Lampedusa. L’isola del non arrivo

Forse a Lampedusa non ci sono eroi. Ci sono molte persone per bene. Di questo avremmo tanto bisogno.

Queste sono le ultime righe di un libro che parla di Lampedusa, che fa parlare gli abitanti di Lampedusa. Il titolo è: L’isola del non arrivo. L’editore Bollati Boringhieri. L’autore è l’antropologo Marco Aime. Leggendo questo libro a me è venuto un grande senso di tristezza. Eppure è un resoconto onesto e appassionato. La tristezza viene da questa storia incredibile di cui non ci rendiamo conto: è mostruoso pensare che un territorio sia di qualcuno. L’autismo corale e la miseria spirituale non conoscono deroghe. Sono la patria di ognuno di noi. Anche dei più sensibili. E non prendiamoci in giro. Non ha senso nessuno dei discorsi che si fanno sugli stranieri. Semplicemente perché non si dovrebbe parlare di stranieri. La terra è una e appartiene a tutti. Fuori da questa verità tutto il resto è menzogna. Chi abita in un posto è sempre un abitante provvisorio e prima di lui in quel posto c’è stato qualcun altro e così dopo di lui. 

Marco Aime raccoglie le voci di un’isola lontana e si capisce che il problema non è a Lampedusa, ma nelle capitali europee. Basta girare nei grandi aereoporti occidentali e vedere quanta gente viaggia. Gli europei ricchi vanno in giro dove vogliono. E spesso sono giri senza necessità. Invece chi si muove sulla spinta di bisogni drammatici diventa un pericolo da respingere. Nell’Europa murata questo libro di Aime è un generoso tentativo di porre attenzione a uno scandalo che non scandalizza nessuno. 

Non so che accoglienza ha avuto questo bellissimo libro, ma immagino che non ne abbia avuta molta. Forse i migranti hanno la colpa di essere portatori di sventure vere in un mondo in cui sembra finta perfino la vita più convinta. 

 

Ph Jan Grarup.


Qualche giorno fa sono stato in Calabria a Camini, un paese a due chilometri da Riace. Qui c’è in piedi un bel progetto di accoglienza, molto simile a quello di Riace. Ci sono quaranta italiani che lavorano grazie ai soldi che il Ministero degli Esteri riserva per l’accoglienza ai rifugiati. La questione è di fare un passo avanti. Di andare in una direzione totalmente opposta a quella dei muri. Altre centinaia di paesi come Camini possono essere rivitalizzati da stranieri che diventano residenti e non solo corpi fugacemente parcheggiati. 

Il libro di Aime ci esorta a mettere in piedi una vera politica dell’ospitalità, ma la sensazione nettissima è che bisogna murare il nostro egoismo, la nostra furbizia. E dobbiamo imparare ad abitare il mondo sapendo che già il nostro corpo è un luogo straniero, un luogo di cui non possiamo disporre a piacimento. 

 

Il tre ottobre 2013 morirono nel mare di Lampedusa 368 esseri umani. Ogni tre ottobre l’Europa ricca dovrebbe chiedersi perché si è smarrita, perché è diventata così scontenta e triste e rabbiosa nonostante che da tanti anni sul suo suolo non ci siano guerre, né pestilenze e carestie. 

Marco Aime ha dato voce all’isola dei sensibili e in qualche modo ci suggerisce di cercarli anche altrove gli europei di buona volontà. Forse è arrivato il momento di pensare che c’è una bontà disoccupata e che la grande missione degli umani sia pensare alle opportunità che ci danno gli altri, non ai pericoli. Se impariamo a pensare che in fondo tutto ciò che fanno gli altri è perfetto, ecco che la nostra vita diventa subito più lieta, meno spaventata. Chi migra è coraggioso, è un bene che deve incontrare un altro bene. 

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