L’arte del saggio

Leggendo il manoscritto de L’albero del romanzo, penso a quell’arte grande e sempre più trascurata, abbandonata, che è l’arte del saggio. Oggi un saggio letterario, e soprattutto un saggio letterario sulla letteratura, sembra situarsi fuori da ogni serio contesto, non appartenere a nessun luogo, farsi carico di un’impresa dilettantesca. Chi si vota all’arte del saggio rinuncia volontariamente alla dignità scientifica, declina ogni diritto di essere menzionato nelle «bibliografie» pubblicate nelle ultime pagine degli studi universitari, si priva di un’influente società di lettori formata da ricercatori, professori, studenti.

Un saggio si riconosce da quello che non c’è, ovvero: una terminologia destinata agli esperti; una griglia interpretativa comune a un’armata di specialisti (nessuna professione oggi può farne a meno, né i medici né gli storici della musica); la scelta di argomenti che, grazie a un tacito accordo collettivo, meritano o meno un certo interesse.

Ricevo spesso da parte di studenti o dottorandi tesi e tesine sui miei libri. Lo affermo in tutta sincerità: resto sempre piacevolmente sorpreso dal loro livello di analisi, erudizione, intelligenza. Soltanto dopo un po’ di tempo mi accorgo del loro comune difetto: quei lavori eruditi e intelligenti sono tutti uguali, quasi fossero stati pensati da un unico cervello collettivo.

 

Opera di Diana Copperwhite.


Ora, un saggio non fa parte della scienza, ma della letteratura. Non lo si scrive in un’atmosfera apparentemente conviviale come quella di un’equipe di ricercatori che lavora in laboratori sparsi nei cinque continenti. Lo si scrive in solitudine. Un saggio non segue un Metodo religiosamente venerato. Non perché desideri negarlo (così come una religione nega un’altra religione), ma perché non ha con esso nulla da spartire, perché è altrove.

La forma di un saggio letterario sulla letteratura è ispirata soltanto dall’opera concreta che è l’oggetto della sua riflessione. E poiché ogni opera letteraria degna di questo nome possiede una sua problematica unica e inimitabile, la forma del saggio non può che essere, anch’essa, unica e inimitabile. La forma, ovvero: il sentiero che conduce all’enigma sempre diverso di ogni opera studiata. 

E, in effetti, ciascuno dei saggi che compongono il libro di Massimo Rizzante è diverso: uno è suddiviso in ventotto brevi capitoletti, quasi si trattasse di una suite di aforismi; un altro analizza due opere di due romanzieri e mette a confronto le loro estetiche; un terzo si attarda sulla vita dell’autore; un quarto non dedica alla biografia dell’autore neppure una parola; un quinto è composto da quindici sequenze che a cerchi concentrici avvicinano il lettore ai temi fondamentali che informano un’opera; un sesto ci sbalza improvvisamente e per un’unica volta nel XIV secolo, alle radici dell’albero, alla ricerca della «matrice decameroniana» del romanzo; un altro ancora interroga «l’ideale enciclopedico» di un romanziere, trasformandosi poco a poco nella rappresentazione metaforica dell’interrogazione generale dell’autore del saggio...     

 

Non so quanto tempo durerà ancora il romanzo (concepito come arte e storia). Ma non voglio essere troppo pessimista. In un’epoca in cui la letteratura non è più giudicata dal pensiero ma secondo le classifiche di vendita, possiamo sperare che almeno i cattivi romanzi non scompariranno tanto in fretta. E l’arte del saggio? Sopravvivrà?

Non lo so. Credo soltanto di sapere che la letteratura non potrà sopravvivere senza i saggi letterari sulla letteratura. Senza la critica letteraria in forma di saggio. Senza una meditazione personale così come la conosciamo (ad esempio) in Nietzsche, in Hermann Broch, in Julien Gracq, in Octavio Paz. Questo tipo di riflessione saggistica, attraverso i suoi sguardi, i suoi giudizi, i suoi stupori, i suoi dubbi, ha sempre accompagnato la letteratura. Senza l’arte del saggio, il romanzo e la poesia continueranno il loro pellegrinaggio come due barboni abbandonati.   

 

Introduzone a M. Rizzante (a cura di), L’albero. Saggi sul romanzo, Marsilio 2007.  Ringraziamo l'editore per la gentile concessione.

© Milan Kundera

Opera di Diana Copperwhite.

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