La meccanica delle passioni: una caduta

È uscito di recente, per Einaudi, La meccanica delle passioni, nuovo libro di Alain Ehrenberg, sociologo, direttore emerito di ricerca al Cermes3 di Parigi, autore del testo La fatica di essere se stessi, una tra le più interessanti opere sulla diffusione sociale della depressione come categoria diagnostica.

Questo nuovo libro è un lungo e complicato saggio in cui l’autore sviluppa un ragionamento storico sull’approccio alla salute mentale. Le origini vengono individuate in due – in qualche modo opposte – tradizioni del pensiero moderno. Ehrenberg regredisce fino all’Illuminismo: da una parte la tradizione francese, individuata nel pensiero di Jean-Jacques Rousseau, dall’altra quella anglosassone, o meglio scozzese, individuata nel pensiero di David Hume.

 

Da quel che ho compreso, secondo l’autore, il contemporaneo trend “cognitivista” o “neuropsicologico” deriva dall’egemonia culturale del “pensiero anglosassone” che pone nell’individuo un “potenziale nascosto”. L’individuo, con questo potenziale, sarebbe in grado di rendersi capace di evolvere, creando una sorta di “naturale” armonia cooperativa con gli altri. L’elenco delle condizioni cliniche che hanno contribuito al dominio del cognitivismo neuropsicologico è lungo e controverso, per esempio le nuove correnti di pensiero sull’autismo, soprattutto i contributi di persone autistiche, le tecniche di neuro-immagine che hanno individuato aree cerebrali alla base di alcuni deficit, come la prosopoagnosia – l’impossibilità di osservare i limiti di movimento del proprio corpo – l’amnesia o l’afasia, ecc. Tutto questo e altro sembra, in un colpo, contribuire all’affermazione di un trend “liberale” di salute pubblica. Da ciò scaturiscono tecniche terapeutiche, neuropsicologiche, riabilitative e diagnostiche che corroborano, per dir così, la moderna “teoria della mente”. 

Invero la “teoria della mente” descrive la mente come un contenitore composto da moduli che producono rappresentazioni: se un modulo della mente non funziona, quel tipo di rappresentazione risulta distorta. In particolare, secondo questa teoria, ci sarebbe un modulo essenziale che risponde alla questione delle relazioni umane: il modulo che rende possibile all’individuo “rappresentarsi la rappresentazione mentale dell’altro”, si tratterebbe della radice dell’empatia, alla quale, secondo alcuni, corrispondono determinate aree del cervello.

Al contrario, ma ciò appare meno chiaro nel testo, la tradizione francese, partendo dall’idea rousseauiana del contratto sociale, porrebbe in luce il primato della società sugli individui e, se non intendo male, farebbe da premessa per una società che regola gli individui a partire da un patto; un orizzonte morale e giuridico. Benché Rousseau, ma questo Ehrenberg non lo scrive, manifesti una certa nostalgia per il “buon selvaggio”.

 

 

Negli stessi mesi, due studiosi, Francisco Ortega e Fernando Vidal, hanno pubblicato un altro libro, che non è stato tradotto in italiano, dal titolo Being Brains. Ho trovato questo libro più interessante e utile in relazione al mio osservatorio clinico. La tesi di Being Brains è chiara fin dal titolo: le moderne neuroscienze riduzioniste – non tutte le neuroscienze dunque, ma quelle che sembrano avere la meglio nel panorama “scientifico” contemporaneo – stanno cercando di creare un nuovo orizzonte morale. La sede delle responsabilità viene spostata dalla persona al cervello. In altri termini, Ortega e Vidal sottolineano un preoccupante passaggio da un orizzonte morale fondato su ciò che in inglese vene definito nei termini di personhood, a un orizzonte tecnologico in cui la sede decisionale viene definita nei termini di brainhood. La disposizione morale, in questa ipotesi, non apparterrebbe più alla persona, ma al cervello.

Il discorso di Ehrenberg si muove in altra direzione. Sia perché, come ho riassunto sopra, descrive una sorta di “conflitto di civiltà” iniziato nel secolo XVIII, sia perché nella sua descrizione di questo “processo di lunga durata” mette insieme approcci e autori che, a mio avviso, hanno posizioni differenti l’una dall’altra. 

Ho letto anch’io qualcosa delle opere di Hume, il quale, come molti filosofi, ha scritto molto ed è stato interpretato in modo diverso dagli studiosi che lo hanno analizzato. In questo senso, l’interpretazione di Ehrenberg su Hume non mi sembra rendere conto in modo corretto del suo pensiero. Secondo l’autore, Hume sarebbe un pensatore proto-liberista perché applica il metodo sperimentale ai fatti morali. In altri termini, la sfida di Hume alla metafisica religiosa viene interpretata come una specie di proto neuro-etica, saltando tutti gli innumerevoli passaggi intermedi che hanno condotto il suo pensiero verso una molteplicità di direzioni. 

 

A me non consta che Hume sia un precursore della moderna “teoria della mente”, semmai il lascito di Hume può essere attribuito a opere come le Ricerche filosofiche, e le Lezioni sulla filosofia della matematica di Wittgenstein, da un lato, o, in direzione diversa, nell’opera di Gilles Deleuze Empirismo e soggettività. Wittgenstein sottolinea l’importanza della scepsi, la messa in questione del meccanismo di causa-effetto, definito come frutto di abitudine, dunque alla base di un’inferenza logica erronea. Quando Hume dice che la natura è essenzialmente regolarità, non intende affatto naturalizzare le abitudini, al contrario, intende de-naturalizzare un’idea che confonde i nostri habitus con la “natura”. Questa è, a mio avviso, l’essenza della scepsi, lo scetticismo, di Hume.

Deleuze, in altra direzione, sottolinea la filosofia di Hume come filosofia delle “affezioni della mente”, che fa di Hume uno “Spinoza empirista”. Quale empirismo? Un empirismo del soggetto che attraversa l’esperienza, niente affatto l’empirismo oggettivante delle moderne scienze evidence based; semmai il contrario. Mi domando se Ehrenberg non abbia confuso David Hume con Adam Smith, contro il quale, a torto o a ragione, lanciava i suoi strali Karl Marx quando criticava la teoria della mano invisibile, ossia l’idea che il libero mercato contiene una sorta di meccanismo autoregolatore che produce una sorta di armonia economico-sociale. 

 

A pagina 71, Ehrenberg afferma: “La modalità anglo-scozzese [sic], riconducibile a David Hume, Adam Smith e ad alcuni altri filosofi e pubblicisti, per lo più scozzesi, parte dal dato individuale, si riferisce a una logica delle parti e concepisce i concetti morali come se fossero meccanismi”. Con questa affermazione si può contenere una sorta di “mano invisibile” cognitivista: tutto e il suo contrario.

Secondo punto da discutere: Ehrenberg mette insieme, in un unico movimento senza contraddizioni, Oliver Sacks e Antonio Damasio, Francisco Varela e Michael Gazzaniga. Tutti, nessuno escluso, sembrano concorrere a formare un movimento assoluto, indifferenziato, che spinge l’epoca contemporanea a creare un modello di salute pubblica basato sulla premessa che la manipolazione della meccanica del cervello è la promessa per creare una società giusta, in cui si riducano i conflitti, le violenze e le sopraffazioni. 

Che in questi trent’anni abbia preso piede un pensiero riduzionista nell’ambito delle neuroscienze, non c’è dubbio. Che da parte di molti seguaci di questo riduzionismo Oliver Sacks sia considerato un buon romanziere e Francisco Varela del tutto ignorato, è però altrettanto vero. La tendenza riduzionista neuro-cognitiva è dominante, siamo d’accordo. 

Tuttavia io penso che sia destinata allo scacco. Siamo sul punto di accorgerci che questo grande movimento riduzionista e scientista è fallito. Da quando dominano le tecniche di neuro-immagine – che sono una sacrosanta invenzione! – applicate ai comportamenti, le nuove sostanze psicotrope sempre più individualizzate, le tecniche di intervento cognitivo-comportamentale volte a cambiare le mappe cerebrali dei soggetti sono ritornati, nel mondo, gli antagonismi radicali, i sovranismi, i neofascismi e i nazionalismi estremi. 

Non è che queste tecniche non funzionino, spesso funzionano in modo eccellente, vengono per esempio adottate dai creatori di sale da gioco per rendere dipendenti dalle macchine i loro frequentatori. Ma non hanno impatto sul miglioramento delle relazioni tra le persone, persino nelle istituzioni di salute pubblica. Dove queste tecniche sono dominanti, spesso l’accoglienza dei pazienti è scomparsa e i diritti dei malati ignorati “in nome della scienza”.

Il problema è che, nonostante gli sforzi di pensare in termini di neuro-etica, l’etica è altrove. Questo è ciò che, a mio avviso, insegnano autori come Oliver Sacks, o il suo maestro Alexandr Lurija – fondatore della neuro-psicologia – che per avere coniugato in una scienza romantica gli studi neurologici con la vita e l’esistenza reale dei suoi pazienti, fu espulso, nel 1953, dall’Istituto di Neurochirurgia di Mosca dai seguaci di Pavlov.

 

In una presentazione del suo libro presso la librarie mollat Ehrenberg parla di due mitologie: quella di un monismo materialista e quella del bio-potere foucaultiano, entrambe al servizio del liberalismo, la dicotomia sembra, per lui, essere presente negli opposti tra l’idea delle scienza come strumento per l’emancipazione, tipica del liberalismo, e la scienza come strumento del controllo sociale, tipica degli studiosi che si rifanno a Foucault. Ormai, nel suo paese, sono in tanti a sputare sulla tomba del più grande pensatore del secolo breve.

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