La vita sottoterra (II)

MILIEU SOUTERRAIN SUPERFICIEL – Io sto creando tutto ciò, questa che è sul punto di diventare una lotta tra me e fantasmi e proiezioni di me, in una sovrapposizione di piani percettivi, mentre leggo sullo schermo illuminato la descrizione che del Catopide trovo su Wikipedia, e contemporaneamente ascolto le parole del mio mentore il quale intanto mi volta le spalle e s’affanna cercando qualcosa nella sua libreria. Afferma, lievemente ansimando, che la principale ripartizione delle tipologie di ambiente – e se trova il libro, accidenti, che è proprio divulgativo e farebbe al caso nostro, me lo presta volentieri – si è usi farla tra epigeo (ossia superficiale), ipogeo (delle profondità più recondite) ed endogeo (o genericamente “sotterraneo”, una via di mezzo tra i due) e … può anche sembrar strano ma sotto terra abitano più specie di quelle che vivono in superficie.

 

Prudenzialmente circoscrivendo però il campo, precisa che ciò vale almeno per alcune famiglie; e che in definitiva noi quotidianamente vediamo qua e là su un fiore o un tronco gli epigei, alla luce del sole, ma che sotto, nei primi strati del terreno, abitano gli eserciti degli endogei, come una moltitudine di orchi, molto più piccoli e numerosi. E poi aggiunge trionfante, volgendosi verso di me col tomo che stava ricercando finalmente stretto tra le mani, che è agli studi di René Gabriel Jeannel (1879-1965), gigante dell’entomologia e della biospeleologia, esploratore di più di mille grotte, direttore del Muséum national d'Histoire naturelle dal 1945 al 1951 (il suo lavoro più importante fu sulla fauna degli insetti delle grotte dei Pirenei e dei Carpazi), che dobbiamo il concetto di “dominio freatico terrestre”, il reticolo di fessure quale habitat degli organismi sotterranei, e che è lì che è localizzata la maggior parte della biodiversità entomologica mondiale.

 

Poco sotto, tra i 30 centimetri e il metro di profondità, si trova il MSS, ossia il Milieu Souterrain Superficiel, e in esso gli “ipogei” propriamente detti, che stanno a qualunque profondità purché vi sia apporto trofico, ovverosia cada qualcosa dall’alto buono da mangiare, arrivando fino a mille metri in certi botri transalpini, abissi francesi di cui non ricordo il nome, inghiottito dall’oblio. Ne deriva quindi che l’animale ipogeo vero e proprio è per forza di cose totalmente cieco, mentre gli altri coleotteri, quelli endogei, sono semplicemente ipoftalmi. Gli insetti endogei preferiscono un ambiente carsico ad alta permeabilità, ossia non il tufo, ma i clasti derivanti da rocce scistose a sfaldatura meccanica, gli accumuli detritici. Sono le caratteristiche del suolo a determinare la loro reperibilità, in base a porosità, tessitura, granulometria, umidità, pH della terra.

 

BEETLES OF THE CAVES – Osservo una foto che ritrae una colonna, quelle stalattiti che si uniscono alle stalagmiti a formare appunto un unico blocco di calcare, rastremato e scanalato proprio come nell’ordine dorico, non privo di capitello. Osservo le trabeazioni della grotta, i fregi del timpano, le metope illustrate da stravaganti pareidolie (quello in alto, lo vedi, scolpito naturalmente nella roccia, è chiaramente il volto di un santo). Più in fondo, a fare da sfondo, il buio, il niente, l’abisso. L’entomologo e speleologo Monzini sa che sto scrivendo un racconto sui coleotteri ipogei. La foto pubblicata oggi risale a trenta anni fa. Dapprima noto i suoi baffi, poi un buffo casco a pentola, bianco, poggiato sulla sua testa, come ritagliato. Lo sguardo non è rivolto all’obiettivo ma punta in basso, alla sua sinistra, come se lì, fuori campo, ci fosse qualcosa, il vero oggetto del suo desiderio. Seguo la sua pagina Beetles of the caves e ogni giorno trovo una perla, la foto di un coleottero troglobio, la storia della sua descrizione scientifica e del suo habitat. Come questa appunto, che mi ammalia. L’uomo, che risponde al nome stesso di Vittorio e che doveva al tempo avere la mia età, si sta facendo largo in un pertugio.

 

Tommaso Lisa, Tecnica: matita su carta, Catopidi, (2019).


Alla sua destra, appoggiata su una scaffalatura di pietra, scorgo qualcosa di simile a una lampada a petrolio. Non so decidermi se questa foto sia in bianco e nero o se il grigio sia l’unico tono presente in un luogo altrimenti privo di luce. Osservo meglio e vedo che Vittorio sta a braccia aperte, sembra volare in uno spazio angusto, sembra un pipistrello. La sua mano destra è un’ala sospesa nel buio. La mano sinistra poggia sul plinto liscio, levigato dai millenni, e mi pare di percepire, a distanza di tanto tempo e di tanto spazio, l’umido viscido e sabbioso sul palmo e i polpastrelli. Sono lì con lui, nella fantasia, in fondo alla mia mente, mi sto reincarnando. Ma è quella chiazza ectoplasmatica in primo piano a colpirmi: sembra un fantasma (tutto sembra in questa storia fatta di apparenze). Una di quelle impressionanti foto di Madame Helena Blavatsky o di qualche medium, in cui il fluido fuoriesce copioso dagli orifizi (ne ricordo una in cui cola dalla caverna dell’orecchio, come una valanga di cerume). Ironia della sorte, su Wikipedia scopro che “ectoplasma” è un termine adottato per la prima volta da Ernst Haeckel nel 1873 per indicare lo strato esterno e più denso del citoplasma cellulare. Il suo primo uso quindi è rigorosamente scientifico. Il primo ad usare la parola nel campo della parapsicologia e dello spiritismo fu il premio Nobel Charles Richet (1850-1935). Poi, dopo solo cinquanta anni, si arriva a Ghostbusters.

 

Nella seconda foto a colori, subito sotto, appare il Coleottero, Paraphaenops breulianus Jeannel, 1916 (unica specie del Genere omonimo), l’epifania del suo esoscheletro gracile, giallo dorato sul cartellino bianco rimartellato, con tre linee nere a dare le coordinate e uno spillo in acciaio inossidabile a sostenerlo sospeso sullo sfondo nero. Galleggia obliquo nell’oscurità siderale, che secondo me non è più quella della grotta ma dello spazio cosmico. Le antenne sono protese in avanti. Vengono così a formarsi arti, elitre o perfino interi corpi in grado di assumere movenze "intelligenti". Nella mitologia greca il nome Phaenops (greco antico: Φαίνοπος) si riferisce a tre personaggi che sono tutti associati a Troia e alla guerra di Troia. C’è odore di ozono nell’aria. Questa di cui vado scrivendo è senza dubbio una scrittura della sensibilità, al riparo dalla luce del sole, dai traffici della necessità. Devo ritrarmi per evitare traumi. Dopo la produzione di un ectoplasma, lo scrittore prova una forte spossatezza fisica e una perdita di peso. Al termine del fenomeno, la scrittura può lasciare dei residui in forma di lettere o filamenti.

 

ANOFTALMIA – Il carabo endemico vive nelle profonde cavità di carbonati, si muove e naviga costantemente nel suo habitat preferito, si auto-impegna a trasportare il materiale dalle elitre, dalle gambe e dalle antenne verso la bocca. Questi esseri viventi sono il frutto di un processo evolutivo in cui piccole mutazioni casuali di un singolo individuo vivente sono state selezionate dalla natura premiando le più adattative, tali da consentire la sopravvivenza e il processo riproduttivo. Da cui gli arti estremamente allungati. Per un attimo mi balena per la mente il ricordo di Jack Skellington nel film d’animazione di Tim Burton The Nightmare Before Christmas. Mi mostra prima al microscopio alcuni esemplari stesi sul loro cataletto e poi le sembianze longilinee ritratte in apposite tabelle dicotomiche; la forma del corpo afenopsiana con spiccata fisogastria, le caratteristiche appendici del medesimo, l’elevato grado di specializzazione. Eh sì, si tratta di insetti specializzati, non v’è dubbio, con caratteri adattativi evidenti. Osserva! Oltre all’atterismo, l’anoftalmia e la forte depigmentazione dei tegumenti, presentano un allungamento notevole di capo, protorace, antenne e zampe, un forte sviluppo delle setole sensoriali, lunghissimi peli che servono per captare informazioni dal mondo circostante in assenza di luce e di occhi. Sono ambrati e trasparenti come ampolle, fragili vetri di Murano appesi in quel buio costante. Quanto sto aguzzando la vista per vedere ciò che per sua natura non vuole essere visto? 

 

ANOPHTHTALMUS HITLERI – Negli interstizi del terreno del carso sloveno vive l’Anophthalmus hitleri specie endemica delle grotte a nord del fiume Savinja, tra Mozirje e Celje. Descritto nel 1937 dall’entomologo Oscar Scheibel (1881-1953) che lo dedicò a Adolf Hitler, indubbiamente la personificazione storica del male (dove avrebbe posto Dante il corpo di quest’uomo?). Raggiunge una lunghezza di circa mezzo centimetro, è bruno-rossastro. Il maschio è quasi trasparente, la femmina di una tinta un poco più scura. Il primo esemplare, un maschio, venne stato trovato nel 1932 in una grotta chiamata "Steska jama" a nord di Žalec. A torto alcuni affermano che si sia quasi estinto a causa della caccia cui è sottoposto da entomologi con probabili simpatie filonaziste, oppure per alzare il prezzo nel mercato dei collezionisti. Tuttavia ancor oggi non mi risulta essere tra i più rari del suo genere. Vi è ancora del paternalismo nel pensare di prendersi cura di questa specie, limitando l’accesso alle grotte, proibendone la raccolta a fini collezionistici. Il pianeta non può essere manipolato positivamente da uomini di buone intenzioni, dato che forze più grandi e oscure eccedono la narrazione umana e qualsiasi idea di operazione di salvataggio. È comunque un dato di fatto che speleologi scendono nelle viscere della terra per estrarne come materia vile e immetterli nel mercato del collezionismo. Si racconta che i nazisti abbiano cercato la terra cava inviando alcune spedizioni sulle tracce del reame di Agartha, da cui sarebbe discesa la cosiddetta “razza ariana”.  

 

Tommaso Lisa, Tecnica: matita su carta, Niphargus, (2019).


GROTTA DEL BUE – Descrivere non è indolore, richiede concentrazione e uno sforzo prolungato, quasi ossessivo, spasmodico, del bulbo oculare. È possibile rappresentare qualcosa che non si è mai visto? Non c’è traccia nei miei ricordi di questa grotta che non ho visitato di persona e la scrittura che ne rende testimonianza risulta quindi irreale e fugace. Rumino in silenzio sulle buie immagini della grotta che trovo on line dopo una rapida ricerca. Ancora una volta è una caccia notturna, alla maniera di Paolo Uccello, in cerca del dettaglio, del luogo dove puntano i cani o, in battaglia, le lance, del “punctum” di queste fotografie, ma senza alcuna possibilità di prospettiva, presente, passata e futura; lo sconforto viene da questa assenza di paesaggio in cui la pesantezza della roccia sembra sempre sul punto di franare mentre al contrario resta immobile, tetragona. A metà degli anni Cinquanta del secolo scorso Saverio Patrizi scoprì in quest’antro, ed in seguito descrisse, lo Speomolops sardous, un carabide della Tribù dei Molopini, rappresentante di un genere monospecifico, localizzato in pochi altri luoghi del nuorese, nei dintorni di Dorgali, tra i quali appunto tale caverna che occhieggia al livello del mare, complessa ed accessibile solo con attrezzature particolari, previa autorizzazione. Il bue della toponomastica è la Foca monaca (Monachus monachus) che qui veniva a procreare e della quale non vi sono più avvistamenti da oltre cinquanta anni. Osservo i lembi di acqua tranquilla e trasparente sotto lo strapiombo di scogliere bianche assolate. In fondo invita al riparo, rasente alla superficie salata, l’ingresso alla caverna.

 

Il luogo è oggetto di studi e ricerche da più di cinquanta anni. Si può raggiungere via mare tramite traghetto e il ramo visitabile dai turisti è lungo quasi un chilometro, oltre il quale si prosegue tramite gommoni su profondi laghi intervallati da passaggi su rocce e concrezioni. A più di tre chilometri dall'ingresso, il carabo si può rinvenire tutt’oggi lungo le spiagge sabbiose che precedono il sifone terminale. Forse è stato trasportato qui dal rivo d'acqua dolce e noi – Homo sapiens – lo troviamo perché penetriamo l’unica fessura del terreno che si addice alle nostre membra, ma lui è presente in tutto il sottosuolo. Un cartello informativo sulla fauna della cavità, allestito nel 2015 da Leo Fancello, testimonia ai visitatori, altrimenti ignari, la sua discreta presenza. Sulla pagina Facebook invece l’immobilità irreale del mare e delle onde rapprese nello scatto contrasta con quella naturale della grotta. Il mare è erba nera: deve fare freddo ma nessuno degli speleologi pare accorgersene, animati da una determinazione ottusa e ilare che può essere definita come “passione”. Il silenzio amplifica i suoni. L’oscurità inghiotte i volti, le tute policrome color lattuga, giallo, rosso e pervinca, macchiate di fango, il battello gonfiabile grigio e arancio che accompagna il gruppo nell’esplorazione. Individui che vengono risucchiati dal buio pece, da un silenzio di echi, mentre spengo lo schermo.

 

Appaiono superflui: lo spazio circostante li ignora ostentatamente nel momento in cui attraccano su una spiaggetta. Un viso si sfuoca nell’altro all’inizio di bui corridoi. Solo tre specie di Coleotteri vivono, o sopravvivono, qui a differenza della moltitudine brulicante della superficie. La recensione di questa carenza svela un’estetica del poco, della difficoltà, del necessario, di un tempo geologico che trascende la raffigurazione on line degli eventi, delle occasioni. L’occhio allenato del geologo vede altre istantanee nelle sedimentazioni lentissime del calcare. Infilo il telefono in tasca: cercavo in queste immagini un riparo, un rifugio sull’orlo di un burrone, del precipizio che è dato di scorgere al bordo dell’afasia, ma finisco invece per ripetere in me come un infastidito mantra, mentre osservo in maniera spasmodica un esemplare di Speomolops sardous nella teca di Paolo. “se non illuminassimo con un nome queste creature, esattamente come i fossili, esse esisterebbero ugualmente?”.

 

Leggi anche

Tommaso Lisa, A caccia di Scarabei. I racconti del carabo 1

Tommaso Lisa, Memorie di un entomologo. I racconti del carabo 2

Tommaso Lisa, La vita sottoterra

 

Questo testo è un’anticipazione tratta da un volume che uscirà nel prossimo anno presso le edizioni Exòrma.

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Tommaso Lisa, Tecnica: matita su carta, Italodytes, (2019).