La neo-plebe

La perdita del luogo di appartenenza e la mondializzazione come apertura sono esperienze vissute da tutti nella vita di ogni giorno, ma anche temi delle scienze sociali contemporanee. Gli spazi e i diritti si dis-locano, cioè perdono la natura locale e diventano sfuggenti (di nessuno) e insieme universali (di tutti). Il tema incrocia la fase enigmatica in cui è entrata la globalizzazione: un capitalismo universale entro un quadro di sovranità sempre più divise, i grandi flussi che assumono un andamento esplosivo nei Sud del mondo, e il senso di un’azione locale che punti a fornire identità nell’era che si è aperta.

Il discorso è organizzato intorno a due nuclei: quello dell’appartenenza e quello dell’apertura.

 

§ 1. L’appartenenza a un luogo ha in sé l’idea di parte: appartarsi ma nel contempo far parte di qualcosa, essere nel luogo proprio, che ci appartiene. Ma luogo ha già per gli antichi un oscuro significato. Aristotele, nella Fisica (212a 5-15) osserva: Sembra poi che sia una questione grave e difficile comprendere il concetto di luogo, non solo perché esso presenta l’apparenza della materia e della forma, ma anche perché lo spostamento della cosa trasportata ha luogo nell’interno dello stesso contenente, che resta in riposo; appare infatti che il luogo possa essere un intervallo intermedio diverso dalle grandezze che si muovono.” Questo significa che nel luogo vi è movimento, cose e persone vi si spostano: è un aspetto evidente nella città contemporanea. Come si appartiene a una grande città, New York, o Mumbai o Shenzhen, abitate da popolazioni in continuo spostamento, nomadi? Il XXI secolo consiste in enormi spostamenti urbani a scala planetaria con città che si annunciano smisurate. Questa dismisura è affrontabile e come? Il pensiero regionalista ha risposto con il decentramento e la tecnica urbanistica, ma le città sono organismi in cui e attorno a cui si formano continuamente nuove classi di esclusi.

Vi è un secondo aspetto visto da Aristotele, quello dell’aria. “Vi contribuisce in qualche modo anche l’aria, che sembra essere incorporea; appare infatti che il luogo sia costituito non soltanto dai limiti del vaso, ma anche dall’intermedio fra questi limiti, come se fosse un vuoto. D’altronde, come il vaso è un luogo trasportabile, cosí anche il luogo è un vaso immobile; perciò quando ciò che è all’interno si muove e muta di posto in un contenente a sua volta in movimento, ad esempio una nave in un fiume, si serve di questo contenente come di un vaso, piuttosto che come di un luogo; il luogo, invece, vuol essere immobile; perciò il fiume tutto intero è piuttosto un luogo, poiché tutto intero è immobile”.

 

Il tema dell’aria è oggi cruciale: è l’informazione immateriale, la rete e i data center, le immagini satellitari che arrivano in ogni luogo e modificano la nostra identità locale, la diffusione dell’Internet delle cose (smart city, smart building, smart industry) con impatti sull’ ambiente, sull’intelligenza umana e sulla sicurezza dei dati crescenti e illimitati. Questo sistema riproduce nuove forme di diseguaglianza.

Il limite immobile del luogo era in origine fissato da confini sacri. La proprietà terriera ha questa origine: la casa e il luogo sono protetti da confini che nessuno può rimuovere. Tutto il pensiero classico si interroga in fondo su come rafforzare e definire un concetto, quello di luogo, che è intrinsecamente debole e forse indifendibile. Anche noi stiamo vivendo la stessa contraddizione: difendiamo luoghi che non identificano altro che la natura transitoria, il passaggio di persone e di cose, di informazioni e di merci, di migranti e di rifugiati. 

 

Eppure vi è una seduzione del luogo e un genius loci che ci incantano e ci parlano: ma sono idee elaborate dai moderni. Come da ultimo la coscienza dei luoghi proposta da studiosi dei territori identitari. Comunità come i distretti industriali sono modi di personificare i luoghi e immaginare una comune radice. Ma già Platone a proposito della polis definiva una ‘nobile menzogna’ l’idea che gli abitanti avessero una comune origine. La nostra civiltà si basa da sempre sulla mescolanza.

 

§ 2. L’idea di apertura al globale, allo spazio, alla condivisione, all'evento (venire fuori, avvenire), è la novità. Perchè riflettere su queste parole? 

Le parole hanno origine locale. Anticamente la scrittura sillabica è locale, ogni città ha la propria. Ogni sigillo appartiene a una persona, e identifica gli oggetti che ad essa appartengono nei futuri scambi. Anche le numerose divinità sono il segno di quest’origine locale, multiversa. 

Poi l’alfabeto fissa la prima lettera di una parola, come A (il semitico alpu, che significa toro) e B (betu, che significa casa). Infine il fenicio Cadmo portò l’alfabeto ai Greci, e nacquero alpha, beta, e le altre lettere del nostro alfabeto.

Le parole che stiamo perdendo riguardano proprio l’appartenenza: definiscono l’ambito della sfera privata, civile e politica.

 

 

Locale fa riferimento al concetto di terra-madre, autoctonia (nati dalla stessa terra), khora (terra, luogo). La ‘nobile menzogna’ serve a rivendicare la comune origine di un popolo su una terra che è la città-stato, fratellanza di nati sulla stessa terra (S. Elden, The Birth of Territory, Chicago UP 2013). Ma la città è anche accogliente, fornisce cibo e risorse a sé e alle terre circostanti. La città è quindi anche luogo aperto ai vicini. La polis è xenofoba e aristocratica, come sostiene Elden? È piuttosto la città che educa il popolo, la plebe (plethos) mediante le assemblee e le cariche pubbliche. Lo straniero (xenos) non è nemico: nemico e ospite, hostis/hospes, hanno la stessa origine linguistica. Ospitalità è un concetto sacro. È paradossale che oggi locale sia assimilato a xenofobo, a espulsioni. Come si educa il popolo oggi, dipende molto ancora dalla città: luogo di educazione ambientale, civile, politica. Occorre rispondere alla provocazione teorica che vede nel popolo della teoria democratica prendere la supremazia una frazione maggioritaria, vista come plebe e per giunta secessionista, di cui parla Nicolàs Gòmez Dàvila in brevi testi degli anni ’70-’80 (N.Gomez Davila, De iure, a cura di L. Garofalo, La Nave di Teseo 2019). Ma non abbiamo una risposta a come si educa la neo-plebe, sia locale che planetaria. 

Il popolo stava in: quartieri, fabbriche, partiti. Tra le parole che stiamo perdendo vi è quella di quartiere, di reparto, di partito. Di ciascuna vi è da compiere un recupero: certo le nostre identità si formavano su quelle basi, oggi non più. 

 

La perdita del luogo inizia quando le parole che usiamo comunemente non vogliono più identificare né uno spazio di appartenenza né un gioco di parti, ma pretendono di rendere lo spazio-tempo universale, indifferente, sempre uguale. Il mondo contemporaneo a partire dalla modernità ha fatto uso di queste parole in un linguaggio universale che ora le tecnologie digitali hanno propagato e universalmente diffuso. Oggi lo spazio cosmopolitico esprime una crisi della statualità non in grado di dare risposte alla crisi sociale e ambientale; come altre volte in passato è un fenomeno di élites, ma produce anche un contraccolpo negli strati e nei luoghi più ai margini della società. Dalla dialettica tra queste forze emergerà un passaggio in avanti, un compromesso sociale?

Oggi vediamo una curva della distribuzione globale di redditi nel mondo (B. Milanovic, Global Inequality, Harvard UP 2016) che fa emergere una classe media globale dei paesi emergenti (A) e un’ élite dei paesi avanzati (C), mentre la classe medio-bassa dei paesi avanzati (B) perde terreno. È qui la neo-plebe. Nessun compromesso sociale e ambientale è in vista. Infatti il gruppo A, appena uscito dalla povertà, è interessato a consumare (reddito, risorse); il gruppo B, gli strati medio-bassi in declino, è interessato a difendere le proprie posizioni declinanti; il gruppo C, i ricchi globali, è interessato ad accrescere ulteriormente la propria posizione dominante. Un gioco a somma zero. 

 

Le parole che abbiamo guadagnato, esprimono invece il cosmopolitismo: l’apertura, la messa in comune, l’assemblaggio e la distribuzione di ogni bene, l’informazione a favore di ciascuno. Ciò avviene in uno spazio indifferente e isomorfo, né pubblico né privato. Sono parole come glocal, città o luoghi di produzione nella neo-urbanizzazione dell’epoca digitale. Oppure open space, che nell’ufficio e nel consumo abolisce la separazione spaziale e rende facile la comunicazione. Nello spazio urbano significa porosità, creazione di nuove forme di interazione, mobilità ed espressione corporea, il che richiede di riprogettare i trasporti, le infrastrutture culturali, le arti performative. Ci si può riferire alle tesi (di Keith Hampton e Barry Wellman) che annunciano un cambio di paradigma: dalle little boxes alla network society, e spiegano come l’elezione di Trump sia il frutto del voto di chi non è connesso online né mobile, in particolare bianchi senza diploma di zone operaie e rurali.

Hub è un altro concetto acquisito di recente, che designa un modello di centro forte che connette molte località. Oggi le città sono hub ben oltre i confini spaziali della metropoli, ma innovation hub o logistic hub riproducono la diseguaglianza sociale e ambientale che vogliamo ridurre (di qui i gilet gialli). Occorrerebbe rispondere con la dissoluzione delle città (Bruno Taut): cooperative di lavoro, produzione decentralizzata in unità disperse nella regione, economia circolare e agricoltura multifunzionale in serre, abitazioni ecologiche ed energia idrica, eolica e solare.

 

Pool è un concetto recente per indicare l’informazione e la conoscenza assemblate nella logistica del car pooling e car sharing mentre l’intera mobilità urbana va ripensata, e il rinnovo urbano può ricreare la natura come le green city ed eco city di Germania e Danimarca. Nelle città cinesi invece l’inquinamento dell’aria è da 6 a 20 volte superiore ai valori soglia fissati dalla World Health Organization. I fenomeni di ingiustizia ambientale tra paesi sviluppati e in via di sviluppo e all’interno di essi, tra neo-plebe ed élite, rappresentano un altro fronte critico della globalizzazione. 

Infine la parola sempre più usata in società, event, indica come la nostra visione del futuro sia passata dall’avventura all’evento. L’avventura è spazialmente aperta come il viaggio di Ulisse, come un’isola, e la nostra stessa vita è un’avventura (Simmel). Al contrario, l’evento è solo una data nel calendario, indifferente e fungibile. Può essere ovunque. Avviene in un luogo artificlale, destinato a essere smantellato una volta che l’evento sia concluso. In origine era un accidente che interveniva, oggi è il regno della virtualità. Attraverso eventi che avvengono dovunque e in nessun luogo, la virtualità diviene il nostro spazio senza più diritti di proprietà né diritti pubblici. Capace di costruire la realtà in una società della sfiducia (Scheler) pienamente artificializzata. Ma la Natura, cancellata da homo faber, continua a rappresentare una modalità alternativa di rappresentazione del mondo. 

 

Oggi la globalizzazione è entrata in una fase enigmatica, un’inattesa opposizione da parte del Pianeta stesso si sta manifestando (Latour): potrebbe essere il segno di una nuova alleanza tra Natura e Città diversa da quella della modernità che oggi giunge alla fine. Neo-plebe e classi creative cosmopolite, insieme. Dovrebbe questa alleanza rovesciare i modelli urbani della modernità proposti da élites irresponsabili, che distruggono risorse naturali e risorse umane. Essa dovrebbe riunire nuovamente i due significati di globo e ordine, che oggi si sono separati. E tessere la trama di una nuova ecologia cosmopolitica.

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