’anima della città al tempo dell’Antropocene?

 

Tempo fa mi capitava di percorrere in auto l’Europa e ogni volta che di notte, da lontano, iniziavano a scorgersi i bagliori di una città e la strada mi portava di fianco al suo brulichio di vita che inesorabilmente si spegneva fino a dissolversi alle mie spalle, venivo pervaso da un fortissimo sentimento che non sono mai riuscito a definire per anni, fino a quando capii che la sensazione che provavo aveva a che fare con la nostalgia, con il senso di perdita per qualcosa che non c’è più, era un ricordo futuro. La città come la conosciamo sta finendo, sta cambiando sotto i colpi inesorabili dell’Antropocene. Nel 2003 il filosofo australiano Gleen Albrecht ha coniato il termine solastalgia (solacium-conforto e algia-dolore) per definire la nostalgia di casa che si prova quando si è ancora a casa. In Finlandia la parola Kaukokaipuu (kauko-lontano e kaipuu-brama) indica la nostalgia di un posto in cui non si è mai stati. In Germania Fernweh (fern-lontano e weh-nostalgia) indica la nostalgia dell’altrove, della lontananza, contiene il desiderio di lasciare le abitudini, l’irrequietezza del viaggiatore, il desiderio di movimento che pervade gli spiriti nomadi. 

 

Sta succedendo qualcosa di simile con le città di oggi? La prospettiva del tempo profondo sposta l’attenzione dalle costruzioni alle persone. La città è prima di tutto un insieme, un gruppo sociale, una serie di organismi che ne formano un altro più grande e complesso con caratteristiche variabili nel tempo, in sostanza un insieme dinamico di esseri viventi e delle loro storie. Da questo punto di vista sono città anche i branchi di bisonti che si muovono nelle praterie, come sono città i boschi e le foreste. Le piante e in particolare gli alberi sono collegati fra loro da una rete di funghi che permette loro di scambiarsi informazioni, è un sistema di comunicazione a distanza che viene paragonato alla rete internet, con la differenza che loro la usano da milioni di anni e noi solo da una ventina. Come si organizza la città degli alberi? È gerarchica come le nostre? Ci sono parti nascoste e segrete? Su quali principi si fonda?

 

Ci sono ricercatori che lavorano sull’intelligenza e sensibilità delle piante che ci restituiscono sistemi e azioni che possono servire da modello per le nostre città, e le parole più frequentate sono socialità, mutuo appoggio, cooperazione, come se questi sistemi non avessero necessità di una organizzazione gerarchica come spesso è la nostra, società senza leader che funzionano perfettamente, un’anarchia realizzata. I Kichwa dell’Amazzonia (di cui abbiamo parlato qui) usa il termine Ilaktas per indicare l’insieme della foresta dove “vivono” montagne, alberi, paludi oltre a tutti gli animali, umani compresi. Ilaktas vive e pensa. Non sono concetti romantici, ma entrano di fatto nella vita delle persone, tanto che sono stati motivo di una causa legale da parte di quel popolo nei confronti dell’Ecuador, dove si è arrivati a stabilire che Ilaktas aveva gli stessi diritti che si riconoscono agli umani. Ilaktas è forse una delle direzioni che potrebbe prendere il nuovo immaginario della città. 

 

 

E nella ricerca di nuovi immaginari, è inevitabile lasciarsi alle spalle il chiacchiericcio delle discipline operative che purtroppo continua a camminare in gallerie di specchi e rivolgersi alla narrativa e alla poesia. Nel settembre 2021 è uscito per la Nuova Editrice Berti Città di un altro mondo di Patrick Chamoiseau. Stiamo ancora assaporando la splendida traduzione del suo Texaco a cura di Sergio Atzeni, che a lui deve molto per il suo Passavamo sulla terra leggeri, e questo strano testo ci immerge in una scrittura sapienziale, dove il suo essere poeta si espande e lascia gocciare verità profonde camuffate da visioni. È un testo che riassume la storia delle città da ancor prima che nascessero, in quei gruppi di cui abbiamo parlato all’inizio di questo racconto, e lo fa in una forma talmente leggera e appassionata da far dimenticare che di storia e cronaca si tratta.

 

Alla poesia pura è dedicato Città/Ciutades, che contiene testi di Alberto Masala, Raùl Zurita e spartiti musicali visivi di Marco Colonna. Con il libro di Chamoiseau condivide la scelta editoriale di accompagnare l’italiano alla lingua originale. Un cenno merita l’operazione di questo piccolo editore, Modo Infoshop, per affiancare l’attività di libreria che ospita quel genere di libri indispensabili e introvabili altrove, con un amore per l’oggetto libro che lo porta a confezionarli a mano, sono tutti tagliati, cuciti e incollati uno a uno, con dedizione e cura dei dettagli, in piccole e preziose tirature. In Città/Ciutades, uscito nel dicembre 2021, la città evapora in racconti di emozioni rivelando la sua essenza di relazione fra persone, animali, terre, oggetti. 

 

Altri toni e altre narrazioni troviamo in L’anima delle città, di Jan Brokken, uscito per Iperborea nel novembre 2021. Dodici città, dodici personaggi. Brokken va alla ricerca di Mahler ad Amsterdam, di Morandi a Bologna, di Beuys a Dusseldorf, alcuni li incontra, altri, inevitabilmente, li immagina, appoggiandosi a oggetti, case, strade, atmosfere. Ne risultano ritratti di città in filigrana, visti attraverso i suoi occhi che guardano quei protagonisti muoversi e agire nella memoria di azioni che sono diventate patrimonio della nostra cultura, rivelandone dettagli e segreti inaspettati. Quelle di questi testi sono visioni che confermano che le suggestioni tecnologiche e digitali tanto in voga di questi tempi sono già obsolete, di fatto risultano come gli ultimi nostalgici bagliori dell’Ottocento, è ora di lasciarcele alle spalle. Oggi, quali sono le direzioni, le opportunità, i nuovi immaginari delle città? 

 

 

Letture utili

Benevolo L., 1976, La casa dell'uomo, Laterza, Bari. 

Biemann U., Tavares P., 2020, Forest law-Foresta giuridica, Nottetempo, Milano.

Castiello U. 2019, La mente delle piante, Il Mulino, Bologna.

Cavalli Sforza L.; Pievani T., 2011, Homo sapiens, Codice, Torino. 

Corrado M., 2018, L’invenzione della casa, storia di una trappola, Primiceri, Padova. 

Cregan-Reid V., 2020, Il corpo dell’Antropocene, Codice, Torino.

Eliade M., 1967. Il sacro e il profano, Boringhieri, Torino. 

La Cecla F., 1988, Perdersi. L’uomo senza ambiente, Laterza, Roma-Bari.

Meschiari M., 2018, Disabitare, Meltemi, Milano. 

Piccaluga G., 1974, Terminus, i segni di confine nella religione romana, Ed. dell’Ateneo, Roma.

Rudofsky B., 1979, Le meraviglie dell'architettura spontanea, Laterza, Bari. 

Rykwert J., 1981, L’idea di città, Einaudi, Torino.

Roux S., 1982, La casa nella storia, Editori riuniti, Roma.

Sandal M., 2029, La malinconia del mammut, Il Saggiatore, Milano.

Smail D. L. 2017, Storia profonda. Il cervello umano e l’origine della storia, Bollati Boringhieri, Torino.

Standage T., 2010, Una storia commestibile dell’umanità, Codice, Torino.

Vercelloni V., 1992, Ecologia degli insediamenti umani, Jaca Book, Milano.

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