Le mie amiche geniali

«Finché continuerò a scrivere delle mie amiche, è come se riuscissi a trattenerle in vita, e trattenendo loro in vita, è come se anche io restassi viva insieme a loro. Continuiamo le nostre conversazioni, anche se forse sono io a parlare di più». Così Nancy K. Miller spiega la nascita del suo ultimo saggio, My Brilliant Friends. Our Lives in Feminism, uscito per la prestigiosa Columbia University Press: un libro vivace, ma toccante al tempo stesso, tra le cui pagine Miller convoca le amiche di una vita, ora tutte scomparse. Carolyn Heilbrun, Naomi Schor, Diane Middlebrook. Grandi intellettuali, scrittrici, accademiche, ma prima ancora donne, l’una inciampata nella vita dell’altra. Si tratta di donne tra loro differenti, ognuna con il proprio carisma e sensibilità; qualcosa che le accomuna però esiste, e riguarda quella testardaggine che ha convinto l’una a dare una possibilità alle altre, a concedersi reciprocamente del tempo e dello spazio. La stessa testardaggine con cui tutte hanno ricercato per sé un destino differente, un orizzonte alternativo a quello maschilista del tempo, del quale hanno denunciato le sopraffazioni, le ingiustizie, le repressioni subite.

 

Le nostre vite all’insegna del femminismo. Così recita non a caso il sottotitolo. Un sottotitolo che pone immediatamente una questione fondamentale, e in un certo senso la illumina, con raffinata intelligenza. Che cosa significa vivere all’insegna del femminismo? Non credo, infatti, che una simile domanda possa risolversi attraverso l’invocazione di slogan più o meno ideologici, o marciando in gruppo dietro un vessillo che si pensa possa definire una presunta identità – per quanto Miller stessa, a modo suo, si sia fatta portavoce di determinate istanze… carry the flag! –. Penso, al contrario, che attorno a questo termine, femminismo, si apra una questione immensa, qui affrontata su un versante oserei dire soggettivo, perché se è vero che attraverso questo libro Miller ricorda, con un misto di ironia e commozione, le battaglie portate avanti insieme alle amiche e colleghe – in particolare nell’ambito accademico, all’epoca restio alla presenza delle donne –, dall’altra richiama anche l’attenzione sulla singolarità di ogni esperienza vissuta, esalta il genio delle amiche, ognuna differente, e ognuna impegnata, a modo proprio, nella costruzione di un destino dopotutto individuale.

 

Opera di Ines Longevial.


Non so perché, ma nei miei studi condotti attorno al femminile ho sempre pensato che non si dia mai genealogia tra donne. Più mi addentravo nel “continente nero” della femminilità, se è ancora lecito definirla così, attraverso le parole di Freud, più riconoscevo a una donna l’impossibilità di prospettare per sé e dopo di sé la costruzione di una tradizione. L’identità della donna mi è sempre sembrata inafferrabile, impegnata in una negoziazione continua. Teresa de Lauretis l’ha definita eccentrica. Da parte mia, se proprio è necessario trovarle un aggettivo, una proprietà che più o meno ne renda l’idea, direi autocritica. Proprio in virtù dell’autentico a cui una donna agogna, ogni identificazione collettiva le appare inadeguata, insufficiente, o tutt’al più provvisoria. Ecco allora che quando si parla della differenza femminile, questa non è altro che uno dei tanti modi per dire l’impossibilità di una definizione, di un nome che non sia il nome proprio. Difficile trovare qui dentro, in questo vortice che mischia la fierezza al dolore, gli uomini: il loro equipaggiamento pratico, quello con cui vanno incontro al mondo, è troppo ingombrante, o forse definisce un posto troppo tranquillo per essere abbandonato in favore di un altrove alquanto incerto. Al contrario, questa incertezza la donna la accoglie, la fa propria. Ma allora è proprio qui che mi domando: come può lei, mobile qual piuma al vento, lasciare un’eredità? Proprio lei, per cui non esiste alcuna ontologia? 

 

Mi rendo conto della portata di una simile domanda; è complesso offrire una risposta. In tal senso, dei vari modi in cui una donna abita la propria differenza, Miller ci offre lo spettro vario: di Carolyn Heilbrun resta il coraggio, l’ostinazione di voler cambiare il corso delle cose, ma anche una grande sofferenza, patita e soffocata fino all’ultimo; di Naomi Schor resta l’orgoglio e la determinazione; di Diane Middlebrook l’empatia, e la grazia.

 

Un libro sull’amicizia, dunque. Sull’amicizia imprevedibile, conflittuale tra donne. Eppure, a conferma di quanto si diceva, l’impressione che ho avuto leggendo questo saggio è quella di un’enorme solitudine. Come Orlando di Virginia Woolf, anche Nancy Miller al termine di una corsa a Central Park, mentre ascoltava “You’ve Got a Friend” di Carole King, pensò: “Io sono sola”. “L’amicizia” aggiunge “non stava rilasciando la sua magia”. Ed è una sensazione che si fa ancora più forte se ad essere prese in considerazione sono le pagine in cui Miller ricorda il suicidio di Carolyn. “Carolyn si suicidò un giovedì d’Ottobre, o forse potrebbe essere stato il mercoledì; l’autopsia non ha saputo ben definirlo”. Un’azione più volte annunciata dalla Heilbrun, la quale aveva sempre detto di volersi togliere la vita al compimento del settantesimo anno. Ma quell’anno era passato, e forse nessuno pensava che, con un poco di ritardo, quel gesto lei lo avrebbe poi compiuto davvero. In queste pagine, lo stile di Miller resta asciutto, conciso, ma il tono è decisamente mutato. Sono passati quindici anni dalla morte dell’amica – la prima delle tre ad andarsene; Naomi e Diane moriranno per malattia –, ma ancora Miller si domanda non tanto il perché di quella scelta, ma perché Carolyn, la sua amica, non le abbia chiesto aiuto. E volgendo lo sguardo indietro, pensa: “Avrei voluto essere l’amica a cui dire tutto, quella a cui non tieni nascosto nulla. Non lo fui. Nessuna di noi lo fu”. La conclusione è amara: “Possiamo provare a conoscere le nostre amiche, ma il più delle volte siamo destinati a mancare le loro verità più importanti”. 

 

Da parte mia, mi è difficile trattenermi, e non rivolgere un pensiero a Sylvia Plath, la mia Sylvia, la cui morte nel febbraio del 1963 impressionò l’amica (o forse nemica, chissà…) Anne Sexton. A loro, peraltro, Diane Middlebrook ha dedicato studi e pagine di rara intensità. Mentre leggevo le pagine che Miller dedica a Carolyn, i rimproveri che rivolge un po’ all’amica e un po’ anche a se stessa, mi tornavano alla mente le conversazioni sulla morte che Sylvia e Anne erano solite fare; una sorta di gara macabra, dove a vincere era chi la sparava più grossa. E dopo il suicidio di Sylvia, Anne scriverà: “Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte che ho desiderato così tanto e così a lungo, la morte che tutte e due dicevamo di aver superato, … la morte di cui parlavamo tanto, a Boston, mentre ci scolavamo tre martini extra dry”.

Si tratta di donne straordinarie. Ma quando si dedica loro un pensiero, non si può non avvertire l’eco di una profonda solitudine. E di questa solitudine, magari non fisica ma esistenziale, partecipa la femminilità, vista come un itinerario condotto tra sé e sé, una sorta di congenita separatezza, esaltata, certamente… ma anche patita. E qui penso a Colette, quando in La vagabonda scrive: “Femmina ero, e femmina mi ritrovo, per soffrirne e per gioire”. Ecco perché poco fa ammettevo la mia difficoltà a pensare una genealogia al femminile. E del resto, credo anche che Miller più che rimarcare una presunta genealogia, abbia voluto invece valorizzarne una, una possibilità, ancora tutta da costruire. Perché le donne insieme sono più forti, ma ognuna resta se stessa. Vuole restare se stessa. Ognuna resta Una. Una per una, come ha detto una volta Jacques Lacan.

 

Provo a formulare un ultimo pensiero attorno a questo elegante saggio, che si legge tutto d’un fiato. Tra le tante cose interessanti che questo libro discute, la più eclatante riguarda la manifestazione esplicita dell’irriducibile, e forse inevitabile, ambivalenza del sentimento amicale tra donne. Un’ambivalenza che forse sì, è vecchia come il mondo e sulla quale molta ironia, fastidiosa a mio parere, è stata fatta. Ma qui Miller finalmente la dice, la confessa. Una sincerità disarmante sovrasta le pagine. In parallelo ai processi e agli sforzi, voluti e perseguiti, di emancipazione, l’amicizia con altre donne ha rappresentato anche un’esperienza di confronto, e di competizione – che emerge molto chiaramente nei ricordi rivolti a Naomi Schor, per esempio. “Nonostante la retorica della sororanza che noi stesse avevamo abbracciato, un legame che intendevamo come capace di trascendere tutte le emozioni negative, abbiamo anche sofferto la nostra parte di invidia e competitività, emozioni che abbiamo ereditato da quella tavolozza femminile tanto familiare”. Come a dire: le emozioni evocate da quell’amicizia “geniale” non furono poi tutte positive, ma tutte segnarono un passaggio importante per provare a scrivere un pezzo di storia insieme.

 

Attraverso il racconto di uno spaccato di vita trascorsa in compagnia delle amiche, Nancy Miller ricrea quel sentimento prismatico che è l’amicizia, la sua ambivalenza, e insieme la sua altrettanto inesauribile carica di dolcezza e generosità. E riconoscenza. 

“Questo libro è la mia tregua”, conclude Miller. Tregua, o sollievo: difficile dare una traduzione esatta all’inglese reprieve. Ma comunque un momento di sospensione dal proprio inferno individuale, un momento in cui si decide di condividere, di confrontare l’io con il tu, tutti diversi, ma tutti egualmente necessari. E forse alla fine del libro, dico forse, ho capito come intendere quel sostantivo, “amicizia”. Un sentimento tutt'altro che scontato quando si riesce a cogliere in esso la profondita' di una relazione che, al pari dell'amore, contiene in se' gli estremi delle passioni, l'egoismo e l'altruismo, il rancore e la riconoscenza, la rabbia e il perdono. Quel sentimento che resta impresso nella memoria.

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