La felicità degli altri

Se, come scrive Paul Celan, “dice il vero, chi parla di ombre”, potremmo definire l'ultimo lavoro di Carmen Pellegrino – La felicità degli altri, edito da La nave di Teseo – un libro sulla verità, o meglio, sulla costruzione della verità.

Un libro raffinato, che tiene insieme la delicatezza di un dire sensibile e la capacità di conferire nuove forme e nuova vita a concetti apparentemente immobili. L'autrice stessa definisce la storia che racconta un'anastilosi, una ricostruzione dell'antico attraverso la ricomposizione dei suoi frammenti; è la possibilità di un divenire nuovo del vecchio, che dismette i panni dell'immobilità monolitica della Verità con la lettera maiuscola, alla volta di una riscrittura del già saputo che, passando attraverso le ombre, si trasforma in un sapere inedito.

 

Cloe è la protagonista del libro. Ma Cloe è anche Clotilde, Anais, Esoluna, nomi di passaggio, indossati come panni da abitare finché non diventano stretti, ma anche nomi che permettono una transizione, una ricostruzione che comincia dalle rovine – quelle rovine presenti anche nei libri precedenti di Pellegrino, tanto da averle conferito l'appellativo di abbandonologa.

Come in Cade la Terra – Giunti, 2015 –, anche qui si incontrano villaggi abbandonati e quasi si mastica la polvere che ricopre i cocci come tracce di un passato antico, in bilico tra memoria e oblio.

 

La storia di Cloe si presenta subito come una condanna: una bambina sola, senza più nemmeno Emanuel, l'amato fratellino perduto in circostanze inizialmente poco chiare, abbandonata dalla madre nel bel mezzo di una stazione deserta. Un'abscissione – così viene definita in termini botanici, richiamati dall'autrice – una recisione dalla pianta-madre, da colei che da quel momento in poi Cloe menzionerà come “Xx”, donna ormai senza nome e di certo lontana da quel suo Beatrice, eco di musa dantesca che poco si addice alla crudeltà dell'abbandono.

 

 

Tutto ruota intorno a quel trauma centrale, che si cristallizza nella mente di Cloe con tutto il suo portato immutabile e mortificante.

“Ma era andata davvero così?”, si chiede la ragazza a un certo punto, mentre le ombre iniziano ad affacciarsi, a infiltrarsi nella Storia. Quella verità così certa, così sentenziosa, così nitida e senza crepe, era davvero quello che le era accaduto? O forse esisteva un altro lato della storia, che sfuggiva a quel racconto compatto che da sempre Cloe si era ripetuta, che da sempre l'aveva definita e inchiodata al suo trauma?

 

Nella psicoanalisi junghiana l'Ombra è una figura archetipica fondamentale, che “personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta, instancabilmente lo perseguita”. È qualcosa di ignoto, di estraneo, di interno-esterno, che preme sul soggetto senza mai esserne riconosciuto come sua parte.

La storia di Cloe che Pellegrino racconta è tutta un viaggio dentro queste ombre, che attraversano le resistenze dell'autonarrazione, del restare intrappolata in un racconto senza faglie.

 

Ad aiutare la ragazza in questo cammino ci sono delle figure di una bellezza commovente; delicati e umani, troppo umani, questi personaggi vivono delle vite ai margini, lontani dal rumore e da un troppo di parola che chiude, che soffoca, che allontana e cancella le ombre.

 

Il Generale e Madame sono due figure che paiono uscite da una fiaba; hanno aperto lassù, sulla collina, una Casa dei timidi – il cui nome, già da solo, basta a evocare la delicatezza del luogo – in cui accogliere gli allunati come Cloe, i bambini senza nulla, senza casa, amore, diritti, ma che secondo il Generale prima o poi daranno vita a una grande rivoluzione. Lui una sorta di gigante buono, seduto sulla sua poltrona a raccontare fantastiche storie di allunaggio e lei, Madame, ad accompagnarle al pianoforte.

 

E poi il professor T., docente niente meno che di Estetica dell'ombra, figura che più di tutte accompagna Cloe, passeggiando tra le calli veneziane, nel difficile percorso della sua riscrittura.

Personaggio quasi mitologico, evanescente e al contempo concretissimo, che, come una sorta di Virgilio lagunare avvolto nel mistero, mostra alla ragazza gli interstizi nascosti della storia.

La potenza – non il potere – dell'ombra, senza la quale non si vedrebbe la luce: “se io ora dico nuit, un guizzo fonetico viene a far luce più che se dico jour”. “Se impareremo a non avere timore del buio, diceva, non ci faremo ingannare dalle false lanterne”.

 

Davanti alle ombre cade quel confine netto e deciso tra il vero e il falso e allora bisogna fermarsi, sostare un po' titubanti senza avere la fretta di stabilire con esattezza chirurgica cosa situare al di qua e cosa al di là del vero. Senza dover prendere una posizione, perché forse, la vita non è necessariamente una guerra con vincitori e vinti.

 

“Devo a lui se ho smesso di sparare ai fantasmi”, dice Cloe verso la fine del romanzo e verso l'inizio della propria riscrittura di sé. Perché forse i fantasmi aleggiano come cappe di morte laddove vengono cacciati, visti come estranei sopraggiunti con invisibili fucili imbracciati a distruggere una vita, a segnarla per sempre. Ma questo per sempre, sembra dirci Cloe, può essere riletto e dunque riscritto, può assumere forme differenti, può essere continuamente riplasmato, perdendo così la sua durezza, la sua corazza traumatica.

 

Come scrive Pellegrino nelle note finali: “questo libro è scritto in sottrazione, con il minimo di segni necessari a dire ciò che è meglio detto nell'ellissi, nell'intervallo in cui non c'è niente, nella negazione stessa […] il professor T. ne era convinto: la vita è anche in ciò che non si mostra o è in controluce, brilla nella sua purezza nel sì come nel no”.

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